IL CONFLITTO SIRIANO: UNA PARTITA (anche) FRA GIOCATORI ESTERNI, parte 2

Gli attori regionali e i loro interessi

Al fianco di Hezbollah, l’impegno dell’Iran nel conflitto siriano è tutto a sostegno delle forze governative. È doveroso ricordare che la famiglia di Assad è una delle più potenti all’interno della minoranza siriana degli alauiti, piccola numericamente ma molto influente in Siria, di confessione sciita e per questo legata alla Repubblica Islamica dell’Iran. Tuttavia, la Repubblica Araba Siriana pone le proprie basi non su questioni religiose, poiché la Siria è uno stato secolarizzato e pluriconfessionale in cui cristiani, musulmani sunniti e sciiti vivono a fianco gli uni degli altri, ma sul socialismo nazionale arabo, l’ideologia del partito del presidente, il Baath’ (il cui significato è rinascita). Questo ha dato uno stimolo per la minoranza etnica curda che risiede in Siria a reclamare maggiore autonomia e a controllare una buona fetta del territorio della Siria settentrionale al confine con la Turchia e impegnata a combattere lo Stato Islamico, a volte al fianco e a volte in opposizione alle forze governative.

La Turchia guarda alla Siria come area per espandere la propria influenza nella regione, insieme all’obbiettivo di eliminare e reprimere il più duramente possibile la presenza curda nell’area, sempre stata una minaccia per l’integrità dello Stato turco sin dalla sua transizione ad una forma di governo repubblicana nel 1923. Per fare ciò la Turchia ha più volte effettuato incursioni in territorio siriano e, spesso, ha offerto supporto a miliziani ribelli e gruppi terroristici, giungendo perfino a finanziare lo Stato Islamico acquistandone il petrolio sul mercato nero.

Per questioni di petrolio (ma non solo), all’interno del conflitto siriano partecipano anche Qatar e Arabia Saudita, attraverso il finanziamento, l’armamento e il supporto mediatico dei ribelli e delle milizie islamiste. Il Qatar, fido alleato degli USA, che dispongono sul territorio del piccolo Emirato della base aere di Al Udeid, la più grande del Golfo Persico, e della Gran Bretagna, a causa delle alte importazioni di combustibili fossili provenienti da questa piccola penisola (nel 2012 l’ammontare di gas qatariota importato dalla Gran Bretagna ammontava al 26% delle importazioni totali secondo l’Agenzia Internazionale dell’Energia), è stato accusato da Russia e Germania di finanziare i terroristi in Siria ed attraverso la propria emittente Al-Jazeera, e la web tv politicamente corretta AJ+, sua creatura molto popolare su Facebook (la cui pagina conta più di 9,3 milioni di sostenitori), dipinge i ribelli siriani e gli elmetti bianchi come organizzazioni umanitarie impegnate nella lotta contro la dittatura per la democrazia, quando, in realtà, mettono in atto vere e proprie operazioni di propaganda, se non islamista, quantomeno filo-occidentale e anti-siriana, tanto penetranti da riuscire a far vincere un Oscar al controverso documentario sui White Helmets. L’interesse del Qatar, insieme a quello dell’Arabia Saudita, è quello di costruire un gasdotto che dal Golfo Persico giunga direttamente in Europa senza dover passare dal Canale di Suez e, più in generale, dal Mediterraneo. Anche la Turchia ha interessi legati alla costruzione di questo gasdotto, dal momento che diverrebbe un transito cruciale per la redistribuzione dei fossili verso l’Europa.

Uno dei principali motivi per cui questo gasdotto è tanto voluto si rifà anche la possibilità di indebolire l’Iran, che perderebbe una grossa fetta di mercato (recentemente ristabilita dopo l’accordo sul nucleare) più o meno garantita dalle rendite petrolifere. Inoltre, la Siria rifiutò, nel 2009, di partecipare al progetto congiunto di Qatar e Arabia Saudita, per il quale è invece evidente l’interesse turco, mentre nel 2011 firmò un accordo con Iraq e Iran per la costruzione di un gasdotto che avesse come sbocco il Mediterraneo, ma come sorgente i giacimenti di metano persiani. Ciò sarebbe stato un colpo durissimo per Arabia Saudita e Qatar: dando uno sguardo alle date, possiamo capire molte cose, e come tantissime questioni siano intrecciate fra di loro. L’Arabia Saudita, insieme a Qatar e Turchia, è accusata di finanziare e non di combattere il terrorismo, mentre il suo ruolo nel supportare e armare i ribelli siriani è palese. Le milizie islamiste supportate dalla famiglia Saudita ne condividono l’ideologia confessionale, e peggio ancora, questa ideologia è condivisa dallo Stato Islamico stesso. L’Arabia Saudita è inoltre il primo acquirente di armi al mondo, e i suoi rivenditori sono soprattutto Francia, Italia, Germania, Gran Bretagna e Stati Uniti, uniti anche nel business generato dal terrorismo. Insieme ad Israele, l’Arabia Saudita è uno dei principali nemici dell’Iran, con il quale si sta contendendo la supremazia nella regione non solo in Siria ma anche nello Yemen. La rivalità con l’Iran deriva anche da motivazioni religiose, in quanto l’Arabia Saudita si rifà ad una visione estrema dell’Islam sunnita, il wahhabismo, mentre l’Iran è il più grande stato sciita al mondo. L’Arabia Saudita è inoltre alleato strategico degli Stati Uniti nel Golfo Persico, che garantisce loro il controllo su un’area da cui anche India e Cina si riforniscono, mentre l’Iran ha, come proprio alleato maggiore, l’erede del più grande nemico degli USA: la Russia.

L’interesse russo nel conflitto siriano ha ragioni geostrategiche: la Siria di Bashar al-Assad non solo è un alleato di vecchia data, ma rappresenta anche la possibilità russa di mantenere una flotta nel Mediterraneo senza dover attraversare costantemente il Mar Nero e gli stretti controllati dalla Turchia. In particolare, la Russia dispone di ben tre basi militari sul territorio siriano: la base navale di Tartus, presente fin dai tempi dell’Unione Sovietica, la base aerea di Humaymim, di recentissimo utilizzo, e la stazione d’ascolto di Lataqia. Oltre alla presenza nel Mediterraneo, la Russia può, attraverso il proprio coinvolgimento nel conflitto siriano, avere maggiore voce in capitolo all’interno di un’area che, fino a pochi fa, era sotto la quasi totale egemonia occidentale, con la sola eccezione dell’Iran.

