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Perché il voto ai sedicenni è una norma di civiltà

Di Francesco Bortoletto (da NEOS magazine)

Breve storia di un’idea

Tra i temi prioritari posti sul tavolo dal neoeletto segretario Pd Enrico Letta nel suo discorso all’Assemblea nazionale lo scorso 14 marzo, accanto al controverso Ius soli, ha fatto nuovamente capolino quello del voto ai sedicenni. Non si tratta certo di un motivo nuovo: al contrario, la lista di simili suggerimenti è lunga. La prima indicazione in tal senso di cui si ha traccia risale al 1848, quando ancora non esisteva il Regno d’Italia, e proveniva da un protagonista del nostro Risorgimento del calibro di Antonio Rosmini.

In tempi più recenti, l’argomento è tornato alla ribalta in più di un’occasione ed è stato fatto proprio da varie formazioni politiche. Nel 2003 era stato l’economista cattolico Luigi Campiglio a riprenderlo, spingendosi fino a suggerire l’istituzione di un «voto per procura» per i bambini, da affidare alle madri. Il voto agli under-18 viene poi riproposto da Walter Veltroni nel 2007, quando nacque il Pd, e nel 2013 è un altro parlamentare dem, l’attuale Presidente ANCI Antonio Decaro, afirmare un disegno di legge per accordare ai sedicenni il diritto di voto per le elezioni locali.

Del 2015 la proposta di legge di riforma costituzionale, depositata dall’allora Lega Nord, per abbassare la soglia d’età per l’elettorato attivo da 18 a 16 anni, uniformandolo per entrambi i rami del Parlamento. Nel biennio successivo, è il Movimento 5 Stelle a intestarsi questa battaglia. Dapprima per bocca del fondatore Beppe Grillo (2016), quindi attraverso l’iniziativa dei gruppi parlamentari (2017), i pentastellati propongono una riforma costituzionale che prevede, tra le altre cose, l’equiparazione degli elettorati attivi, come caldeggiato dal Carroccio.

All’alba del Conte bis, è dunque il (primo) turno di Enrico Letta, che ritorna sul tema sostenendo che il nuovo esecutivo potesse avere le carte in regola per portare a termine questa riforma, descritta come urgente per il Paese. Nelle parole dell’ex premier, è «un modo per dire a quei giovani che abbiamo fotografato nelle piazze (con le manifestazioni del movimento ambientalista Fridays For Future, ndr), lodando i loro slogan e il loro entusiasmo: vi prendiamo sul serio e riconosciamo che esiste un problema di sottorappresentazione delle vostre idee, dei vostri interessi».

Perché no?

All’epoca, quasi tutte le forze politiche presenti in Parlamento si dissero in favore della proposta. Nonostante questa apparente convergenza, il fronte dei contrari rimane piuttosto nutrito, specialmente nella società civile. Proviamo allora ad esaminare i principali argomenti di chi dice «no, grazie».

La tesi forse più comune nel campo degli scettici tira normalmente in ballo gli scarsi livelli di maturità, istruzione e consapevolezza politica riscontrabili nei ragazzi di 16-17 anni. Non sono certo solo critiche moraleggianti: a sostenere l’impulsività dei giovani sono anche esponenti del mondo scientifico, come ad esempio alcuni psicologi dello sviluppo. Il punto, si sostiene, è che a quell’età i ragazzi si lasciano dominare dalle emozioni e dalle passioni. Naturalmente, tali pulsioni possono essere facilmente manipolate, sì da influenzare con relativa facilità questo pubblico.

Collegata al precedente è, poi, la dimensione generazionale della questione. Da un lato si sostiene che gli under-18 siano tendenzialmente portati a votare come i genitori. Dall’altro, ci si spinge a sottolineare le differenze tra le coorti dei giovani d’oggi e quelle di tre, quattro, cinque decenni fa: a sentire Stefano Vespa, «chi è cresciuto negli anni Settanta aveva una maturità politica sconosciuta ai giovani di oggi». Dalle contestazioni studentesche (1968) al referendum sull’aborto (1981), le giovani generazioni si sono rese vocali protagoniste di una delle stagioni più calde di rinnovamento politico del nostro Paese, laddove i sedicenni di oggi preferiscono parlare di TikTok anziché commentare la scissione di +Europa (sic).

