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L’interesse nazionale al centro: la politica estera “legastellata”

Matteo Salvini (D-S), ministro dell’Interno, con Giuseppe Conte, presidente del Consiglio, e Luigi Di Maio, ministro del Lavoro, durante la discussione e la votazione di fiducia al Governo Conte alla Camera dei Deputati, Roma, 6 giugno 2018. ANSA/RICCARDO ANTIMIANI

di Fabio Seferi

Dopo settimane convulse il governo Conte è finalmente riuscito ad insediarsi incassando nei giorni scorsi la fiducia di Senato e Camera. Un governo “programmatico” in quanto fortemente ancorato all’implementazione del contratto di governo concordato tra Lega e M5S. Particolare importanza assume in questa nuova legislatura la postura che l’Italia terrà in politica estera. In una congiuntura critica senza precedenti – nella quale si intersecano crisi migratorie, instabilità e conflitti nelle periferie del continente europeo, nuove forme di terrorismo, maggiore competizione in ambito economico ed un incremento del numero delle minacce alla sicurezza nazionale – la classe politica italiana è chiamata a rispondere ad una serie di interrogativi. Il contratto di governo, nelle poche righe dedicate alla sezione “esteri”, detta le linee guida di quello che dovremmo aspettarci nei prossimi cinque anni in ambito internazionale.

I due punti cardine sono rappresentati dalla “centralità dell’interesse nazionale” e dalla “promozione a livello bilaterale e multilaterale”. Nessun stravolgimento di sorta per quanto riguarda la cornice all’interno della quale si muove l’Italia: lo stesso contratto sottolinea l’appartenenza all’Alleanza atlantica e la forte e privilegiata partnership con gli Stati Uniti. Tuttavia il programma “legastellato” preconizza l’apertura nei confronti della Russia, innanzitutto in ambito economico-commerciale. Per questo motivo viene considerato come opportuno la rimozione delle sanzioni alla Russia, scaturite dopo l’annessione della Crimea da parte di quest’ultima. Una posizione questa che ha subito “allarmato” i grandi partner europei e transatlantici. Infatti sia la Germania che la Nato si sono espressi in merito: da una parte, la cancelliera tedesca Angela Merkel ha dichiarato che le sanzioni sono arrivate dopo precise scelte di Mosca; dall’altra, Jens Stoltenberg, segretario generale della Nato, il quale ha sottolineato l’importanza delle sanzioni per far cambiare comportamento alla Russia, secondo la doppia strategia parallela di deterrenza e dialogo politico. In ogni caso l’apertura nei confronti della Russia si inserisce in un clima politico più ampio di quello italiano. E’ stato lo stesso Presidente della Commissione Europea Jean-Claude Juncker a sollecitare ad una maggiore cooperazione con il gigante russo pochi giorni fa. Una mossa che sembra voler anticipare questa nuova fase della politica estera europea, più incline a maggiori rapporti con la Federazione Russa. Fase che riceve una spinta fondamentale proprio con l’insediamento del nuovo governo italiano – da tenere in conto anche il governo nazionalista di (ultra-)destra austriaco, che rappresenta un altro “amico” di Putin. Una posizione, quella italiana, che in ogni caso non stupisce più di tanto in quanto entrambi i partiti – sia Lega, sia M5S – si sono espressi in questi termini già in periodo di campagna elettorale. La stessa Russia inoltre è vista come un “interlocutore strategico” nelle varie crisi del Mediterraneo allargato: Siria, Libia, Yemen.

Un Mediterraneo che rappresenta lo scenario principale degli sforzi della politica estera italiana in quanto culla di tanti fattori di instabilità: dai flussi migratori all’estremismo islamico. Infatti il contratto di governo contiene due passaggi significativi a questo proposito: il primo concerne il “rifocalizzare l’attenzione sul fronte del Sud”, mentre il secondo riguarda il voler “intensificare la cooperazione con i Paesi impegnati contro il terrorismo”. Problema principale appare il controllo e la gestione dell’immigrazione nel bacino del Mediterraneo, con Matteo Salvini – neo-nominato Ministro dell’Interno – che sta già cercando di tessere una rete di alleanze in seno all’Unione Europea per ottenere i respingimenti dei migranti in mare. Tuttavia lo sforzo non dovrebbe esaurirsi qui, bensì bisognerebbe considerare politiche di più ampio respiro da implementare in cooperazione con i paesi di provenienza: soprattutto la fascia saheliana e del Corno d’Africa. Considerando le oscillazioni dell’altalenante missione in Niger – con un presunto stop, successivamente negato dallo Stato Maggiore della Difesa italiana – non sembra facile attuare una politica organica in Africa, svincolata dagli equilibri di forza presenti nel continente e che meglio tuteli l’interesse nazionale italiano. Equilibri di forza che passano dalla presenza ingente della Francia nelle sue ex-colonie, al probabile disimpegno progressivo degli Stati Uniti, al coinvolgimento sempre maggiore della Cina – in vaste porzioni dell’Africa subsahariana e, punto centrale, non come attore securitario.

In definitiva si tratta di una politica estera la quale, benché formalmente dal contratto di governo emerga come scarna ed asciutta, appare già dalle prime mosse fatte dall’esecutivo come più muscolare rispetto alle precedenti legislature. L’agenda di incontri in forum internazionali molto importanti da qui a fine anno è fittissima: il G7 in Canada dell’8-9 giugno, il Consiglio Europeo del 28-29 giugno, il summit della Nato l’11-12 luglio, il G20 in Argentina a fine novembre. Tutti momenti in cui le posizioni dell’Italia in merito ai temi più importanti della politica internazionale verranno chiarificati ulteriormente.