IL CONFLITTO SIRIANO: UNA PARTITA (anche) FRA GIOCATORI ESTERNI, parte 1

Il lancio dei missili Tomahawk ordinato da Donald Trump in merito alle sue preoccupazioni circa quanto successo all’inizio di Aprile ad Idlib, Siria, dovrebbe far suonare molti campanelli d’allarme. Non è la prima volta che Bashar al-Assad viene accusato di aver usato armi chimiche contro la popolazione civile, fatto poi smentito da inchieste successive che individuarono i responsabili nei ribelli siriani e nei gruppi terroristi oppositori del regime, con lo specifico obbiettivo di fornire un casus belli per un intervento degli Stati Uniti. Fallirono allora, ma sembra che ci stiano riprovando adesso, sempre mettendo a repentaglio le vite dei civili che vivono nelle zone da loro controllate. Per poter capire le dinamiche di questo conflitto, tuttavia, non basta incolpare senza uno straccio di prove il presidente siriano: La verità va ricercata un po’ più a fondo, andando ad analizzare e capire quali possono essere le sue cause, gli interessi delle parti coinvolte e gli effetti delle loro azioni.

Il contesto originario

Le radici della guerra civile siriana risalgono al 2011, quando in Nord Africa si assiste al fenomeno delle cosiddette “primavere arabe”. Queste consistettero principalmente in cambi di regime in Tunisia, Egitto e Libia, alcuni frutto di una spinta dal basso, come in Tunisia, l’unica primavera di successo, altri di pressioni esterne, come la Libia, trasformatasi dallo Stato africano con l’indice di sviluppo umano più alto dell’intero continente ad una landa priva di qualsivoglia ordine costituito, in cui il governo di cui l’Italia si è fatto garante è costretto ad esercitare le proprie funzioni in una base navale a Tripoli per l’incapacità manifesta di mantenere l’ordine sul territorio libico. Le stesse primavere arabe vanno a collocarsi in un contesto ben più ampio, ovvero quello della pratica del regime change, nota anche come “esportazione della democrazia”, applicata dagli Stati Uniti e dai loro alleati sin dalla “guerra globale al terrore” e l’intervento in Afghanistan del 2001, e duramente criticata anche da voci accademiche americane fuori dal coro come quella di John Mearsheimer.

Parallelamente a ciò che stava succedendo nel Nord Africa, il vento delle primavere arabe si spostò nel Levante per approdare in Siria, dove iniziarono una serie di proteste contro il regime di Assad, che represse duramente il dissenso della piazza. Un po’ come capitò in Libia, i clamori verso il pugno di ferro delle autorità siriane, accusate di violare i diritti umani dei manifestanti, giunse a prospettare la necessità di un intervento umanitario per fermare il massacro. Il casus belli, in Libia, fu l’assunzione di mercenari da parte di Gheddafi per combattere i gruppi in ribellione; in Siria, sarebbe stato l’uso di armi chimiche contro la popolazione, e la necessità di eliminare e distruggere queste armi chimiche (insieme al suo governo), sulla stessa falsa riga di quello che accadde nel 2003 con le armi di distruzione di massa di Saddam Hussein. Armi di distruzione di massa che non furono mai ritrovate e, viste le deboli prove presentate da Colin Powell al Consiglio di Sicurezza dell’Onu per giustificare l’invasione dell’Iraq, su cui si hanno addirittura dei dubbi riguardo la loro esistenza. In ogni caso, dopo la dura repressione esercitata da Assad, la piazza decise di reagire alla violenza con altrettanta violenza, imbracciando le armi e iniziando a combattere una guerra contro il governo.

I casi precedenti: l’ingerenza occidentale

Quando una piazza composta da cittadini comuni inizia a sparare contro il proprio governo significa che dispone di armi e addestramento per farlo. E per poter capire chi potrebbe avere avuto l’interesse ad armare ed addestrare una piazza non ci si può limitare ad analizzare i soli confini della Repubblica Araba Siriana, ma bisogna spingersi un po’ oltre. Per l’esattezza, la Siria si trova nel mirino di diversi attori, alleati e contrapposti per diverse ragioni, ma tutti quanti legati fra loro.