Ma esistono anche problemi più tecnici. Abbassare la soglia minima per l’elettorato attivo, infatti, comporterebbe numerose «insidie giuridiche», come le chiama il presidente emerito della Consulta Cesare Mirabelli. Secondo Mirabelli, le strade legali per consentire l’estensione del voto ai sedicenni sono sostanzialmente due. Una passa attraverso la modifica della Costituzione, inserendo in quest’ultima una norma che specifichi l’età con la quale si acquisisce la capacità elettorale. L’altra comporta un emendamento al Codice civile (art. 2), per cui la soglia della maggior età venga fissata a 16 anni anziché 18. Nel primo caso, il rischio è quello di creare una situazione d’«irragionevolezza» tale per cui l’età minima per votare diverrebbe inferiore all’età minima richiesta per altre attività, meno rilevanti. Nel secondo caso, rimane il fatto che un simile mutamento coinvolgerebbe a cascata anche altri settori, sia civili che penali (dalla patente di guida alle norme previdenziali, dal diritto penale all’età matrimoniale). Insomma, se un intervento ci dev’essere, questo dev’essere condotto in modo tale da garantire l’armonizzazione dell’intero sistema normativo: una faccenda estremamente laboriosa dal punto di vista pratico e problematica da quello concettuale.

Infine, ci si può legittimamente chiedere se quella del voto ai sedicenni sia la reale priorità politica nel caso in cui davvero si voglia andare incontro alla popolazione giovanile. Non sarebbe il caso, prima di concedere il voto ai ragazzi, di metterli nelle condizioni di formarsi meglio, ristrutturando il sistema scolastico? Sono interrogativi che si è posta, tra gli altri, Michela Marzano, che si domanda se si intenda discutere seriamente con i giovani dei temi centrali dell’attualità, o se si pensa al contrario di scaraventarli nell’arena politica senza fornir loro gli adeguati strumenti, senza suscitare in loro «il desiderio di esserci».

In difesa dell’estensione

Sul versante opposto del dibattito, l’argomento cui si fa più frequente ricorso è quello dello squilibrio demografico nel terzo Paese più anziano del pianeta. I dati ISTAT ci dicono che la platea di riferimento (ragazzi di 16-17 anni) ammonta a poco più di 1,1 milioni di individui (2020), grosso modo un 2% dell’elettorato recatosi alle urne nel marzo 2018. (Per farci un’idea, nel 2020 i residenti over 70 sono quasi 10,4 milioni.) Dunque, anche se tutti i sedicenni e diciassettenni votassero compatti un unico partito (eventualità altamente inverosimile), non disporrebbero di una forza numerica tale da incidere realmente sugli equilibri politici del Paese.

Ma allora, perché sostenere una simile proposta? Si tratta, per molti, di dare un segnale: dal momento che, nonostante le provocazioni di Grillo, non è pensabile sottrarre la capacità elettorale agli ultra-65enni (per quanto possa essere interessante discutere il punto, avanzato dal filosofo Philippe Van Parijs, per cui «le persone dovrebbero avere il potere di influenzare le decisioni in proporzione alla misura in cui sono suscettibili di sostenere le conseguenze di tali decisioni»), dovrebbe tuttavia essere fattibile, specularmente, estendere il franchise del voto all’altro estremo dello spettro demografico.

Ma non si tratta solo di mera demografia, anzi. Per alcuni, come il professore Alessandro Rosina, allargare il diritto di voto ai sedicenni significa non arrendersi all’idea che gli equilibri demografici decidano per noi che i giovani contano poco. Constatando che il nostro Paese soffre di una diseguaglianza cronica nella distribuzione del benessere e delle opportunità, Rosina sostiene che ci siano molteplici benefici derivanti dall’inclusione delle energie e istanze giovanili nel processo decisionale. I giovani sono il segmento di popolazione che ha al contempo più da perdere e più da guadagnare dalle conseguenze di medio-lungo periodo delle scelte che vengono prese oggi: far sì ch’essi possano prendere parte alle scelte stesse è dunque una norma basilare di perequazione generazionale. A sostegno di questa tesi, il leitmotiv per cui i giovani d’oggi sono apatici e disinteressati alla comunità viene smontato guardando ai dati relativi al servizio civile: oltre il doppio delle richieste rispetto ai posti disponibili. Per non parlare, poi, delle mobilitazioni sempre più partecipate (anche ora, nel rispetto delle norme anti-contagio) in difesa della giustizia ambientale e sociale: alla faccia dei giovani scansafatiche e immaturi!

