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Crisi in Myanmar: il punto della situazione e l’arrivo di Ari Ben-Menashe

Di Giulia Terrizzi

All’alba del 1° febbraio scorso, le forze armate birmane, meglio note come Tadmadaw, hanno messo in atto un colpo di Stato in Myanmar. Ma la popolazione, che non ha visto di buon occhio il golpe, ha dato inizio ad una serie proteste che durano ancora oggi. Si contano più di 500 vittime, tra cui numerosi studenti e bambini. Inoltre, centinaia di manifestanti sono state arrestate.

Il Tatmadaw ha spiegato di avere agito con lo scopo di rimediare ai presunti brogli elettorali che avrebbero caratterizzato le elezioni tenutesi l’8 novembre 2020, nelle quali il partito della Lega Nazionale per la Democrazia (Ldn), guidato dal Premio Nobel per la pace Aug San Suu Kyi, aveva ottenuto un’ampia vittoria. Per questo, proprio in occasione della cerimonia di insediamento del nuovo Parlamento, il Tatmadaw ha dato inizio al golpe. Sono stati arrestati 20 esponenti del partito Ldn, tra cui la leader, simbolo della transizione democratica, con l’accusa di aver violato la legge sull’import-export poiché, nel corso di una perquisizione della sua residenza, sono stati trovati due walkie-talkie importati illegalmente e utilizzati senza permesso dalle sue guardie del corpo. Sono finiti in manette anche l’ex presidente Win Myint, accusato di aver violato la legge sulla gestione delle catastrofi naturali, e il consigliere di Stato.

Dopo settimane di denunce di irregolarità da parte del Tatmadaw, con la motivazione di ristabilire la sicurezza nel Paese, i poteri sono stati trasferiti a Min Aung Hlaing, capo delle forze armate. È lui che guiderà il Myanmar per un anno, con la promessa di indire nuove elezioni democratiche. Tuttavia, gli osservatori temono che questo clima possa aver fatto retrocedere il Paese al periodo precedente al 2011, quando era in vigore un governo militare. Inoltre, credono che questa pausa dalla democrazia, che si stava tentando di costruire negli ultimissimi anni, si protrarrà più a lungo del previsto.

Il fronte internazionale appare alquanto diviso sulla vicenda. Mentre Stati Uniti, Canada, Unione Europea, Regno Unito e Giappone hanno condannato il colpo di Stato e hanno rafforzato le sanzioni economiche già esistenti (introdotte a seguito della crisi dei Rohingya nel 2017), la Cina ha assunto una posizione differente. Infatti, in quanto Paese amico e confinante del Myanmar, tramite il ministro degli Esteri Chen ha dichiarato che si limiterà ad osservare con attenzione quelli che saranno gli sviluppi della situazione. Ha inoltre negato qualsiasi coinvolgimento cinese nella vicenda, rimarcando i buoni rapporti che ha sia con la Lega Nazionale per la Democrazia, sia con l’Esercito birmano.

Pechino auspica che il Myanmar possa risolvere le proprie controversie interne attraverso una soluzione politica che rispetti la legge e la Costituzione. Ma risulta chiaro che la Cina, sulla base dei suoi interessi strategici ed economici nel Paese, è obbligata a mantenere un atteggiamento più neutrale rispetto ai Paesi occidentali, evitando condanne esplicite o applicazioni di sanzioni.

Anche gli altri Paesi vicini all’ex Birmania e appartenenti all’ASEAN, come Tailandia, Cambogia e Filippine, hanno seguito in gran parte la strategia cinese. Hanno insistendo sul fatto che si tratti di una questione interna al Myanmar, quindi hanno optato per un approccio più cauto.

Nonostante il segretario generale dell’Onu, António Guterres, abbia condannato il golpe, definendolo un grave attacco alle riforme democratiche del Paese, a livello dell’organizzazione è stato fatto solo qualche grossolano tentativo di condannare il colpo di Stato. L’Onu ha chiesto di rilasciare i prigionieri politici e di bloccare le violenze ma, ad oggi, con scarsi risultati a livello pratico, anche a causa dei veti da parte della Cina.