Le operazioni condotte dalla Russia prevedono il supporto aereo per l’Esercito Arabo Siriano principalmente contro le postazioni ribelli e jihadiste, mentre gli scontri diretti con lo Stato Islamico avvengono principalmente in zone strategicamente rilevanti. La ragione è semplice: la prima minaccia per Assad non è il Daesh in sé, ma la ribellione, in quanto interessata ad averne la testa anche in ragione del supporto dei paesi NATO e delle Monarchie del Golfo, mentre il sedicente Stato Islamico rappresenta, per Assad, un nemico secondario (ma pur sempre un nemico) che deve essere combattuto ma che è schiacciato anche su altri fronti: quello settentrionale, dove combatte contro i curdi del Rojava, e quello orientale, dove si scontra con i Peshmerga e l’esercito iracheno. Sebbene contro lo Stato Islamico sia schierata anche la coalizione internazionale guidata dagli Stati Uniti, che supporta l’esercito iracheno allo stesso modo di quanto fa la Russia con quello siriano, è capitato che la stessa coalizione colpisse l’Esercito Arabo Siriano a Deir el-Zor, centro petrolifero controllato dai governativi, favorendo l’avanzata dell’ISIS. Non sarebbe inoltre la prima volta che la coalizione colpisce le truppe di Assad e, purtroppo, nemmeno l’ultima. Il lancio dei missili tomahawk ordinato dal Presidente Trump avrebbe favorito l’avanzata dei terroristi, mentre il supporto aereo russo, per quanto localizzato, li ha generalmente respinti. Questo ha consentito alla Russia di fregiarsi del titolo di baluardo contro il terrorismo, insieme alle truppe governative, utile da spendere soprattutto in politica interna. La Russia ha infine un interesse di fondamentale sicurezza: fare in modo che la regione sia stabile e cessi di essere una culla per il terrorismo internazionale. Anche la Russia, come la Siria e l’Iraq, combatte costantemente contro gruppi jihadisti domestici diffusi soprattutto nel Caucaso settentrionale, il cosiddetto Emirato del Caucaso. Dalla Russia e il resto della Comunità degli Stati Indipendenti, inoltre, provengono circa 10.000 foreign fighters, ed è nell’interesse della sicurezza nazionale che questi non tornino a combattere nel territorio della Federazione.

Sarebbe ingenuo, tuttavia, non considerare che anche la Russia ha forti interessi energetici nell’area, legati principalmente alla sua fornitura di gas verso l’Europa: nel 2014, l’Unione Europea importava ben 119 miliardi di metri cubi di gas naturale proprio dalla Federazione Russa, pari a circa il 42% delle importazioni totali. Alcuni paesi, in particolare i più russo-critici come i paesi baltici, ne dipendono fino al 100%. La costruzione di un gasdotto che possa trasferire ingenti risorse di combustibile fossile dalle monarchie del Golfo in Europa è vista dalla Russia come fumo negli occhi, non solo per questioni economiche ma soprattutto d’influenza geopolitica. È meglio che sia un alleato strategico come l’Iran ad esportare le stesse risorse, piuttosto come competitori rivali o addirittura nemici, quali Arabia Saudita e Qatar, e che la sicurezza energetica russa nei confronti dell’Unione Europea sia pesantemente compromessa, a vantaggio, invece, sia dell’UE sia della Turchia, che avrebbe anzi modo di rafforzare la propria influenza in Europa, soprattutto nei Balcani, dove la competizione tra Bruxelles, Mosca ed Ankara si fa sempre più dura.

Conclusione

Come descritto in questo articolo, il conflitto siriano assume le dimensioni una partita a Risiko dove i variegati interessi di numerosi attori esterni si sovrappongono e si scontrano. Interessi di carattere energetico, strategico, geopolitico ed ideologico si intrecciano in quella che è stata definita, con dubbio successo, la guerra dei trent’anni del Medio Oriente. Le differenze con i conflitti di religione che dilaniarono l’Europa moderna e che sfociarono nel sistema vestfaliano, però, sono numerose e, in realtà, più che per il richiamo a fedi religiose, tutti (o quasi) gli attori in campo e fuori campo sembrano seguire una logica più affine alla raison d’Etat. Certo questo porta a molte contraddizioni, soprattutto per quanto riguarda l’Europa: se è comprensibile come il supporto alle milizie ribelli e ad un cambio di regime possa portare ad una maggiore sicurezza energetica nei confronti della Russia – ma non ad una totale liberazione dalla sua influenza, in quanto le infrastrutture d’epoca sovietica presenti nell’Europa orientale non verranno certo sostituite, tantomeno il flusso di combustibile – risulta tuttavia difficile riuscire a capire come questa strategia venga favorita alla crescita del radicalismo islamico e degli attacchi terroristici entro i confini dell’Unione Europea, insieme alla crisi migratoria che sta distruggendo l’Unione stessa sia all’interno dei suoi Stati membri, con una situazione aggravata dal suo sovrapporsi alle preesistenti crisi economica e frattura Nord/Sud, sia sul fronte Est/Ovest, che l’ha portata a firmare il discutibile accordo sui rifugiati con la Turchia.

Ma l’Unione Europa, in realtà, non è nemmeno un vero giocatore in questo contesto, poiché la voce dell’Occidente è in realtà quella di Washington, alla quale Bruxelles (quartier generale sia di UE e NATO) si accoda. Gli Stati Uniti, come mostrato, hanno interessi mirati al rafforzamento dei propri alleati nella regione (Arabia Saudita, Qatar, Turchia e Israele) e all’indebolimento dei nemici di entrambi, cioè Iran e Russia, la cui alleanza passa anche per la questione siriana. La conflittualità con Teheran è evidente sotto moltissimi aspetti, dalle difficoltà legate alla questione del nucleare iraniano alla guerra in Yemen, mentre quelle con Mosca hanno radici storiche e geopolitiche radicate nella Guerra Fredda, persistenti fino ad oggi, forse, anche a causa del conflitto geopolitico fra Terra e Mare teorizzato da Carl Schmitt, che vedono nelle crisi ucraina e, parzialmente, siriana una loro escalation.

In seguito all’intervento statunitense dei primi di aprile, dopo il quale si temeva un intervento stile Iraq anche sul suolo siriano, sembra che le acque siano tornate ad essere un po’ meno turbolente. La soluzione al conflitto siriano può essere militare solo se applicata dal fronte governativo con la sconfitta totale della ribellione, delle milizie estremiste e dello Stato Islamico. Se la soluzione militare fosse invece operata dagli oppositori del regime (soprattutto attraverso un intervento statunitense), il risultato sarebbe una nuova Libia, catapultata in un contesto di caos assoluto senza nessuna forma di tutela per i civili, che avrebbe ripercussioni negative su tutta l’area circostante e, in particolare, l’Europa. L’alternativa alla soluzione militare, sebbene sia ancora più difficile da ottenere, esiste, ed è quella politica: il 3 e 4 maggio si terranno ad Astana, capitale del Kazakistan, nuovi colloqui di pace a cui anche il Qatar ha dato il suo sostegno, che seguiranno i recenti incontri di Teheran fra Russia, Turchia e Iran. Quale possa essere il risultato di queste negoziazioni, che hanno di fatto sostituito in importanza quelle di Ginevra, ancora non ci è dato saperlo. Sembrerebbe però che, fra gli attori esterni, siano proprio Mosca, Ankara e Teheran a fare da padrone. Almeno fino a quando Washington non cercherà di dire la propria, avendo già dimostrato, a suon di missili, che la sua opinione non può essere ignorata.

