TRUMP E L’IMPOSSIBILE ISOLAZIONISMO: Riflessioni sul futuro della politica estera americana

A tre settimane dall’elezione di Donald Trump, sono molti gli interrogativi sulla futura amministrazione statunitense. Se negli ultimi giorni i toni da campagna elettorale si sono in parte attenuati, occorre domandarsi se la linea di Trump cambierà anche per quanto riguarda l’attuazione del programma proposto agli americani. La forma che assumerà la politica estera dell’amministrazione Trump è uno dei nodi che destano più interesse. Per cominciare a riflettere sul tema, abbiamo posto alcune domande a Mauro Campus, professore di Storia delle relazioni internazionali presso la Scuola di Scienze politiche Cesare Alfieri dell’Università di Firenze.

Durante la campagna elettorale Donald Trump si è spesso pronunciato contro i trattati commerciali internazionali e possiamo ragionevolmente pensare che molti dei voti delle aree più depresse del paese siano stati conquistati anche così. Uscendo però dalla retorica elettorale, pensa che gli Stati Uniti possano tirarsi indietro dalla linea favorevole ai trattati di libero scambio?

Mi pare che si possa affermare che i negoziati di entrambi i principali trattati commerciali (Transatlantic Trade and Investment Partnership, TTIP e Trans Pacific Partnership Agreement, TPPA), pensati oramai anni fa, erano già compromessi prima dell’elezione di Trump. Quella sorta di “dogma” radicatosi nei primi anni del XXI secolo che confidava nella crescita pacifica, stabile e illimitata non solo dei volumi dei commerci ma delle relazioni economiche internazionali, che vedeva la creazione di una sorta di mercato globale con un’omogeneizzazione e una conseguente riduzione delle garanzie e dei diritti dei lavoratori, è stato frantumato dalla crisi cominciata nel 2008. Tant’è che il TTIP, su cui ci si è così tanto interrogati poiché avrebbe ulteriormente integrato i due principali mercati mondiali, Europa e Stati Uniti, di fatto giace in un limbo negoziale. Limbo che fa presagire la fine dello stesso negoziato, sia perché esiste una forte resistenza delle classi lavoratrici soprattutto in Europa occidentale, sia perché esiste analoga resistenza da parte delle élite europee. Tornando a quanto si può ipotizzare rispetto all’influenza che Trump potrebbe avere sulla politica commerciale degli Stati Uniti, è immaginabile che l’integrazione dei sistemi commerciali che vedono gli Stati Uniti al centro di una rete sempre più globale, subisca una battuta d’arresto. Il che non 2 significa immaginare che gli USA possano tornare ad una sorta neo-isolazionismo. Questo è escludibile poiché la qualità e la quantità dei vincoli che gli USA hanno assunto nel tempo è tale che per diventare un paese protezionista comporterebbe quasi una “inversione identitaria” quale, per fare un esempio, l’uscita dall’Organizzazione Mondiale del Commercio (WTO); o per fare un altro esempio, mi pare irrealistico che la nuova amministrazione possa imporre dazi del 35% sulle importazioni di automobili, come affermato da Trump durante la campagna elettorale.

Parliamo adesso di Pacifico. I pareri sulla politica di Obama rispetto ai paesi asiatici – il cosiddetto pivot to Asia – sono numerosi e spesso discordanti. Ritiene che l’insediamento di Trump alla Casa Bianca comporterà una battuta d’arresto dei tentativi di Obama di creare rapporti più stretti con i paesi asiatici?

