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La bromance tra Putin e Trump e la percezione di Trump in Russia

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Dopo la vittoria alle primarie in Indiana e l’innalzamento della bandiera bianca da parte di Ted Cruz e John Kasich la vittoria di Donald Trump nella corsa alla nomination repubblicana sembra completamente accertata. Un candidato, che ha provocato indignazione e paura per il suo stile di condurre la campagna elettorale, le sue idee radicali nei confronti degli immigrati e le minoranze religiose e la sua retorica a volte razzista, è di conseguenza visto di cattivo occhio pressoché da tutto l’establishment statunitense sia democratico che repubblicano, nonché dalla maggior parte dei leader paesi occidentali. Tuttavia, nonostante grandi sforzi dell’élite repubblicana che ha favorito precedentemente una sorta di alleanza tra Cruz e Kasich, la marcia del tycoon americano, che non concorre più con nessuno, verso la magica cifra di 1237 delegati sembra ormai inarrestabile.

Mentre in paesi occidentali l’avanzata di Trump incute delle naturali preoccupazioni, in Russia la sua ascesa è vista nella prospettiva di un possibile cambiamento positivo dell’atteggiamento statunitense nei suoi confronti. In effetti, molti leader e teorici russi sfoderano toni rassicuranti riguardo al futuro dei rapporti bilaterali nel caso Trump arrivi alla Casa Bianca, mentre tra Vladimir Putin e il magnate americano si è instaurato da tempo un rapporto di profonda amicizia. Inoltre, Trump provoca un interesse particolare tra i cittadini della Federazione: egli è l’aspirante presidenziale più citato nei mass media russi, dopo aver superato a marzo il più probabile candidato del partito democratico, Hillary Clinton.

A questo punto sorge una logica domanda: perché Trump è visto in maniera completamente diversa in Russia? A differenza di tutti gli altri aspiranti presidenziali, che suonano spartiti diversi ma sempre sulla stessa tastiera, Trump, a volte borioso, caparbio e beffardo, ha un suo stile personale, che lo distingue da tutti gli altri: è l’unico candidato senza pregresse cariche istituzionali e non fa parte della classe dirigente statunitense. È in tutti i sensi un homo novus, qualcuno senza alcun precedente nella storia elettorale americana, ed è proprio per questo che Trump raccoglie un consenso così forte tra i ceti russi più disparati. Essa è la ragione principale della sua amicizia col Presidente russo, con cui condivide alcuni aspetti dell’alfabeto decisionale (si noti di passaggio, che è uguale la radice di un forte rapporto tra Putin e il suo vecchio amico Silvio Berlusconi): entrambi risultano spesso essere dei reietti politici sull’arena internazionale (o, per lo meno, fra i governi occidentali) e hanno uno stile di politica molto simile, cercando di crearsi un’immagine di un leader forte ed intransigente con i nemici, ma contemporaneamente capace di dialogare e di risolvere i problemi del popolo. Dalla geometria di questi fattori è sfociata una bromance (brother + romance) tra Trump e il presidente russo, formalizzatasi dicembre scorso quando Putin chiamò il candidato presidenziale “una persona di grande talento” (nella versione di Trump – “un genio”). Trump a sua volta ha speso a più riprese belle parole su Putin, sottolineando che lui da presidente, invece di scadere in ulteriori scontri, avrebbe riportato i rapporti tra la Russia e gli USA sulla strada di dialogo. Nonostante una piccola rottura a metà marzo, quando Trump ha pubblicato su Instagram un video in cui l’ISIS e la Russia erano mostrati come i principali nemici degli USA, la strana amicizia regge.

Ad accogliere con lodevole prontezza la direttiva del Cremlino sono stati anche i numerosi periti e figure mediatiche, che sostengono con grande zelo la candidatura di Trump. Così, Dmitry Kiselev, uno dei più famosi conduttori televisivi russi, ha più volte sostenuto Trump, osservando che l’elite politica americana ha sperperato in generale la fiducia degli elettori, e che i leader repubblicani sono “pronti a fermare Trump costi quel che costi” nonostante la scelta del popolo. Altrettanto interessante è la posizione di uno dei fedelissimi esperti del Cremlino, Alexander Dugin, che definisce Trump come “l’unica speranza” per il popolo statunitense e come l’unico candidato, che “dalla politica distruttiva passerà ai problemi dei cittadini”. Tutte queste manifestazioni di sostegno a Trump sone dovute a due fattori fondamentali: la ormai incardinata percezione che la sua diversità permetterà alla Russia di trovare un modus vivendi con gli USA circa i conflitti odierni e il semplice fatto che Trump va contro il modello governativo attuale americano, essendo un candidato presidenziale alternativo, non conforme e diverso dai profili classici.

Cionondimeno, per quanto riguarda la percezione di un possibile miglioramento dei rapporti bilaterali, sotto un’analisi più profonda sembra quantomeno errata: anche se Donald Trump diventerà presidente (che è già di per sé tutt’altro che scontato), la politica estera degli USA non subirà cambiamenti talmente drastici da capovolgere i rapporti tra i due stati, e per una serie di ragioni. Innanzitutto, nelle sue iniziative diplomatiche Trump sarà condizionato dalle istituzioni americane e, nel caso lui vorrà intraprendere dei passi troppo radicali, sarà arginato da altri ideatori di politica estera. Inoltre, non deve essere tralasciato un fattore di cruciale importanza – la personalità di Trump. Come detto sopra, nel centro del suo successo politico si colloca la sua immagine di un uomo forte, che lui deve mantenere a tutti i costi. Non è una persona che si indietreggerà davanti alle pressioni esogene, le quali renderanno solamente la sua posizione più rigida. In effetti, alla fine d’aprile ha detto che se lui non riuscirà a trovare un accordo con la Russia, dovrà fare ricorso ad una politica di “frusta”, e cioè di forza.

Può darsi che il Cremlino abbia alcune illusioni nei confronti di Trump, ma la causa chiave dell’appoggio verso il candidato alla presidenza si nasconde nella vecchia logica de “il nemico del mio nemico è mio amico”. In fin dei conti l’amicizia tra Putin e Trump è abbastanza fittizia ed è un obiettivo fine a sé stesso, privo di traguardi di lungo termine. Dal momento che i rapporti tra Mosca e l’attuale amministrazione di Obama sono difficilmente positivi, è naturale che Putin sia più propenso a sostenere Trump, il cui rivale politico principale, Hillary Clinton, è un ex-esponente dei vertici governativi degli USA e in generale una persona molto legata alla tradizione politica americana.

Alexander Bibishev