IL CONFLITTO SIRIANO: UNA PARTITA (anche) FRA GIOCATORI ESTERNI, parte 1

Il lancio dei missili Tomahawk ordinato da Donald Trump in merito alle sue preoccupazioni circa quanto successo all’inizio di Aprile ad Idlib, Siria, dovrebbe far suonare molti campanelli d’allarme. Non è la prima volta che Bashar al-Assad viene accusato di aver usato armi chimiche contro la popolazione civile, fatto poi smentito da inchieste successive che individuarono i responsabili nei ribelli siriani e nei gruppi terroristi oppositori del regime, con lo specifico obbiettivo di fornire un casus belli per un intervento degli Stati Uniti. Fallirono allora, ma sembra che ci stiano riprovando adesso, sempre mettendo a repentaglio le vite dei civili che vivono nelle zone da loro controllate. Per poter capire le dinamiche di questo conflitto, tuttavia, non basta incolpare senza uno straccio di prove il presidente siriano: La verità va ricercata un po’ più a fondo, andando ad analizzare e capire quali possono essere le sue cause, gli interessi delle parti coinvolte e gli effetti delle loro azioni.

Il contesto originario

Le radici della guerra civile siriana risalgono al 2011, quando in Nord Africa si assiste al fenomeno delle cosiddette “primavere arabe”. Queste consistettero principalmente in cambi di regime in Tunisia, Egitto e Libia, alcuni frutto di una spinta dal basso, come in Tunisia, l’unica primavera di successo, altri di pressioni esterne, come la Libia, trasformatasi dallo Stato africano con l’indice di sviluppo umano più alto dell’intero continente ad una landa priva di qualsivoglia ordine costituito, in cui il governo di cui l’Italia si è fatto garante è costretto ad esercitare le proprie funzioni in una base navale a Tripoli per l’incapacità manifesta di mantenere l’ordine sul territorio libico. Le stesse primavere arabe vanno a collocarsi in un contesto ben più ampio, ovvero quello della pratica del regime change, nota anche come “esportazione della democrazia”, applicata dagli Stati Uniti e dai loro alleati sin dalla “guerra globale al terrore” e l’intervento in Afghanistan del 2001, e duramente criticata anche da voci accademiche americane fuori dal coro come quella di John Mearsheimer.

Parallelamente a ciò che stava succedendo nel Nord Africa, il vento delle primavere arabe si spostò nel Levante per approdare in Siria, dove iniziarono una serie di proteste contro il regime di Assad, che represse duramente il dissenso della piazza. Un po’ come capitò in Libia, i clamori verso il pugno di ferro delle autorità siriane, accusate di violare i diritti umani dei manifestanti, giunse a prospettare la necessità di un intervento umanitario per fermare il massacro. Il casus belli, in Libia, fu l’assunzione di mercenari da parte di Gheddafi per combattere i gruppi in ribellione; in Siria, sarebbe stato l’uso di armi chimiche contro la popolazione, e la necessità di eliminare e distruggere queste armi chimiche (insieme al suo governo), sulla stessa falsa riga di quello che accadde nel 2003 con le armi di distruzione di massa di Saddam Hussein. Armi di distruzione di massa che non furono mai ritrovate e, viste le deboli prove presentate da Colin Powell al Consiglio di Sicurezza dell’Onu per giustificare l’invasione dell’Iraq, su cui si hanno addirittura dei dubbi riguardo la loro esistenza. In ogni caso, dopo la dura repressione esercitata da Assad, la piazza decise di reagire alla violenza con altrettanta violenza, imbracciando le armi e iniziando a combattere una guerra contro il governo.

I casi precedenti: l’ingerenza occidentale

Quando una piazza composta da cittadini comuni inizia a sparare contro il proprio governo significa che dispone di armi e addestramento per farlo. E per poter capire chi potrebbe avere avuto l’interesse ad armare ed addestrare una piazza non ci si può limitare ad analizzare i soli confini della Repubblica Araba Siriana, ma bisogna spingersi un po’ oltre. Per l’esattezza, la Siria si trova nel mirino di diversi attori, alleati e contrapposti per diverse ragioni, ma tutti quanti legati fra loro.

Guardando ai fatti più recenti e alle maggiori pressioni provenienti dall’esterno, uno degli attori senza dubbio interessati ad un cambio di regime in Siria sono gli Stati Uniti, con la partecipazione delle principali vecchie potenze coloniali europee: Gran Bretagna e Francia. Come detto in precedenza, la guerra civile siriana va collocata nel contesto delle primavere araba e dell’esportazione della democrazia operata dagli Stati Uniti e dai loro alleati fin dal 2001. Un forte parallelismo può essere individuato fra Assad e Gheddafi, dal momento che gli attori impegnati contro i Rais sono gli stessi. Nel 2011, gli interessi degli anglofrancesi furono di carattere principalmente economico, legato allo sfruttamento dei pozzi petroliferi in Libia che sarebbe stato ottenuto da Shell, British Petroleum e Total nel dopo Gheddafi, e a cui l’Italia si accodò nell’intervenire per non perdere una parte del bottino, che prima indirettamente possedeva già per intero. In questo contesto, gli Stati Uniti si fecero da patrocinatori dell’intervento, principalmente per due ragioni: Gheddafi era un dittatore, quindi non democratico, e in quanto tale andava eliminato, ed era, allo stesso tempo, un vecchio nemico degli Stati Uniti, i quali già durante gli anni ’80 cercarono di silurare – letteralmente – ma che grazie ad una soffiata italiana riuscì a salvarsi. D’altronde, gli USA furono ben contenti di levarsi dalla scarpa non un sassolino, ma un macigno come quello di Gheddafi, come dimostrato dalla gioia espressa dall’allora Segretario di Stato americano Hillary Clinton nel parafrasare Giulio Cesare esclamando: “We came, we saw, he died!”. Anche i britannici si presero una piccola vendetta, dal momento che Gheddafi finanziò, per un certo periodo, l’Irish Republican Army. Assad, allo stesso modo di Gheddafi, è un dittatore ed è nemico degli Stati Uniti, e persino alleato di Russia e Iran (questioni su cui torneremo in seguito).