Per rispondere a questa domanda sarebbe necessario fare un bilancio della politica asiatica delle due amministrazioni Obama. La qual cosa non è semplice perché alcune traiettorie immaginate e attuate da Obama sono ancora in una fase di divenire e le conseguenze non sono valutabili appieno nell’attuale situazione. Non intendo sospendere il giudizio sulla politica estera di Obama, quanto rilevare che gli elementi per dare una valutazione più distesa non sono ancora completamente disponibili. Possiamo però parlare di ciò che è avvenuto in questi anni, ovvero del tentativo di affrontare i teatri della politica internazionale in cui gli Stati Uniti sono impegnati in maniera significativa – e l’Estremo Oriente fra questi – con una visione complessiva. L’amministrazione Obama ha affrontato i grandi problemi globali in maniera organica e in parte con successo, quanto di quella visione possa sopravvivere nella transizione all’amministrazione Trump è difficile dirlo. Tuttavia, possiamo supporre – ed anche temere – che larga parte dell’approccio obamiano sarà superato. Anche mettendo da parte la retorica da campagna elettorale, Trump non si distingue per una conoscenza profonda né dei legami economico-commerciali degli Stati Uniti con il resto del mondo, né dell’impegno profuso dalle amministrazioni Obama per “restaurare” e “stabilizzare” il sistema internazionale.

Una questione di pressante attualità è la guerra civile siriana e i negoziati che vanno avanti oramai da mesi per giungere ad un accordo fra governo siriano ed opposizione riconosciuta. Pensa che la 3 simpatia mai celata di Trump nei confronti di Putin segnerà una svolta in quei negoziati, magari in favore di Bashar al-Assad, come auspicato dal Cremlino?

L’elezione di Trump comporterà un nuovo approccio nei confronti della Federazione Russa, ma questo non solo perché Trump apprezza Putin e la sua azione di politica estera in Medio Oriente, quanto perché la presenza degli Stati Uniti nello scenario internazionale sarà meno pervasiva di quanto è stata negli ultimi venticinque anni e, soprattutto, durante la Segreteria di Stato di Hillary Clinton. Questo perché l’obiettivo di Trump è quello di concentrarsi sulla politica interna. Bisogna auspicare che il partito Repubblicano, nonostante la diffidenza che nutre nei confronti di Trump contribuisca in maniera proattiva alla formazione dell’esecutivo e, dunque, abbia un ruolo nella nomina di un Segretario di Stato capace di muoversi con cognizione fra i dossier più importanti, fra cui quello russo, e dunque riesca a temperare almeno i più macroscopici errori di lettura compiuti da Trump in campagna elettorale a proposito della politica estera delle Federazione russa.

Ritiene quindi che anche il coinvolgimento degli Stati Uniti in alcune aree come quelle del Medio Oriente arretrerà?

Sì, è presumibile anche se non si può parlare di isolazionismo. Farlo per gli Stati Uniti significherebbe tornare alla metà del XIX secolo, neanche all’inizio del XX secolo che pur è stato caratterizzato da una certa forma ritiro dalla partecipazione diretta alla vita internazionale. Chi parla oggi di isolazionismo semplicemente ignora i fondamentali del sistema internazionale contemporaneo. Piuttosto, gli Stati Uniti rivedranno l’impegno universalistico che si attribuirono alla fine del conflitto bipolare.

Arrivando all’Europa e nello specifico all’Unione Europea: si è parlato molto dell’opportunità che l’amministrazione Trump potrebbe offrire per un nuovo sviluppo del progetto di difesa comune europeo. Tenendo conto delle elezioni legislative del prossimo anno (Francia, Germania e Paesi Bassi, per citarne solo alcune), pensa che gli stati membri dell’UE siano disposti a riconsiderare l’idea di un’unione di difesa?

No, non credo nella retorica delle “occasioni perdute” da parte dell’Unione Europea perché l’Unione ha quasi un’occasione al giorno, che costantemente perde. Con Brexit l’UE ha perso circa il 33% dal suo potenziale militare. Se non è successo niente dopo questo evento è prevedibile che non esista 4 una reale possibilità, una spinta coesiva o, per meglio dire, che vi sia all’orizzonte una crisi d’integrazione, per usare le parole di Albert Hirschman. Una crisi di integrazione non nasce dall’esterno. Ciò che al momento caratterizza il processo di integrazione europea è la disgregazione in atto. La futura presidenza Trump segna, semmai, un maggior isolamento dell’Unione Europea: senza il “grande alleato” è difficile immaginare che ci sia un’evoluzione dell’integrazione. Nel 2017 nell’Unione Europea ci sarà un’elezione al mese, il che ci suggerisce che per i prossimi due anni avverrà un ricambio dell’establishment dei singoli stati, mentre l’establishment – piuttosto mediocre – che risiede tra Bruxelles e Strasburgo sarà, di fatto, bloccato. L’unica soluzione sarebbe una rinegoziazione dei Trattati, solo che è difficile immaginare che in una simile circostanza storica un nuovo trattato venga poi ratificato, anche se fosse depurato dal Fiscal Compact e da altri vincoli oggi particolarmente invisi alle opinioni pubbliche dei paesi dell’Unione.

