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Lettura Cesare Alfieri 13 Aprile 2016

L’Italia e l’Europa: dove siamo dopo sette anni dalla grande crisi?

Lucrezia Reichlin

Lucrezia Reichlin, classe 1954, è un’importante economista italiana attualmente professore ordinario alla London Business School, co-fondatrice e consigliere di Now-Casting Economics limited, consigliere non esecutivo di Unicredit Banking Group, Ageas Insurance Group e Gruppo Messaggerie Italiane, membro della Commission Economique de la Nation di Francia, presidente del Consiglio Scientifico di Bruegel Bruxelles nonché editorialista per il Corriere della Sera.

La Dottoressa Reichlin ha tenuto una breve ma sicuramente esaustiva conferenza sulla situazione dell’Euro-Zona a otto anni dallo scoppio della crisi economica ed ha poi esposto la sua proposta di ristrutturazione dell’architettura europea per poterci finalmente risollevare.

A tutt’oggi la maggior parte dei paesi dell’Euro-zona non è tornata al livello di reddito reale del 2008: la ripresa c’è, ma è però molto modesta e i dati suggeriscono che non torneremo, nel breve periodo, al livello medio che eravamo in grado di sostenere prima della crisi, e queste prospettive di reddito non eccezionali ci rendono ancora vulnerabili.

L’Italia è particolarmente fragile a causa dell’elevato debito pubblico, della crisi del sistema bancario e della crescita a livelli inferiori rispetto alla media europea ed il problema principale è il crollo dell’investimento privato.

Ci troviamo davanti ad una delle recessioni peggiori da prima della Grande Guerra.

Il reddito nominale era già in calo dagli anni 80, l’inflazione è debole, il debito pubblico è in crescita e non sembra stabilizzarsi. Una parte di questa crescita è dovuta al legacy debt, che è difficile da sbolognare e rimane nell’economia anche dopo la ripresa.

La Reichlin si chiede se lo sforzo di approfondimento di riforma che abbiamo fatto dal 2008 è sufficiente, e la risposta che si da è no: la lezione fondamentale che ci ha dato la crisi, dal punto di vista istituzionale, è che la governance basata su una politica monetaria centralizzata, le regole finanziarie e la trinità sono impossibili da attuare, non c’è bail-out né la possibilità di ristrutturazione del debito.

Soprattutto le regole finanziarie sono risultate inadeguate perché sono molto dure ex ante ma inutili ex post, e questo è stato verificato già nel 2001 con le infrazioni fatte da Francia e Germania.

Inoltre il debito che accumuliamo non è nella nostra valuta, ma è come se fosse in una valuta estera, perché non abbiamo possibilità di stampare moneta, siamo vulnerabili a crisi di liquidità anche se solventi. Se un paese invece non è solvente non si può ristrutturare il suo debito, le risposte che vengono date sono caotiche e ritardate, caratterizzate da un’eccessiva austerità e segmentazione dei mercati finanziari.

La politica monetaria centralizzata, inoltre, non può funzionare quando ci si balcanizza, quando si rompe l’integrazione finanziaria.

Sono stati però fatti enormi progressi di costruzione del governo europeo, che presenta oggi un’architettura complessa grazie, tra gli altri, al Patto di Crescita e Stabilità, alla Macroeconomics Embalance Procedure, al Meccanismo Europeo di Stabilità, che prevede i famosi prestiti condizionati alle riforme, al Meccanismo di Supervisione Bancaria, all’Agenzia Comune, ma il processo risulta decisamente complicato e ci si chiede se sia comunque sufficiente, perché in realtà rimaniamo ancora fragili, la crisi greca non è finita, la crisi del debito sovrano risulta ancora non risolvibile in un paese insolvente, per non parlare della zavorra del legacy debt, sia privato che pubblico, che siamo condannati a portarci dietro. Abbiamo bisogno di una soluzione di lungo periodo ma tutto ciò che facciamo ci fa traballare nel breve periodo.

Cosa dobbiamo quindi fare in più? Molti problemi non sono europei ma nazionali, altri invece, come il Brexit e la crisi dei rifugiati sono comuni, basta mettersi d’accordo. Innanzitutto , secondo la Reichlin, va cambiato il framework fiscale. I cinque presidenti europei, in un autorevole rapporto, individuano nell’accelerazione dell’integrazione europea la soluzione alle attuali crisi che l’Unione si trova a fronteggiare; in questo rapporto vengono fornite le tappe per un unione sempre più approfondita, che prevede un’unione bancaria, dei mercati, fiscale (con un vero e proprio ministro delle finanze) e politica, che dia legittimità a questo processo. Lei ha confessato di essere scettica rispetto a questa soluzione, l’ha valutata con un’alta probabilità di insuccesso, di grande consumo di capitale politico e, anche se fosse raggiunta questa unione, mancherebbe comunque, a suo avviso, di legittimità democratica e il tutto sarebbe reso ancora più difficile dalla legacy, dalla mancanza di fiducia.

I due principali problemi dell’Euro-Zona che lei sottolinea sono quello del debito e la necessaria riforma dell’architettura fiscale. Gli stati non hanno meccanismi di bilanciamento, tutto è scaricato sul lato fiscale e questo porta al rischio del contagio.

Le nuove istituzioni non risolvono il problema del debito e della ripartizione del rischio, le regole fiscali invece non sono credibili, sono eccessivamente complesse, tutti cercano di calpestarle, pesano comunque e quindi limitano la capacità di aggiustamento dei paesi.

La proposta della Reichlin è una proposta “a mezza strada”: eliminazione di una parte di debito per i paesi, e nello specifico il legacy debt, unita alla creazione di un framework fiscale di lungo periodo che ci metta in sicurezza: è necessario un meccanismo centralizzato per affrontare il problema del debito eccessivo e della sua ristrutturazione. È vero che abbiamo già delle istituzioni che possono intervenire, ad esempio il Fondo Monetario Internazionale, o il Meccanismo di Stabilità ma il problema è che l’intervento scatta solo se i paesi in crisi sono solventi rispetto a determinate clausole, ma non abbiamo niente per intervenire in paesi insolventi. Quindi il problema è di divisione tra solvenza e liquidità. Abbiamo bisogno di un framework simile a quello che sta scrivendo il IMF a livello globale. Non averlo porta a procrastinare la soluzione, a diagnosi errate, e a fornire prestiti a paesi che non possono restituirli. Questo invece risolverebbe le tensioni tra paesi debitori e creditori e rafforzerebbe la disciplina di mercato, è una via più equa e rafforzerebbe il consenso verso le riforme.

Per quanto riguarda il problema della transizione verrebbe attuato il meccanismo di ristrutturazione ma in cambio ci rimangeremmo la legacy debt e lo faremmo in modo ordinato. Abbatteremmo il debito attraverso un fondo di stabilità: gli stati si impegnerebbero a devolvere le entrate future a ripagare il debito in maniera diversa che con gli eurobond. Non ci sarebbero quindi problemi di instabilità di transizione e il debito sarebbe finanziato da entrate future.

A detta della stessa Reichlin la sua soluzione sarebbe politicamente molto controversa ma più realistica di quella dei cinque presidenti dell’Unione Europea, e sarebbe una riforma necessaria ma non sufficiente.

Alice Perini