Come si fece con Gheddafi e Saddam Hussein, gli Stati Uniti (ma più in generale l’Occidente), iniziarono ad accusare Bashar al-Assad di crimini contro l’umanità affinché fosse possibile far accettare all’opinione pubblica e alla comunità internazionale un intervento umanitario contro di lui. L’accusa, come già riportato, era legata all’uso di armi chimiche contro i civili. Un differenza cruciale ai casi precedenti, tuttavia, fu l’ingresso in scena della Russia di Putin, che propose di farsi consegnare tutte le armi chimiche negli arsenali siriani, con il benestare di Assad. In questo modo il casus belli per l’intervento in Siria venne a mancare e gli Stati Uniti furono costretti a ripiegare su altri fronti, ovvero il supporto diretto ai ribelli, che non solo fiancheggiarono diplomaticamente, ma  diedero vita anche a progetti finalizzati ad addestrarli con la scusa di combattere il sedicente Stato Islamico, nato, fra le altre cose, a causa dell’intervento americano in Iraq nel 2003. Allo stesso modo anche la Francia e la Gran Bretagna sono state accusate di aver dato il proprio supporto ai ribelli siriani, in particolare attraverso l’invio di consiglieri militari, ma non si tratta di nulla di dimostrato e, in realtà, il ruolo di Francia e Gran Bretagna è, in questo contesto, ben più sfumato e legato alle Monarchie del Golfo, inserite nel conflitto per l’egemonia nel Medio Oriente in corso fra Arabia Saudita, Iran, Turchia e, negli ultimi anni in maniera meno palese, Israele, che ci riconduce ancora una volta agli interessi americani nella regione.

Come è stato diffuso da Wikileaks, l’ex Segretario di Stato Americano Hillary Clinton sostenne, nelle sue famigerate mail, che “il miglior modo per aiutare Israele a far fronte con il crescente potenziale nucleare iraniano è aiutare il popolo della Siria a rovesciare il regime di Bashar al-Assad”. L’interesse americano va quindi legato anche alla protezione dell’unico stato del Medioriente che dispone di un vero e proprio arsenale atomico, nonché alleato strategico degli Stati Uniti da diversi decenni. Israele ha, per altro, storici rapporti di inimicizia con la Siria risalenti al 1948, quando la repubblica araba attaccò lo Stato ebraico dopo la sua dichiarazione d’indipendenza, e congelati sull’occupazione del Golan, territorio siriano sotto amministrazione militare israeliana, sin dalla Guerra dei Sei Giorni. Israele è inoltre in conflitto con Hezbollah, l’organizzazione paramilitare libanese di confessione sciita, che è direttamente finanziata dall’Iran e combatte in Siria al fianco delle forze di Assad.

Elia Bescotti

La pratica del regime change: la politica estera statunitense in Medio Oriente vista da John Mearsheimer

Nel mondo accademico americano, e più in generale quello occidentale, è raro trovare voci dissidenti con quella che è stata la pratica dell’esportazione della democrazia a stelle e strisce all’esterno del “mondo libero”. Una di queste voci è quella di John Mearsheimer, professore dell’Università di Chicago e padre della teoria delle relazioni internazionali del realismo offensivo, che ha avuto il coraggio di ammettere, senza alcuna vergogna o remora, che la politica statunitense del regime change (ovvero del cambio di regime) si è rivelata un fallimento su tutti i fronti, dalla destabilizzazione di governi prima solidi, all’impossibilità di democratizzare i paesi vittima della loro politica, fino all’aver aggravato la minaccia terroristica dando vita allo Stato islamico. L’argomento è stato trattato, in particolare, in una serie di conferenze che il professore ha tenuto a MGIMO, l’Istituto Statale di Mosca di Relazioni Internazionali nell’ottobre del 2016.

Dal 2011, ha spiegato, la politica estera statunitense nel Medio Oriente è stata caratterizzata da “un disastro dopo l’altro”, fallendo praticamente ogni volta che la pratica del regime change è stata applicata. Mearsheimer individua tre aree strategiche per la sicurezza e l’azione estera degli Stati Uniti, sempre tenendo ben presente che la più importante è ovviamente l’emisfero occidentale, ovvero le Americhe, all’interno del quale non devono nascere altre grandi potenze o non deve esserci alcuna interferenza esterna, in base a quanto dichiarato unilateralmente con la Dottrina Monroe (alla quale il giurista Carl Schmitt si ispirò per spiegare il concetto di Grande Spazio): in ordine d’importanza abbiamo l’Europa occidentale, l’Asia nord orientale e il Golfo Persico. Le ragioni sono presto dette: l’Europa occidentale è il luogo in cui le grandi potenze, almeno a partire dall’età moderna, si sono sempre concentrate; l’Asia nord orientale è dove grandi potenze in grado di competere con gli Stati Uniti ci sono state, ci sono ancora e continueranno ad esserci in futuro (URSS/Russia; Giappone; Cina); il Golfo Persico per una ragione semplicissima: il petrolio, di cui gli USA sono secondo produttore e primo consumatore mondiale, e il cui controllo risulta strategico per influenzare la sicurezza energetica del mondo intero e, in particolare, delle grandi potenze emergenti come Cina ed India che si riforniscono principalmente proprio da quell’area.

Il punto cruciale però qui è un altro: riconosciute queste aree strategiche, possiamo anche definire anche quali aree non sono strategiche per la sicurezza degli Stati Uniti. A conti fatti, secondo Mearsheimer, Siria, Egitto e Israele non sono aree d’interesse strategico per gli Stati Uniti. Inoltre, l’Europa occidentale è destinata a scendere al terzo posto quale area d’interesse strategico visto il declino endemico a cui le potenze europee sono sottoposte da circa un secolo a questa parte, mentre l’Asia, che a causa della Cina sarà coinvolta nella sua intera parte orientale, e non solo a nord, è destinata a salire al primo (la teoria del “pivot to Pacific” lo dimostra) e il Golfo Persico al secondo. Le aree su cui, a nostro avviso, la stessa amministrazione Trump si concentrerà di più. Come già accennato, inoltre, l’area del Golfo Persico sarà d’importanza cruciale per gli Stati Uniti proprio per il rifornimento energetico della Cina stessa la quale, ad oggi, attinge il 25% delle proprie risorse petrolifere proprio da lì. E la share è destinata ad aumentare. Allo stesso mondo l’India, mentre l’Europa sarà lasciata in disparte poiché non costituisce una minaccia competitiva agli USA in termini di sicurezza.

Le radici della politica del regime change sono individuabili sin dall’intervento americano in Afghanistan nel 2001. Da questo punto di vista non c’è differenza fra Bush figlio e Obama: Afghanistan, Iraq, Libia, Siria ed Egitto si sono rivelati cinque fallimenti su cinque tentativi attivi compiuti. Quella in Afghanistan si è rivelata la guerra più lunga in cui gli Stati Uniti siano stati mai coinvolti: le finanze americane dissipate per questa guerra sono state persino superiori a quelle spese per attuare il Piano Marshall. Inoltre, i Talebani controllano ancora un settimo del territorio afghano, e lo Stato islamico in Afghanistan sta diventando un attore non statale non trascurabile in questo scenario. Per quanto riguarda l’Iraq sembra quasi inutile dirlo: prima che Saddam Hussein venisse estromesso dal potere non v’era alcuna forma di terrorismo nell’area, mentre il paese è oggi diviso in tre parti, ovvero l’area araba del Golfo a maggioranza sciita, il Kurdistan iracheno nel nord del paese e l’area a maggioranza sunnita governata dallo Stato Islamico, in cui buona parte degli ufficiali e dei funzionari di Saddam Hussein operano tutt’oggi al suo fianco.

