Repubblica delle Maldive e il caso Australia per i rifugiati climatici. Un ecosistema a rischio.

La Repubblica delle Maldive, con i suoi 298 kmq, è tra le più piccole al mondo, ma al contempo sovraffollata. La sua capitale, Malè, ha circa 95.000 abitanti e la popolazione complessiva supera i 344.000.

La valuta locale è la Rufia, anche se il dollaro è la moneta di scambio nettamente preferita. La lingua locale è il ‘dhivehi’ con una molteplicità di parole di derivazione araba, infatti come quest’ultimo si scrive da destra verso sinistra. Le risorse economiche sono date dalla pesca e dal turismo. La pesca avviene tramite le caratteristiche barche maldiviane denominate ‘dhoni’ utilizzate anche per il trasporto di merci.

     La religione di Stato è quella islamica sunnita e la popolazione è totalmente musulmana. In passato, la rinuncia alla fede islamica era punita con la pena di morte, adesso rinunciare alla fede di Stato porta alla revoca immediata della cittadinanza. Tra i principali precetti dell’Islam che i maldiviani sono tenuti ad osservare rigorosamente vi sono: la professione della fede, il digiuno nel mese del Ramadam e la preghiera rituale (più volte al giorno il muezzin chiama alla preghiera). Un aspetto da sottolineare concerne il fatto che l’Islam vieta l’alcool ai fedeli: per questo motivo la legge maldiviana vieta ai maldiviani le professioni che somministrano alcolici (ad esempio è il caso dei barman). A questo proposito nelle aree esclusivamente turistiche (per tali professioni) si è accentuato una richiesta di lavoratori provenienti principalmente da Bangladesh e Sri Lanka. Pur essendo cittadini di Paesi islamici non incorrono in sanzioni non possedendo la cittadinanza maldiviana. Diversamente da altri paesi di religione musulmana, la figura della donna è meno marginalizzata. Questo grazie all’ampliamento del sistema scolastico e una crescente disponibilità di lavoro (dimensione allargata anche alla donna). Nella società maldiviana le donne possiedono un significativo potere decisionale nella sfera familiare. Le donne maldiviane mantengono il nome da nubile anche dopo le nozze e possono acquistare beni (ad esempio terreni) e fare affari senza il controllo dell’uomo. A Fehlidoo, la più grande isola dell’atollo Vaavu e più grande isola dei pescatori, esiste una scuola primaria e centro educativo dell’atollo (la scuola secondaria è invece presente solo a Malè), che è stata costruita grazie all’aiuto dell’Unicef nel 2007 dopo lo tsunami.  La missione della scuola è quella di rendere i bambini dei cittadini migliori, promuovere l’amore per l’Islam ed eguali opportunità. Nella foto si può leggere la missione della scuola sia in inglese che in dhivhei.


Foto di Valentina Roselli, Fehlidoo, Repubblica delle Maldive, 16/02/2017

Le classi in cui si svolge lezione sono miste, tuttavia le bambine, durante le ore di lezione, devono sedersi agli ultimi banchi, perché i posti in prima fila sono riservati solo ed esclusivamente ai maschi.

Foto di Valentina Roselli, Fehlidoo, Repubblica delle Maldive, 16/02/2017

(il complesso scolastico).

 

Per quanto concerne l’ordinamento dello Stato e l’amministrazione degli Atolli, la Repubblica delle Maldive è indipendente dal 26 luglio 1965. È in tale data che viene sancita la fine del protettorato inglese.

Foto di Valentina Roselli, Fehlidoo, Repubblica delle Maldive, 16/02/2017

Il sistema elettorale maldiviano rispecchia il carattere di Repubblica presidenziale. Il presidente viene indicato dal Parlamento ma la nomina deve essere ratificata da un referendum popolare. Il Parlamento è composto da 48 membri, dei quali due sono rappresentanti eletti da ciascun Atollo mentre gli altri sono di nomina presidenziale. In ciascun Atollo vi è un governo locale (suddivisioni amministrative) diretto da un capo politico c.d. ‘Atolu Verin’ e un capo religioso detto ‘Gazi’, quest’ultimo interprete ufficiale della legge coranica che è la base dell’organizzazione sociale e giuridica della comunità. Oltre al capo politico Atolu Verin vi è anche in ogni isola un capo che coordina la vita amministrativa e prende il nome di Khatheeb. I capi delle isole dipendono dal capo Atollo, il quale è in stretto contatto con il Presidente e con il Ministero degli Atolli a Malè. Il capo Atollo dirige e amministra tutte le attività che si svolgono nelle isole dell’Atollo stesso. In ogni isola abitata, vi è una Corte di giustizia che provvede a far rispettare le leggi.

     Particolarmente curiosa è la modalità di voto all’interno delle isole. Vi è la consuetudine di disegnare sui muri dei palazzi il proprio voto e adornarlo con scritte e disegni floreali. Il fiore generalmente rappresentato è il ‘frangipane’ che rappresenta il fiore del tempio.

Foto di Valentina Roselli, Fehlidoo, Repubblica delle Maldive, 16/02/2017

     “Secondo uno studio pubblicato sulla rivista ‘Global and Planetary Change’, entro il prossimo secolo le Maldive — una delle meraviglie naturali del mondo, oltre mille piccole isole tra il sud dell’India e l’equatore, potrebbero non esserci più”.[1] Le cause sono molteplici, dallo sfruttamento turistico di intere aree al riscaldamento globale, e ad un particolare fenomeno climatico chiamato ‘El Niño’ che provoca il surriscaldamento delle acque con il conseguente sbiancamento dei coralli ed un cambiamento dei fondali ed habitat marini. La questione del cambiamento climatico ha portato ad interrogarsi sulla giurisprudenza del ‘rifugiato climatico’ e con particolare riguardo al caso australiano. “Il Consiglio Australiano per i rifugiati ha sollecitato il governo a riconoscere formalmente lo status di rifugiato climatico a tutti coloro che sono costretti a fuggire a causa degli effetti del climate change. […] L’obiettivo è quello di offrire una protezione simile a quella riconosciuta agli esuli di guerra e ai perseguitati. La Convenzione dei Rifugiati del 1951, infatti, tutela unicamente coloro che hanno un fondato timore di essere perseguitati nel loro Paese per ragioni di razza, religione, nazionalità o appartenenza ad un determinato gruppo”.[2]

 

Valentina Roselli

[1] Maria Corbi, “Le Maldive a rischio scomparsa, e non solo”, La Stampa, 13/01/2013.

[2] Canberra, “Le isole del Pacifico sono minacciate dai cambiamenti climatici. Australia verso il riconoscimento dei rifugiati climatici”, 17/04/2013, www.rinnovabili.it

Precedente La pratica del regime change: la politica estera statunitense in Medio Oriente vista da John Mearsheimer Successivo 25/03/1957 – 25/03/2017, Trattati di Roma. Sessant’anni e (non) sentirli?