Per concludere, pensa che la Brexit e l’elezione di Trump possano favorire un riavvicinamento fra Stati Uniti e Regno Unito, rinsaldando la tanto spesso citata relazione speciale fra i due paesi?

La “relazione speciale” è perlopiù culturale e, nella sua forma attuale, si è definita dagli anni Cinquanta del XX secolo. I restanti contenuti di cui si è voluta riempire la special relationship sono molto meno significativi, specie nella percezione degli Stati Uniti. Peraltro si tratta di una relazione speciale piuttosto discontinua anche nella storia recente. Possiamo identificare il momento di apice negli anni di Reagan e della Thatcher, sebbene anche la relazione fra Bush e Blair si collocasse all’interno del perimetro della special relationship. Per quanto concerne l’aspetto culturale, il comune fattore linguistico non deve essere mai sottovalutato, soprattutto quando si parla di relazioni internazionali, commerciali e, almeno in parte, sociali. Non credo tuttavia che il Regno Unito possa tornare ad essere l’uccellaccio appollaiato sul lembo del Continente occidentale, o possa rispondere meccanicamente alle indicazioni di Washington, e questo nonostante l’attuale establishment britannico di profilo molto basso.

Elena Cammilli

Lezioni Fiorentine 10/05/2016

La responsabilità sociale d’impresa nella comunicazione europea

I temi della comunicazione e della divulgazione delle politiche dell’Unione europea sono stati al centro del quarto incontro del seminario permanente Lezioni Fiorentine.

Dopo aver spaziato nei precedenti appuntamenti dalla politica internazionale alla fisica, il 10 Maggio ci si è soffermati sul contributo dell’analisi linguistica all’interpretazione dei diversi testi prodotti dalla istituzioni europee. A parlare di questo tema era presente Marina Bondi, docente di linguistica inglese presso l’Università di Modena e Reggio Emilia.

Volontà e responsabilità

La professoressa Bondi conduce da anni studi sui testi che giungono agli stati ed ai cittadini da Bruxelles. A questo proposito parla di knowledge dissemination, espressione che, ammette, solo imprecisamente potremmo tradurre con la parola divulgazione, che, nella sua etimologia, implica un passaggio di conoscenza dall’alto verso il basso. Nel caso di alcune politiche, infatti, le interazioni fra istituzioni europee e cosiddetti stakeholder sono più complesse e dinamiche di quanto il termine divulgazione possa di per sé implicare.

Le ricerche dalla professoressa Bondi si sono concentrate sulla responsabilità sociale d’impresa (CSR, corporate social responsibility) nella comunicazione europea. Con questa espressione si intende tutto quell’insieme di strategie, attività e pratiche aziendali che tengono conto delle esigenze della società nel suo insieme e del rispetto dell’ambiente. Ciò che rende difficile ottenere risultati tangibili ed efficaci sulla base di questo principio è il ruolo cardine che riveste la responsabilità volontaria dell’azienda nell’implementazione delle misure. Se oramai esiste infatti un vasto campo di linee guida frutto di accordi internazionali, la mancanza di obblighi rende la volontà dell’impresa di attivarsi in tal senso presupposto indispensabile per implementare la CSR. Gli ambiti di intervento possono almeno essere suddivisi in tre grandi gruppi: la dimensione economica, la dimensione ambientale e, infine, quella sociale. Questi aspetti sono diverse declinazioni degli interessi conflittuali, o perlomeno discordanti, di cittadini ed imprese. Compito delle istituzioni è quindi «influenzare gli atteggiamenti delle imprese e mitigare lo scetticismo dei cittadini sulle azioni delle istituzioni stesse». La natura di soft law della responsabilità sociale d’impresa ci pone di fronte alla non facile conciliazione fra diritti e doveri delle imprese nei confronti della società. Gli obbiettivi che le istituzioni si pongono, redigendo linee guida, sono solitamente la creazione di consapevolezza, il miglioramento della trasparenza, la promozione di investimenti orientati al sociale e la modificazione dei comportamenti attraverso l’esempio.

