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Il No della Vallonia al Ceta. Un Sì alla democrazia?

Arrivando in Belgio si ha da subito la sensazione di essere in un piccolo paese che contiene molto. Partiamo dai dati: la federazione Belga è il secondo paese per densità di popolazione dell’Unione Europea, preceduto solo dai Paesi Bassi. Ma non è tutto. Il Belgio non è solo denso di popolazione, ma è anche ricco di diversità sociali, culturali e politiche che ne fanno un vero e proprio melting pot. L’elemento di diversità che salta quasi immediatamente agli occhi è senz’altro quello linguistico. La Federazione Belga è infatti suddivisa in tre Regioni: le Fiandre, la cui popolazione parla fiammingo; la Regione di Bruxelles-capitale, ufficialmente bilingue ma in prevalenza francofona e la Vallonia, la cui popolazione francofona, di gran lunga maggioritaria, è affiancata da una minoranza di lingua tedesca.

Ed è proprio quest’ultima, la Vallonia, che si è venuta a trovare in questi giorni al centro dell’attenzione politica europea ed internazionale. Il suo Parlamento si è infatti espresso contro l’accordo commerciale negoziato tra Unione Europea e Canada, il cosiddetto CETA (Comprehensive Economic and Trade Agreement). I negoziati tra Ottawa e Bruxelles si sono aperti nel 2009 e conclusi nell’agosto 2014 con la firma di un testo di circa 1500 pagine che, per volere della stessa Commissione, per entrare in vigore richiede l’approvazione di tutti i Parlamenti degli Stati membri.

Le ragioni dell’opposizione vallona si sono possono riassumere in quattro punti. In primo luogo la questione OGM e degli ormoni. La Vallonia chiede che sia espressamente vietata la somministrazione di ormoni ai bovini. Ciò non solo per ragioni sanitarie, ma anche economiche, in quanto una volta consentito l’utilizzo di ormoni bisognerebbe spendere il 20% in più per produrre la medesima quantità di carne senza ormoni. In secondo luogo la Vallonia chiede che i servizi di interesse generale, in particolare la mutua, restino fuori dal CETA, al fine di evitare che un investitore straniero possa entrare in competizione con i servizi di sicurezza sociale nazionali. Namur considera inoltre inutile e pericoloso il sistema legale di risoluzione delle controversie tra Stati e multinazionali in quanto sia Canada che Unione Europea dispongono già di sistemi giudiziari in grado di occuparsi di questi casi. Infine, CETA è considerato – non solo dalla Vallonia ma da molti – una strada alternativa per vedere comunque in funzione i meccanismi del TTIP nel caso quest’ultimo non dovesse venire firmato. Le corporations statunitensi sarebbe infatti in grado di usufruire delle norme CETA attraverso filiali canadesi.

La situazione è in costante evoluzione. Al momento in cui si scrive la Vallonia ha bloccato la firma del CETA affermando che le condizioni per la firma del Trattato non sussistono.

Circa 3 600 000 abitanti, rappresentanti il 40 % della popolazione belga e neanche lo 0,2% di quella dell’Unione Europea. Questa è la Vallonia. Il dibattito intorno al comportamento della Vallonia ruota indirettamente attorno a questi dati. Sono molti ad essere rimasti spiazzati dal rifiuto di Namur. Sono in molti a ritenere ingiusto che una regione così piccola stia bloccando un accordo sul quale c’è l’assenso di 27 paesi. Chi solleva queste critiche, tuttavia, non tiene conto di un elemento fondamentale: è stata la stessa Commissione Europea a dare questo potere ai Parlamenti nazionali, non dando evidentemente troppo credito alla possibilità di un’opposizione. Viene allora da chiedersi come mai Bruxelles abbia portato avanti dei negoziati senza verificare in itinere le posizioni dei vari Parlamenti. Viene da domandarsi se non sarebbe stato più proficuo confrontarsi sin da subito invece di affidare il destino di un accordo presentato come fondamentale a comitati di conciliazione dell’ultimo minuto nonché alle lacrime del primo ministro canadese. La possibilità per i Parlamenti di esprimersi in merito è certamente sintomo di democrazia, ma il fatto di doversi esprimere su un “pacchetto” già confezionato lo è molto meno.

Non solo i negoziati sono stati condotti tenendo in scarsa considerazione le posizioni dei Parlamenti. È mancata anche l’attenzione verso i cittadini, verso la cosiddetta società civile, che ha reagito covando dentro di sé un ampio dissenso. Paura? Ignoranza? Certamente, ma è nel non colmare i vuoti lasciati da questa paura e questa ignoranza con un’informazione trasparente, accessibile e su larga scala che l’Unione Europea ha sbagliato. Comportamenti di questo genere non fanno altro che aumentare lo scollamento tra cittadini ed istituzioni europee e, di conseguenza, rinforzare lo stereotipo della tecnocrazia. Ha sbagliato nei confronti dei Parlamenti poiché ha sottostimato l’effettiva possibilità che essi si opponessero. Ed ha sbagliato nei confronti dei cittadini, che in quanto tali hanno diritto di essere informati su un accordo che influenzerà le loro vite. Tutto ciò ha provocato un dissenso di cui è doveroso tenere conto, e da cui è necessario imparare al fine di agire, in futuro, in maniera maggiormente inclusiva.

La considerazione che diamo alla scelta della Vallonia va di pari passo con l’Unione Europea che vogliamo nel futuro. Risulta più auspicabile, nell’opinione di chi scrive, il blocco del CETA – accordo sul quale c’è obiettivamente un alto livello di dissenso – piuttosto che uno scenario in cui i Parlamenti si esprimono su “pacchetti” già decisi da altri. O preferiamo continuare ad accusare l’Unione Europea di lasciare scarso spazio ai meccanismi democratici salvo poi criticarla quando le nostre accuse vengono smentite?

Matteo Marenco

 

Riferimenti

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