Mettere i ragazzi nella posizione di poter condizionare – pur marginalmente – le scelte strategiche dell’Italia, per non correre il rischio che quest’ultima rimanga un Paese per anziani, e non riesca a (tornare ad) essere uno per giovani. Suona così il monito del costituzionalista Francesco Clementi, secondo il quale la differenza nell’elettorato attivo e passivo dei due rami del Parlamento (nel contesto di un bicameralismo paritario che è tanto eccezionale quanto disfunzionale) non può che produrre risultati «schizofrenici». Spostare, uniformandolo, il momento elettorale verso i sedici anni potrebbe consentire, sostiene Clementi, di «baricentrare la discussione pubblica sul futuro e sulle prospettive» del Paese da un lato e, dall’altro, di ridurre significativamente i proverbiali problemi di governabilità, derivanti, almeno in parte, da maggioranze spesso diverse alla Camera e al Senato.

Un’ulteriore freccia nell’arco dei sostenitori della proposta ruota intorno al discorso della responsabilizzazione: se, adeguatamente formati i ragazzi, li si responsabilizzasse garantendo loro il diritto di voto, essi saprebbero usare questo strumento almeno quanto lo sanno usare i loro vecchi. Infatti, se si può concedere che tanti sedicenni possono risultare immaturi, è altrettanto vero che l’immaturità non scompare come per magia al compimento del diciottesimo anno d’età. Se, inoltre, per molti ragazzi le porte del mondo occupazionale si aprono già a sedici anni, perché dovremmo ritenerli sufficientemente adulti per lavorare (e versare i relativi contributi), ed eventualmente anche andare in carcere, ma non abbastanza per votare? Non sono, queste, azioni che denotano un’eguale assunzione di responsabilità? Che ne è stato del principio democratico espresso nella formula «no taxation without representation»?

Se, infine, vogliamo sostenere che non solo la maturità, ma un’adeguata comprensione di «come gira il mondo», tale da non farsi infinocchiare dai demagoghi di turno, sia segnatamente quella che manca ai sedicenni, basta guardarsi intorno per accorgersi che le coorti elettorali più anziane sono almeno altrettanto manipolabili e inclini al voto «di pancia» (vogliamo parlare della facilità con cui i baby boomers, e non i membri della Z generation, cadono vittime delle fake news?). Dovessimo subordinare il diritto di voto ad una non meglio definita «maturità», ci ritroveremmo probabilmente con un corpo elettorale fortemente ridimensionato. Peraltro, chi decide quando qualcuno è (im)maturo, e con quali criteri? Volessimo usare come criterio quello dello sviluppo cerebrale che, è vero, è ancora incompleto nei sedicenni (così come lo è nei diciottenni), dovremmo coerentemente revocare il diritto di voto anche agli elettori più anziani, vittime dell’opposto processo di deterioramento fisiologico delle facoltà cerebrali.

Educazione, educazione, educazione!

Appare evidente che un provvedimento mirato unicamente ad estendere il diritto di voto alla platea dei sedicenni e diciassettenni è, di per sé, un atto privo di significato. Come detto, un simile cambiamento non modificherebbe sensibilmente i rapporti di forza tra i diversi segmenti dell’elettorato. Né, conseguentemente, l’incentivo per i partiti alla formulazione di proposte politiche rivolte ai giovani sarebbe sufficientemente forte. Viceversa, un tale provvedimento deve necessariamente collocarsi all’interno di un intervento più ampio, organico, sistemico. Per rendere l’allargamento di questo franchise realmente effettivo c’è bisogno di un approccio strutturato e lungimirante, che intervenga contestualmente su più livelli.

Intendiamoci: nessuno è qui a sostenere che il voto ai sedicenni possa rappresentare la panacea dei mali della politica nostrana. L’approccio sistemico di cui si parla significa che una riforma del genere deve accompagnarsi, come minimo, ad un cambiamento nell’impostazione del sistema educativo. L’inserimento, almeno nella scuola dell’obbligo, di corsi organici di educazione civica e partecipazione democratica costituisce la chiave senza la quale la porta del futuro rimarrà chiusa. Fornire ai giovani gli strumenti per esercitare con piena consapevolezza la propria cittadinanza democratica è la sfida con cui le forze politiche che davvero abbiano a cuore il futuro di questo Paese e dei suoi figli devono misurarsi con urgenza. A conti fatti, dunque, osservazioni come quelle di Marzano non rappresentano tanto dei motivi per opporsi al voto ai sedicenni quanto, piuttosto, delle indicazioni preziose sulle coordinate da seguire per rendere questa proposta un’occasione inestimabile per il Paese.