CSR e Unione europea: fra Strategie e Consigli

L’azione dell’Unione europea in merito alla CSR ha seguito principi in linea con quelli che abbiamo appena menzionato. Ciò che emerge con evidenza osservando da un punto di vista linguistico i vari documenti prodotti delle istituzioni europee è l’interazione fra strumenti legali ed informativi. In Europa la CSR è al centro di un quadro normativo in corso di definizione e di un’ampia campagna informativa che mira all’implementazione delle linee guida già stabilite. Dovendo perlopiù far leva sulla volontà all’azione delle singole imprese, l’Unione europea si è attivata per coinvolgere gli stessi stakeholder.

I documenti analizzati da Marina Bondi presentano differenze linguistiche, ma anche in parte contenutistiche, degne di nota.

Il primo testo è la comunicazione della Commissione dal titolo A renewed EU strategy 2011-2014 for Corporate Social Responsibility (COM(2011)681) in cui si ribadisce fin dall’introduzione che (corsivo nostro):

«Corporate social responsibility concerns actions by companies over and above their legal obligations towards society and the environment. Certain regulatory measures create an environment more conductive to enterprises voluntarily meeting their social responsibility»

La tensione fra natura volontaristica dell’azione di CSR e la necessità di implementazione si manifesta fin da subito in questo documento e nelle iniziative del Parlamento europeo che hanno dato seguito alla comunicazione della Commissione (ad esempio il report 2012/2098(INI)). Le costanti di tutti i documenti prodotti dalle istituzioni europee sono l’attenzione rivolta all’azione delle piccole e medie imprese e la volontà di creare un campo di gioco favorevole attraverso i vari strumenti legislativi. Per il quinquennio 2015-2020, pur essendo stata annunciata, manca ancora una nuova strategia.

Il secondo testo oggetto di analisi è un documento di natura divulgativa frutto delle discussioni in consessi europei degli stakeholder. Fin dal titolo, “Tips and tricks for advisors – Corporate Social Responsibility for SMEs, come fa notare Marina Bondi, il testo è impostato in maniera tale da mettere in evidenza i vantaggi per le piccole e medie imprese nel conformarsi ai principi della CSR. Visto il cruciale ruolo, più volte ribadito, della volontà delle singole imprese, è necessario che un documento divulgativo sottolinei i benefici che le aziende possono ricavare dall’implementare i principi proposti dalla Commissione europea. Questo cambiamento di prospettiva è sottolineato da vari elementi linguistici. Nei Tips si pone l’accento su ciò che lo strumento può fare per le imprese, mentre in documenti di policy come la Strategy vi sono proposte su ciò che le aziende possono fare per implementare la CSR. Tempi e modi verbali ci aiutano a notare questa differenza di impostazione: should, will e would prevalgono nel caso della Strategy, mentre nei Tips vi è una netta prevalenza dei can e have to, a ulteriore conferma della natura volontaristica delle azioni proposte. Se invece osserviamo i documenti nella loro interezza ed anche nel loro impatto grafico, possiamo osservare che all’autorevolezza della Strategy si affianca il linguaggio giornalistico ed educativo tipico della divulgazione dei Tips.

Difficile, se non addirittura, impossibile è parlare di linguaggio neutro quando ci riferiamo alla comunicazione politica ed istituzionale. Questo caso, però, forse più di altri, ci mostra come il linguaggio stesso possa farsi strumento di implementazione di una policy fondata innanzitutto su linee guida che necessitano del supporto dei soggetti interessati per essere portate avanti.