In Siria gli Stati Uniti sono profondamente coinvolti nel tentativo di rovesciare Assad sin dal 2005 e le primavere arabe del 2011 sono state solo il momento in cui quest’ingerenza si è tradotta in una guerra aperta contro il regime attraverso l’addestramento e il finanziamento delle milizie ribelli alleate a gruppi islamisti locali o stranieri. Il risultato è stata la morte di moltissimi siriani, la crisi dei rifugiati con flussi consistenti sia verso l’Europa sia, soprattutto verso i paesi limitrofi (Giordania e Libano su tutti) e 7 milioni di rifugiati interni, per un paese che di popolazione conta 23 milioni di persone. A questi si aggiungono la persecuzione dei cristiani e delle altre minoranze etniche e religiose, prima tutelate dal regime, ad opera dei gruppi islamisti e dello Stato Islamico stesso, che dall’Iraq è penetrato in Siria grazie al vuoto di potere lasciato dal governo nell’area orientale del Paese.

Situazione simile, se non addirittura peggiore, il Libia, in cui il rovesciamento di Gheddafi ha determinato anarchia e caos in tutto il paese. Per quanto il piano per la Libia fosse principalmente opera degli anglo-francesi, interessati a spartirsi le risorse petrolifere del paese africano con l’indice di sviluppo umano più alto del continente nero (almeno fino ad allora) a scapito del tradizionale partner italiano, la ragione per cui gli Stati uniti supportarono l’intervento fu essenzialmente politica, per poter imporre la democrazia in un paese governato da un dittatore tanto odiato dall’allora Segretario di Stato Hillary Clinton almeno quanto Madeleine Albright aveva odiato, ai tempi della guerra del Kosovo, Slobodan Milosevic. Ironicamente, laddove gli Stati Uniti vollero imporre il rispetto delle norme e dei diritti sia internazionali sia umani, finirono per violarli entrambi, effettuando, come in Serbia, un intervento militare aereo mai autorizzato. Vi è infine l’Egitto, dove dopo la cacciata di Mubarak, dittatore per altro filo-occidentale, venne democraticamente eletto il “faraone” Mohammed Morsi, vicino alla Fratellanza Musulmana, partito politico di chiara impostazione islamista e vicino a diverse milizie jihadiste e gruppi terroristici, a sua volta estromesso dal potere attraverso il colpo di Stato militare guidato dal generale al-Sisi. In pratica la democrazia, in Egitto, non è mai pervenuta.

Il risultato è stato il fallimento di cinque obbiettivi su cinque, l’incremento della minaccia terroristica di matrice islamista, l’acuirsi del conflitto fra sciiti e sunniti nello scontro fra Arabia Saudita ed Iran per l’influenza della regione, la crisi dei rifugiati ed un altissimo numero di vittime. Tuttavia il puzzle non è ancora completo, poiché ci sono ancora tre attori da considerare: Israele, l’Iran e lo Stato islamico. Per quanto riguarda il primo, visto lo sviluppo delle politiche regionali, la debolezza dei suoi nemici e la lenta e inesorabile convergenza con le monarchie del Golfo su obbiettivi di politica estera, la soluzione che prevedeva la creazione di due Stati, con l’indipendenza di quello palestinese, è ormai da dimenticare: una grande Israele è ormai una certezza, col completo controllo della Cisgiordania e, se necessario, della Striscia di Gaza da parte delle autorità israeliane. Israele si trasformerà in uno stato in cui vigerà un regime di apartheid e la minaccia terroristica non farà altro che incrementare a causa della ribellione interna palestinese. L’Iran, il quale può essere considerato l’unico “successo” dell’amministrazione Obama visto il raggiungimento dell’accordo sul nucleare (che comunque il presidente Trump è intenzionato a smantellare, così come lo era anche la Clinton), se oggi non è una minaccia l’influenza degli Stati Uniti nel Golfo Persico, non è escluso che lo sia in futuro: se l’Iran non si sentirà sicuro dopo la scadenza dell’accordo, la repubblica islamica riprenderà lo sviluppo della propria deterrenza nucleare. E, visti i recenti sviluppi sul fronte americano e israeliano, questo futuro sembra quello più plausibile. Infine, qual è il destino dello Stato islamico? La strategia degli Stati Uniti rispetto al Daesh è stata, almeno fino all’elezione di Donald Trump, strettamente interconnessa con il rovesciamento di Assad, quasi che l’ISIS fosse un ingovernabile strumento per impedire al regime di acquistare forza. L’obbiettivo degli Stati Uniti è in realtà l’eliminazione di entrambi, ma vista il sostegno di Russia, Iran e Hezbollah (e di recente anche dell’Egitto) al presidente siriano, gli Stati Uniti dovranno rassegnarsi ad eliminare solo l’ISIS a meno che non vogliano giungere ad una guerra per procura con Mosca. In ogni caso, anche con la sconfitta dello Stato Islamico, la minaccia terroristica rimarrà sempre presente, poiché questo si atomizzerà e si riorganizzerà in cellule o agirà attraverso lupi solitari, così come ha fatto e fa Al-Qaida, così come ha fatto e continua a fare parallelamente lo Stato islamico stesso.

Elia Bescotti

Lukashenko: l’ago della bilancia dell’Est Europa

Ci si potrà stupire, talvolta, di come i leader delle potenze europee siano disposti a riunirsi al tavolo delle trattative insieme a Vladimir Putin proprio in quel di Minsk con tutti gli onori riservati al e dal leader bielorusso, Aleksandr Lukashenko. D’altronde, “l’ultimo dittatore d’Europa” non è mai stato particolarmente simpatico agli establishment dell’Occidente, sia per la sua vicinanza alla Federazione russa, sia per la sua dura opposizione ai movimenti d’opposizione filo-europei e, quindi, per il fatto che la Bielorussia non sia certo un baluardo di democrazia all’occidentale o di libertà d’espressione. Tutto questo, ormai, importa sempre meno: le sanzioni che furono imposte dai paesi europei alla Bielorussia sono state revocate quasi del tutto. Ma se la Bielorussia è così legata alla Russia (ma, un momento: lo è davvero?) e un regime così terribile e autoritario, perché mai Aleksandr Lukashenko dovrebbe essere premiato con questo trattamento?