Solo dopo si potrà discutere di tutte le altre questioni (ad esempio l’equiparazione dell’elettorato attivo delle camere, per la quale c’è un ddl arenato in Parlamento dallo scorso ottobre, oppure l’opportunità di far votare i sedicenni, per cominciare, solo alle elezioni locali) che, di fatto, sono ancillari rispetto all’obiettivo primario: quello di formare non solo studenti ma, prima di tutto, cittadini consapevoli. Del resto, a riprova della sua centralità, tale condizione è posta in modo sostanzialmente unanime nel dibattito sul tema, tanto dai sostenitori quanto dai critici della proposta. Un’impresa facile? Assolutamente no. Ma il mondo nel 2021 non è un mondo facile, né lo sono le sfide con cui le nostre società sono chiamate a confrontarsi. In un mondo che muta con rapidità crescente, serve dimostrarsi all’altezza della complessità: serve ripensare i nostri sistemi, per renderli adeguati alle nuove esigenze.

Megafoni e batterie

Ecco perché quella che Enrico Letta ha lanciato al suo partito è una sfida fondamentale, che non solo il Pd ma l’intera élite politica deve raccogliere. Attenzione, però, che riempirsi la bocca col voto ai sedicenni ma lasciare nel frattempo i sedicenni (e tutti gli altri studenti) in DAD, senza occuparsi realmente di loro, non è solo ipocrita: è dannoso e sbagliato. Dice bene il neosegretario: bisogna far comprendere agli insegnanti che il loro è il mestiere più bello del mondo. Ma questo bel proposito si deve tradurre in politiche lungimiranti nel mondo della scuola, drammaticamente sottofinanziato da decenni. Dice bene, sì: bisogna far parlare i giovani, non parlare dei giovani. Ma i giovani, per parlare, non hanno bisogno solo di un megafono, quale può essere il diritto di voto: è essenziale che, in quel megafono, siano state correttamente inserite le batterie. Le nuove generazioni devono essere coinvolte, non strumentalizzate. Chiamarle in causa per accaparrarsi facili consensi, senza una visione coerente e articolata, è disgustoso, più di quanto non lo sia ignorarle.

È bene che di questo ci si ricordi, in sede di stesura del piano nazionale di ripresa post-pandemica: tanto più che, guarda caso, lo strumento europeo che ci ostiniamo a chiamare Recovery Fund («fondo per la ripresa») si chiama in realtà Next Generation EU («nuova generazione UE»). La differenza d’accento è evidente; e di questa differenza, vogliamo augurarci, ha piena contezza il nuovo Presidente del Consiglio, Mario Draghi. In un recente intervento, prima di essere richiamato al Colle, l’ex governatore della BCE sottolineava come i giovani debbano necessariamente trovarsi al centro delle attenzioni di un Paese che voglia guardare alla crescita. A maggior ragione nella congiuntura attuale, per cui si sta alzando a dismisura il livello del debito, è fondamentale che le politiche strutturali siano rivolte a chi quel debito lo dovrà ripagare in futuro. Anche se Draghi non vi ha fatto esplicito riferimento, l’immagine evocata dalle sue parole era quella di Enea che regge sulle spalle il vecchio Anchise. Il rischio, se i muscoli di Enea si atrofizzano, è che entrambi rovinino al suolo: con buona pace del futuro dell’uno e della salute dell’altro.

In ogni caso, al netto delle questioni generazionali, c’è un’ultima considerazione che vale la pena di fare. Storicamente, il percorso democratico è stato quello della progressiva emancipazione di segmenti sempre più larghi di popolazione, di un’inclusione sempre maggiore attraverso lo strumento principe del voto. Dal voto sulla base del censo a quello sulla base del livello d’istruzione, dal suffragio universale maschile al voto alle donne, il progresso democratico si è sempre diretto verso una partecipazione sempre maggiore del corpo sociale alla vita politica. Chi si opponeva a concedere il voto alle donne, vale la pena ricordarlo, sosteneva che queste non ne fossero degne, adducendo motivazioni non troppo dissimili da quelle che abbiamo esaminato.

Oggi condanniamo unanimemente tali posizioni: a battersi per allargare i diritti ci si ritrova sempre, alla fine, dal lato giusto della Storia. E quella del voto ai sedicenni, per i motivi discussi, è una norma di civiltà. Ad ogni buon conto, per fugare i dubbi circa la fattibilità di una mossa del genere, è opportuno ricordarci che in diversi altri Paesi, in Europa e nel mondo, il voto ai sedicenni è già realtà. Forse, dopotutto, è solo questione di tempo.