Elena Cammilli

Politica, religione e violenze di genere: il caso della guerra nella ex Jugoslavia

Il seminario
“Gender Based Violence in the context of war and conflict: a power tool. The case study of the former Yugoslavian republics”
è stato promosso dal Forum per i problemi della pace e della guerra con la collaborazione di Reset DOC, del Dipartimento di Scienze politiche e sociali dell’Università di Firenze, della fondazione Bruno Kessler e del Centre for the Study and Documentation of Religious and Political Institutions in Post-secular Society dell’Università Roma Tor Vergata.

Cosa può aver spinto un gran numero di uomini a commettere stupri e violenze a sfondo sessuale in maniera sistematica? La ricerca di una risposta a questa domanda è il filo conduttore che ha guidato l’incontro del 20 aprile sulle violenze di genere nel contesto del conflitto nella ex Jugoslavia.

Le due ricercatrici ospiti del seminario, Gorana Ognjenović dell’Università di Oslo e Jasna Jozelić del Norwegian Centre for Human Rights, hanno esposto alcuni dei risultati delle ricerche che conducono da anni sui temi della politicizzazione della religione e della violenza sessuale come strumento di sopraffazione durante i conflitti. Inizialmente hanno voluto sottolineare come le questioni di genere nell’ambito di questo particolare conflitto siano state – e continuino ad essere – meno studiate rispetto ad altre. Oltre alla ricerca di giustizia per le vittime, ciò che rende questo tema di estrema importanza è il legame che esso ha con politica e religione. È poi osservando più da vicino l’uso politico che è stato fatto della religione che possiamo porre le basi per cominciare a comprendere le violenze.

L’annullamento della laicità

La guerra in Bosnia ed Erzegovina ha mostrato al mondo intero come la religione possa essere utilizzata fino alle estreme conseguenze per obbiettivi politici. Il pluralismo religioso – che è cosa ben diversa dal pluralismo etnico, come ricorda Gorana Ognjenović – della Bosnia è stato attaccato con l’obbiettivo di creare comunità omogenee. La configurazione etnica e religiosa dell’attuale Bosnia ed Erzegovina è il risultato di scontri di identità e scelte più o meno imposte. Il contesto che precedeva lo scoppio della guerra è indispensabile per capire il processo di pulizia etnica compiuto. Lo spazio per la laicità è stato completamente annullato dalla corrispondenza che è stata creata fra religione e comunità. L’appartenenza religiosa è stata utilizzata per discriminare, torturare ed uccidere. L’essere praticanti o, al contrario, il non riconoscersi di fatto nella religione di famiglia non faceva alcuna differenza di fronte alle persecuzioni.

La sopravvivenza delle vittime

Nell’aprile del 2015 un tribunale bosniaco ha concesso per la prima volta un risarcimento ad una donna che da adolescente, durante la guerra, era stata vittima di uno stupro da parte di un vicino di casa e di un soldato serbo. Jasna Jozelić richiama all’attenzione questa vicenda per mettere in evidenza le difficoltà di avviare e portare fino in fondo procedimenti giudiziari per risarcire le vittime di violenze sessuali. Due organizzazioni in Bosnia ed Erzegovina si occupano delle violenze sessuali subite da migliaia di donne e uomini durante la guerra. Rompere il silenzio è tuttavia difficile ed uno dei più grandi timori di chi si occupa di questi casi è quello di infliggere nuove sofferenze alle vittime, soprattutto quando si parla di coinvolgere i tribunali, dal momento che, dice Jasna Jozelić, la sicurezza di chi chiede risarcimenti non può essere sufficientemente garantita.

La vergogna provata dalle vittime è il drammatico risultato di quello che si proponevano i carnefici: distruggere il nemico e le sue future generazioni attraverso la sopravvivenza delle vittime degli stupri e, in molti casi, anche attraverso gravidanze forzate che avrebbero dovuto “biologicamente” annullare l’altro. Il corpo delle vittime diveniva manifestazione fisica del gruppo che si intendeva annientare. Anche per questo motivo gli stupri non hanno riguardato solo donne ma anche uomini. Dalla seconda guerra mondiale non si riscontrava un tale livello di violenze a sfondo sessuale.