Facciamo un passo indietro e ripercorriamo alcune tappe della recente storia bielorussa: Aleksandr Lukashenko viene eletto presidente della repubblica di Belarus’ per la prima volta nel luglio del 1994 ed è rimasto, almeno sino ad oggi, imbattuto alle elezioni. Nello stesso anno viene adottata la Costituzione la quale prevede, secondo l’art. 18, la neutralità della Bielorussia e il suo status di Paese non nuclearizzato. Nonostante ciò, nei primi anni della presidenza di Lukashenko si assiste ad una sostanziale impostazione della politica estera bielorussa in termini filo-russi, che porterà i due paesi, nel 1996, a concludere lo spostamento delle testate atomiche sovietiche dal territorio bielorusso a quello russo e l’istituzione dell’Unione Statale Russia-Bielorussia. I motivi di questa scelta affondano principalmente nei saldi rapporti economici fra Mosca e Minsk, dovuti anche alle preesistenti infrastrutture soprattutto energetiche, e nel mantenimento di buoni rapporti con una potenza nucleare con la quale, ancora nel ’93, è stato firmato un trattato sulla sicurezza collettiva.

Il potere di Lukashenko è stato seriamente minacciato per la prima volta con l’allargamento ad Est della NATO e, in particolare, con l’inclusione dei paesi baltici nell’organizzazione transatlantica nel 2004: alla mancata reazione russa, che non si è spinta oltre ad una formale seppur notevole condanna, il presidente bielorusso ha sentito di non poter più contare pienamente sull’alleato storico e di rimboccarsi le maniche e cercare un dialogo con l’Occidente. È inoltre interessante vedere come il periodo che va dal 2003 al 2005 non sia stato solo l’anno in cui la NATO ha incluso ben sette nuovi paesi all’interno delle proprie strutture (Estonia, Lettonia, Lituania, Slovacchia, Slovenia, Romania, Bulgaria), ma anche l’anno più proficuo per le rivoluzione colorate nell’area post-Sovietica: l’insediamento di Mikhail Saakashvili a guida della Georgia dopo la rivoluzione delle rose, la rivoluzione arancione in Ucraina e la rivoluzione dei tulipani in Kirghizistan. Lukashenko, con elezioni presidenziali del marzo 2006, intuì che la Bielorussia avrebbe potuto essere la prossima: dopo aver vinto con l’83% delle preferenze scoppiò nella piazza principale di Minsk una serie di proteste, supportate dallo stesso governo americano, che videro la partecipazione di circa 30.000 persone riunite sotto l’insegna dello Zubr (зубр in bielorusso), l’animale nazionale della Bielorussia (una specie di bisonte), nella cosiddetta rivoluzione dei jeans. L’intuizione di Lukashenko fu corretta: la protesta venne duramente repressa e diversi manifestanti incarcerati. Una ferma condanna arrivò ovviamente dall’Occidente, i cui governi e istituzioni giudicarono le elezioni truccate, e imposero sanzioni contro Lukashenko stesso e membri del suo establishment. Lukashenko decise dunque di fare a modo suo: cercò di allacciare buoni rapporti con la Polonia e i paesi Baltici, cioè i paesi più critici sul fronte anti-russo, i quali hanno ospitato e ospitano diversi leader dell’opposizione bielorussa filo-occidentale, strizzando anche l’occhio all’opposizione extraparlamentare russa. Nonostante ciò i rapporti con la Russia sono rimasti saldi, per quanto altalenanti, dal momento che il 40% delle esportazioni bielorusse è diretto proprio verso la Federazione russa.  Nel tentativo di guadagnare maggiore indipendenza da Mosca, Lukashenko decise di far partecipare la Bielorussia al programma di partenariato orientale dell’Unione Europea e di stringere relazioni migliori con la Cina, arrivando a richiedere l’inclusione nella Shangai Cooperation Organization, di cui dal 2015 è membro osservatore. Nonostante ciò, la Bielorussia è stata e rimane uno dei membri più attivi nel processo di integrazione eurasiatica, dall’istituzione dell’Unione Doganale con Russia e Kazakistan nel 1996 fino alla nascita dell’Unione Economica Eurasiatica il 1 gennaio del 2015.

Eppure, non è sulla collaborazione con le grandi potenze che la Bielorussia ha ottenuto il ruolo di balancer all’interno dell’area post-Sovietica più prossima all’Europa, ma attraverso il mantenimento di ottime relazioni bilaterali con i principali nemici della Russia e, in particolare, con i membri del GUAM (Georgia, Ucraina, Azerbaijan, Moldavia). Il primo passo fu quello ti levare il supporto all’Armenia nel conflitto del Nagorno-Karabakh, avvicinandosi alle posizioni azere. Questo fu seguito dal non riconoscimento delle repubbliche di Abcasia e Ossezia del Sud dopo il conflitto russo-georgiano del 2008, pur evitando di sostenere una delle parti e comportandosi davvero, per la prima volta, come paese neutrale nella questione. Sullo stesso livello, Lukashenko ha fermamente condannato l’annessione della repubblica di Crimea da parte della Federazione russa, pur consigliando al governo ucraino di evitare una soluzione di forza e di scendere a compromessi con Mosca circa la restituzione del territorio perduto. I rapporti con Kiev hanno tuttavia subito un raffreddamento dopo il rifiuto da parte di Minsk di approvare la risoluzione ONU nella quale si condannava la Russia per violazione dei diritti umani nella stessa repubblica di Crimea. Mossa politica di Lukashenko utile a non compromettere troppo i rapporti con la Russia.

Dopotutto, almeno per il momento, la Bielorussia non può fare a meno della Russia: la sua economia, dipendente principalmente dalla produzione agricola e dall’industria petrolchimica, è ben integrata all’ex sistema sovietico e dipende per la fornitura di petrolio quasi unicamente dal mercato Russo. Un tentativo di bilanciare l’influenza del petrolio russo nel mercato bielorusso venne fatto nel 2010 quando Lukashenko stipulò con Hugo Chavez una fornitura di petrolio proveniente dal Venezuela, la quale sarebbe stata impossibile da ottenere se prima Minsk non avesse migliorato i propri rapporti con i paesi limitrofi con uno sbocco sul mare. Sempre sul piano economico, inoltre, la Bielorussia, così come gli altri paesi membri dell’Unione Eurasiatica, si è astenuta dall’imporre sanzioni ai paesi occidentali dopo la crisi ucraina e anzi, fra il 2014 e il 2015, si è comportata da trafficante di prodotti occidentali soggetti ad embargo verso il territorio russo. Sulla stessa linea la decisone di non compromettere i propri rapporti economici e diplomatici con la Turchia dopo l’abbattimento dell’aereo russo nello scenario siriano, scelta operata anche da Kazakistan e Kirghizistan, i quali mantengono stretti rapporti, sia commerciali sia culturali, con Ankara.