Uno degli aspetti più interessanti di questa crisi è la chiamata, da parte del Tadmadaw, del faccendiere Ari Ben-Menashe, un israelo-canadese, assoldato con l’intento di ricucire i rapporti con l’Occidente e convincere i grandi Stati a sospendere le sanzioni economiche.  Come riportato dal Guardian, l’ex funzionario dell’intelligence militare israeliana, adesso proprietario della società di lobbyng Dickens & Madson, con sede a Montreal, ha alle spalle un passato turbolento. Nel suo curriculum vanta una carriera di commercio di armi e anche una stretta collaborazione con personaggi controversi, quali il sovrano di lunga data dello Zimbabwe, Robert Mugabe, la giunta militare del Sudan e i candidati alla presidenza del Venezuela, della Tunisia e del Kirghizistan. Lo scopo di queste consulenze potrebbe essere quello di riabilitare agli occhi del mondo l’operato di governanti le cui gesta sono tutt’altro che trasparenti.

Egli ha confermato ai media l’incarico, sostenendo di essere pagato con “una grande quantità di denaro” e che riceverà un bonus se le sanzioni militari contro i leader del Myanmar verranno revocate. Ha inoltre dichiarato di essere stato assunto dai generali della nazione per aiutarli a comunicare con gli Stati Uniti e anche con altri Paesi che, secondo lui, li hanno “fraintesi”.

La tesi portata avanti da Ben-Menashe si concentra in primis sul fatto che la leader del Ldn, Aung San Suu Kyi, abbia svolto un ruolo più ampio di quanto noto in una violenta campagna di repressione del popolo Rohingya. Ma sembra anche che già una precedente missione conoscitiva delle Nazioni Unite sulle presunte atrocità abbia coinvolto i massimi leader dell’esercito birmano che quindi sarebbero  responsabili della pianificazione e dell’esecuzione della violenza.

Il vero punto centrale della strategia di Ben-Menashe è che la leader stava permettendo al Paese di scivolare definitivamente sotto l’influenza cinese. Secondo lui per tenere in pugno l’Occidente bisogna puntare sul fatto che il Myanmar potrebbe cadere nella sfera d’influenza cinese qualora venisse abbandonato o isolato dai Paesi occidentali. Inoltre, ha dichiarato a Reuters che potrebbe essere dimostrato che il voto delle elezioni di novembre è stato truccato e che alle minoranze etniche è stato impedito di andare alle urne. Tuttavia, ancora non sono state fornite prove. Gli osservatori elettorali, però, continuano ad affermare che non ci sono state irregolarità.

Ben-Menashe ha inoltre detto che nelle sue due visite nel Paese dopo il colpo di stato, “i disordini non erano così diffusi” e che il movimento di protesta non è stato sostenuto dalla maggior parte della popolazione del Myanmar. Ha dichiarato anche che è la polizia a gestire le proteste, non i militari, nonostante ci siano foto e riprese che mostrano soldati armati a sedare le manifestazioni. Ha sostenuto poi che solo l’esercito è nella posizione migliore per garantire un ritorno alla democrazia dopo il colpo di stato organizzato. “Vogliono uscire completamente dalla politica”, ha detto, “ma è un processo”.

A dispetto di quella che veniva ritenuta da molti osservatori una vicenda “puramente interna” al Myanmar, la situazione diventa sempre più complessa da gestire, con centinaia di morti e ripetute violazioni dei diritti umani che richiederebbero un intervento internazionale più pragmatico. Inoltre, l’arrivo di Ben-Manashe testimonia la pericolosità di quanto sta accadendo, non solo per la popolazione, ma anche per le future implicazioni che essa potrebbe avere nel riposizionamento del Myanmar all’interno del contesto geopolitico internazionale.