Guardando ai fatti più recenti e alle maggiori pressioni provenienti dall’esterno, uno degli attori senza dubbio interessati ad un cambio di regime in Siria sono gli Stati Uniti, con la partecipazione delle principali vecchie potenze coloniali europee: Gran Bretagna e Francia. Come detto in precedenza, la guerra civile siriana va collocata nel contesto delle primavere araba e dell’esportazione della democrazia operata dagli Stati Uniti e dai loro alleati fin dal 2001. Un forte parallelismo può essere individuato fra Assad e Gheddafi, dal momento che gli attori impegnati contro i Rais sono gli stessi. Nel 2011, gli interessi degli anglofrancesi furono di carattere principalmente economico, legato allo sfruttamento dei pozzi petroliferi in Libia che sarebbe stato ottenuto da Shell, British Petroleum e Total nel dopo Gheddafi, e a cui l’Italia si accodò nell’intervenire per non perdere una parte del bottino, che prima indirettamente possedeva già per intero. In questo contesto, gli Stati Uniti si fecero da patrocinatori dell’intervento, principalmente per due ragioni: Gheddafi era un dittatore, quindi non democratico, e in quanto tale andava eliminato, ed era, allo stesso tempo, un vecchio nemico degli Stati Uniti, i quali già durante gli anni ’80 cercarono di silurare – letteralmente – ma che grazie ad una soffiata italiana riuscì a salvarsi. D’altronde, gli USA furono ben contenti di levarsi dalla scarpa non un sassolino, ma un macigno come quello di Gheddafi, come dimostrato dalla gioia espressa dall’allora Segretario di Stato americano Hillary Clinton nel parafrasare Giulio Cesare esclamando: “We came, we saw, he died!”. Anche i britannici si presero una piccola vendetta, dal momento che Gheddafi finanziò, per un certo periodo, l’Irish Republican Army. Assad, allo stesso modo di Gheddafi, è un dittatore ed è nemico degli Stati Uniti, e persino alleato di Russia e Iran (questioni su cui torneremo in seguito).

Come si fece con Gheddafi e Saddam Hussein, gli Stati Uniti (ma più in generale l’Occidente), iniziarono ad accusare Bashar al-Assad di crimini contro l’umanità affinché fosse possibile far accettare all’opinione pubblica e alla comunità internazionale un intervento umanitario contro di lui. L’accusa, come già riportato, era legata all’uso di armi chimiche contro i civili. Un differenza cruciale ai casi precedenti, tuttavia, fu l’ingresso in scena della Russia di Putin, che propose di farsi consegnare tutte le armi chimiche negli arsenali siriani, con il benestare di Assad. In questo modo il casus belli per l’intervento in Siria venne a mancare e gli Stati Uniti furono costretti a ripiegare su altri fronti, ovvero il supporto diretto ai ribelli, che non solo fiancheggiarono diplomaticamente, ma  diedero vita anche a progetti finalizzati ad addestrarli con la scusa di combattere il sedicente Stato Islamico, nato, fra le altre cose, a causa dell’intervento americano in Iraq nel 2003. Allo stesso modo anche la Francia e la Gran Bretagna sono state accusate di aver dato il proprio supporto ai ribelli siriani, in particolare attraverso l’invio di consiglieri militari, ma non si tratta di nulla di dimostrato e, in realtà, il ruolo di Francia e Gran Bretagna è, in questo contesto, ben più sfumato e legato alle Monarchie del Golfo, inserite nel conflitto per l’egemonia nel Medio Oriente in corso fra Arabia Saudita, Iran, Turchia e, negli ultimi anni in maniera meno palese, Israele, che ci riconduce ancora una volta agli interessi americani nella regione.

Come è stato diffuso da Wikileaks, l’ex Segretario di Stato Americano Hillary Clinton sostenne, nelle sue famigerate mail, che “il miglior modo per aiutare Israele a far fronte con il crescente potenziale nucleare iraniano è aiutare il popolo della Siria a rovesciare il regime di Bashar al-Assad”. L’interesse americano va quindi legato anche alla protezione dell’unico stato del Medioriente che dispone di un vero e proprio arsenale atomico, nonché alleato strategico degli Stati Uniti da diversi decenni. Israele ha, per altro, storici rapporti di inimicizia con la Siria risalenti al 1948, quando la repubblica araba attaccò lo Stato ebraico dopo la sua dichiarazione d’indipendenza, e congelati sull’occupazione del Golan, territorio siriano sotto amministrazione militare israeliana, sin dalla Guerra dei Sei Giorni. Israele è inoltre in conflitto con Hezbollah, l’organizzazione paramilitare libanese di confessione sciita, che è direttamente finanziata dall’Iran e combatte in Siria al fianco delle forze di Assad.

Elia Bescotti

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