In sostanza, i motivi per cui Lukashenko è stato sdoganato dalle democrazie occidentali è legato al fatto di non essere più un alleato di Mosca così fidato e di godere di buoni rapporti con tutte (o quasi) le élite delle ex repubbliche sovietiche. La partecipazione della Bielorussia a numerosi progetti di integrazione eurasiatica, la dipendenza economica e il rispetto della minoranza russa, tuttavia, garantiscono buoni anche se altalenanti rapporti con la Federazione russa la quale, nel caso di un regime change, non avrebbe troppi problemi a strangolare economicamente l’ex repubblica sovietica. Inutile dire che Lukashenko questo regime change non lo vuole e tantomeno vuole saperne di rivoluzioni colorate o aperture all’opposizione filo-occidentale. Ma, per evitare che questa sia supportata dall’Occidente stesso, Lukashenko ha dovuto stringere una sorta di tacito accordo con chi ha il potere di minacciare il suo regime, diventando l’unico attore dell’area in grado di far sedere, al tavolo di Minsk, sia Kiev e i suoi sostenitori occidentali, sia Mosca e le repubbliche del Donbass.

 

Elia Bescotti

L’Europa delle destre

Delle forze regressive si muovono e prendono forza in Europa. Malcontento, frustrazione e chiusure reazionare che si pensava appartenessero ad una fase storica superata sono ormai una realtà con cui bisogna fare i conti, analizzare e capire. Proprio per questo il 12 aprile si è tenuta qui al polo di Novoli una conferenza organizzata dal sindacato studentesco UDU dal titolo “L’Europa delle destre. Un’analisi comparativa dell’ascesa delle destre in Europa”, durante la quale sono intervenuti Olivier Roy, professore all’Istituto Universitario Europeo e Antonio Padellaro, presidente della società editoriale Il Fatto ed ex direttore de Il Fatto Quotidiano.

I temi toccati sono stati molteplici: dall’antieuropeismo all’identità Europea, dall’immigrazione alla diffusione della xeno-islamofobia a testimonianza del fatto che l’ascesa delle destre in Europa è un fenomeno complesso e sfaccettato che abbraccia molti aspetti della realtà sociale odierna.

Secondo il prof. Roy un elemento importante da tenere in considerazione è quello della mutazione che questi partiti e movimenti di destra hanno subito rispetto a quella che è la loro matrice originaria, così come la forte eterogeneità che distingue le diverse realtà nelle varie nazioni del continente. I partiti di destra e di estrema destra dal dopoguerra ad oggi hanno avuto come fonte ideologica i regimi fascisti del secolo scorso, ossia strutture altamente autoritarie o totalitarie che sono state protagoniste di alcune delle pagine più nere e tragiche della storia europea. A questa controversa e pericolosa eredità si ispirava infatti il Front National francese, fondato nei primi anni ’70 ed espressione di una parte non indifferente della società nazionalista e di estrema destra nei successivi decenni. Ma durante gli anni ‘90 si assiste ad una trasformazione di queste forze che, con gradi differenti, assumono tutte una connotazione populista e semplificatrice dato che, come ha suggerito il dottor Padellaro, ad oggi la destra europea non può che essere populista ed assumere un linguaggio diretto, semplicistico se non aggressivo al fine di espandersi e cavalcare il malcontento popolare e la crisi di legittimità dei partiti moderati.

Nel corso di questa mutazione ideologica le destre europee hanno però intrapreso sentieri differenti, a volte discordanti, e da qui derivano l’eterogeneità e i nuovi valori di riferimento delle destre europee. Vi è l’esempio del Front National, nazionalista e sotto certi aspetti liberale, tanto da aver rifiutato di partecipare ad una manifestazione contro l’attribuzione di determinati diritti civili agli omosessuali, la quale era organizzata da associazioni cattoliche, che riesce ad attrarre, anche un elettorato di sinistra. Analogamente ma in maniera diversa vi è l’esempio italiano della Lega Nord, al contempo un partito che nasce come secessionista per portarsi da posizioni più indipendentiste a federaliste, che pone un grande accento sulle autonomie locali, e di fortemente conservatore, soprattutto per quanto riguarda la tradizione cristiano-cattolica. Lo scenario risulta differente nell’Europa dell’est, dove in Stati quali l’Ungheria e la Polonia ritroviamo destre ultraconservatrici che si fondano su basi prettamente cristiane e che presentano una forte posizione euroscettica che, come è stato sottolineato, diventa quest’ultimo un elemento comune alla variegata galassia delle destre europee, dove non è raro trovare, come nell’esempio greco di Alba Dorata che pone l’accento su concetti xenofobi spesso avvicinandosi, se non rientrando a pieno titolo, in ambienti neonazisti, programmi e proseliti ricchi di propaganda islamofoba e radicali posizioni antimmigrazione. Queste forze sfruttano lo spaesamento e le paure dei cittadini europei, i quali si ritrovano di fronte a un mondo scosso da fenomeni complessi e destabilizzanti che, secondo quanto sostenuto dai relatori, andrebbero affrontati con approcci e politiche diametralmente opposte rispetto al pregiudizio razziale, la chiusura delle frontiere e gli attacchi all’Unione Europea, fortemente osteggiata da questi movimenti e partiti.

Ma è una domanda, semplice e diretta, che chiaramente turba chi ha una visione sociale diversa, aperta e progressista e i numerosi studenti che ascoltano i due relatori: “Che fine ha fatto la sinistra?” Dove sono finite quelle forze che facevano da contrasto e da alternativa alle forze nazionaliste e conservatrici? La sinistra, suggerisce le Roy, sta vivendo una profonda fase di crisi da cui sembra difficile riprendersi. Se da un lato valori che da sempre hanno formato il corpus dei movimenti di sinistra quali la laicità o addirittura la libertà individuale in una società solidale sono stati fatti propri dalle destre populiste, spesso a fini meramente propagandistici, è anche vero che il momento di una seria autocritica è ormai giunto: i partiti di sinistra sono divenuti elitari e distaccati da quella che è la loro base elettorale, il loro legame col territorio e le realtà che dovrebbero rappresentare, vittime di un pensiero unico neoliberista che nulla ha a che vedere con le loro radici e valori di riferimento. Valori quali uguaglianza e giustizia sociale sembrano essere stati svuotati e ridotti a belle parole da utilizzare unicamente in campagna elettorale mentre si è barattata la solidarietà con il calcolo e la convenienza politica in un contesto dove i movimenti di sinistra, extraparlamentare e sindacale, sembrano più impegnati a collidere e risolvere frizioni intestine piuttosto che far fronte comune contro la degradazione e la deriva della società europea.

Giulio Porrovecchio, Elia Bescotti

Lezioni Fiorentine 19/04/2016

Guerra, mutamento dell’ordine internazionale e, tanto per cambiare, caos: di questo si è parlato al terzo incontro degli studenti con le Lezioni Fiorentine, seminario permanente organizzato da alcuni professori della nostra facoltà, tenutosi lo scorso 19 aprile. Sono intervenuti il generale Vincenzo Camporini, ex capo di Stato maggiore dell’aeronautica militare e della Difesa, oggi vicepresidente dell’Istituto Affari Internazionali, e, inatteso, Valdo Spini, ex sottosegretario agli Interni e agli Affari Esteri, già Ministro dell’Ambiente e professore associato di economia politica presso la nostra facoltà. Presentavano i docenti Luciano Bozzo, che ha introdotto i due ospiti, e Francesca Ditifeci.

Camporini ha esordito sottolineando il ruolo giocato dal caso e dalla fortuna nelle vicende umane: tanti avvenimenti sono imprevedibili e la quotidianità, nello specifico nell’ambito delle relazioni internazionali, si sta complicando sempre di più. Esiste un trend di crescita esponenziale degli attori presenti nelle attività umane e, quindi, anche nelle relazioni internazionali. Dopo la pace di Westfalia il numero di attori internazionali era estremamente ridotto, poiché questi erano solo un gruppo ristretto di Stati nazionali abbastanza forti da potersi imporre come protagonisti nello scenario mondiale. Tuttavia, il punto di minimo assoluto fu raggiungo durante la seconda metà degli anni ’40, con la discesa della cortina di ferro in Europa e l’inizio dell’equilibrio bipolare. Il bipolarismo rendeva la vita degli uomini estremamente semplice: tutto veniva declinato secondo uno schema preciso che riduceva ogni vicenda ad una costante contrapposizione dicotomica (o bianco o nero, senza sfumature). Il sistema economico coincideva con quello politico, che a sua volta si sovrapponeva a quello militare. Tutto era scandito secondo un sistema di mutua distruzione assicurata (mutually assured destruction) e di guerre per procura per gli attori comprimari.

Con la fine della guerra fredda sembrava che, usando le parole di Fukuyama, la storia sarebbe finita: il modello vincente dell’Occidente si sarebbe propagato a macchia d’olio, trionfando in tutto il mondo. Così non è stato: con la caduta del comunismo e la dissoluzione dell’Unione Sovietica sono nati e cresciuti altri protagonisti, rimasti spesso in secondo piano durante il conflitto bipolare, mentre altri ancora si sono disgregati, come nel caso della Yugoslavia, nella quale si è consumata una terribile guerra civile, che ha portato con sé circa mezzo milione di morti. Camporini ha voluto rimarcare come durante il conflitto iugoslavo sia stato messo in discussione uno dei valori fondamentali dell’Occidente: il multiculturalismo. Il valore della discussione e del dialogo col “diverso”, è stato, come accade tutt’ora anche in altre parti del mondo, ritenuto un disvalore, e non deve stupire come oggigiorno i conflitti inter-etnici e tribali siano la regola in molti angoli del globo.

Facendo nuovamente riferimento al conflitto in Yugoslavia, il generale ha sottolineato come l’Occidente, trionfante nella guerra fredda, non fosse politicamente pronto per gestire la serie di crisi che gli si proponevano con sempre maggiore violenza. Uno dei motivi del caos in Bosnia fu dato dalla mescolanza a livello territoriale delle differenti comunità etniche, così stretta da impedirne geograficamente la separazione. Lo stesso errore, la stessa mancanza di un disegno politico concreto, viene commesso dall’Occidente al giorno d’oggi: non si può intervenire militarmente, dice l’ex capo di Stato maggiore, se non si ha alcun punto di arrivo al quale approdare. Gli accordi di Dayton sono una stentata soluzione, tant’è che, ha affermato Camporini, “andare a Sarajevo oggi è come camminare su un lago con un sottilissimo strato di ghiaccio”. Nel 1999 il problema in Kosovo fu analogo e, dopo l’intervento non autorizzato della NATO, questo venne separato dalla Serbia rispettando i vecchi confini geografici e non quelli etnici, acuendo la tensione fra gli albanesi e la comunità serba a nord del fiume Ibar.

Tutte queste frizioni (e frazioni) hanno consentito una moltiplicazione degli attori istituzionali, a cui si affiancano, per altro, quelli non statuali, come ad esempio le bande private che portano ad una vera e propria polverizzazione del potere. La diffusione delle informazioni, dell’educazione e della tecnologia, in sé positiva, diventa potenzialmente negativa quando si tratta di educazione deviata o di diffusione incontrollata di tecnologia militare potenzialmente distruttiva. In Libia ci sono fra cinquecento e duecento diversi attori tribali, ognuno con gli armamenti sufficienti per contrastare gli altri. La Libia, prima della colonizzazione italiana, era un’entità divisa, di cui Tripolitania e Cirenaica rappresentavano rispettivamente una provincia ottomana e uno stato vassallo della Sublime Porta. Con la caduta di Gheddafi, l’Occidente ha “aperto il vaso di Pandora”, riscoprendo queste e molte altre differenze e frammentazioni e portando avanti un’operazione militare senza avere alcun disegno politico di lungo termine da realizzare. Sullo stesso piano si pongono il problema siriano ed iracheno; in Siria è in atto una guerra fra diverse potenze regionali le quali possiedono tutte un disegno egemonico, che il conflitto fra sciiti e sunniti serve solo ad alimentare. In un certo senso, dice Camporini, la guerra in Siria è una riproposizione della Guerra dei trent’anni. Viviamo in un periodo di confusione e non abbiamo veri leader che sappiano far ordine in mezzo al caos. La stragrande maggioranza dei capi di Stato e di governo non conduce veramente; non si può quindi parlare di leader, ma piuttosto di led, poiché le scelte politiche sono dettate dagli umori dell’opinione pubblica e dalle tornate elettorali. Anche in questo caso ciò che manca è un disegno politico di lungo termine. Piaccia o meno, c’è un solo personaggio, sostiene a malincuore l’ex capo di Stato maggiore, che può essere degno dell’appellativo di leader: Vladimir Putin.

In chiusura, commentando l’intervento del generale Camporini, Valdo Spini ha evidenziato come le forze armate possano definirsi la burocrazia statuale più internazionalizzata e come la natura degli interventi italiani all’estero sia cambiata dopo il conflitto nella ex Iugoslavia. A livello prettamente politico, Spini ricorda come l’Italia abbia tentato, senza successo, di promuove una soluzione unitaria del conflitto a differenza di altri attori come Germania e Vaticano. Attualmente l’Unione europea rappresenta ancora un modello a cui tendere per alcuni degli stati usciti dalle guerre nei Balcani. L’Unione europea non è perciò riuscita a presentarsi come attore sufficientemente unito e credibile per poter dialogare con la Russia di Putin in merito alle vicende mediorientali. Il che ha spinto il Cremlino a cercare altri interlocutori. In merito a Daesh, Spini sostiene che si sia lasciato guadagnare terreno a Daesh nell’errata convinzione che la minaccia fosse comunque inferiore all’irrisolta questione curda. Volgendo infine lo sguardo agli attentati avvenuti in Europa, la sfida che ci troviamo ad affrontare sta nel trovare nuovi strumenti per rispondere ad un tipo di terrorismo che si fonda su un anti-occidentalismo di matrice religiosa piuttosto che politica.

Elia Bescotti e Elena Cammilli