Sistematicità

Gorana Ognjenović e Jasna Jozelić ripetono più volte la parola “sistematicità”. Le ricerche che hanno svolto mirano anche a comprendere come sia stato possibile reclutare così tanti uomini per commettere migliaia di stupri.

Le violenze erano vere e proprie «armi strategiche». In quanto tali, facevano parte di «piani scientifici» ed erano una componente della politica di guerra. Esse potevano divenire armi strategiche per quanto abbiamo già riferito in merito alla politicizzazione del corpo dei nemici. Migliaia di donne musulmano-bosniache sono state vittime di una campagna di stupri e violenze sessuali proprio per questa ragione.

L’attenzione al genere delle vittime ci introduce ad un’altra dimensione del contesto sociale del conflitto, ovvero il carattere patriarcale della società. Questo fattore è all’origine di convinzioni costruite socialmente sulla religione e sul ruolo subordinato della donna, che sono poi state sfruttate per giustificare le violenze a sfondo sessuale mirate. In maniera più che mai acuta, il conflitto ha reso «not she but it» la donna vittima di violenze, sottolinea Gorana Ognjenović. Le donne erano infatti una “proprietà” del nemico di cui impossessarsi, come nel caso di beni materiali.

A riguardo, Jasna Jozelić ha parlato in termini più generali della sfida educativa e culturale che abbiamo di fronte. I simboli e le idee che sono stati il perno della guerra nella ex Jugoslavia non possono dirsi completamente compresi e condannati finché in varie parti del mondo le violenze sessuali continuano ad essere un vero e proprio strumento di guerra.

Elena Cammilli

Siria: Bashar al-Assad fra rafforzamento e transizione

I documenti

“The Assad Files” è il titolo con cui The New Yorker ha aperto un reportage sul lavoro svolto per risalire ai documenti che proverebbero i crimini commessi dal governo di Bashar al-Assad contro la popolazione siriana. Dallo scoppio della guerra civile nel 2011, numerose sono state le accuse di violazione dei diritti umani rivolte contro i vertici siriani. La ricerca di prove è il passo indispensabile per scoprire il coinvolgimento effettivo del governo nelle operazioni di repressione del dissenso.

Con questa logica nel 2012 è stato fondato un organismo investigativo indipendente, la Commission for International Justice and Accountability (CIJA) – fra i cui finanziatori troviamo l’Unione Europea ed alcuni governi come quello britannico, tedesco, svizzero e candese. L’obbiettivo fin dall’inizio è stato quello di trafugare documenti ufficiali dalla Siria. Al momento sono state raccolte centinaia di migliaia di pagine di documenti, 600.000 delle quali si trovano già in Europa.

La CIJA è riuscita a portare fuori dalla Siria questa mole di documentazione grazie a disertori o funzionari governativi che lavoravano in segreto per l’opposizione.

Di particolare rilievo sono i documenti che riferiscono degli incontri di un Nucleo centrale di gestione della crisi, principale responsabile della soppressione dei disordini alla base della guerra civile. Il materiale raccolto mostrerebbe come Assad sia sempre stato al corrente delle decisioni del Nucleo, poiché la fase di implementazione non sarebbe stata possibile senza il suo consenso.

A tutto ciò si affianca la raccolta di testimonianze di oppositori, o sospetti tali, arrestati e sottoposti a torture per estorcerne confessioni. La CIJA spera di poter far testimoniare in futuro gli ex detenuti di fronte ad un tribunale penale internazionale.

Futuro oltre la linea rossa

Nello scenario attuale le incognite sono tuttavia molteplici. Assad può infatti ancora avvalersi del sostegno russo all’interno del Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite ed affidare il caso siriano alla giurisdizione della Corte Penale Internazionale sembra al momento impossibile.

Prima ancora di questo, il problema di fondo è l’incertezza sulla permanenza di Bashar al-Assad alla guida del governo siriano. Esemplare, a riguardo, è il procedere instabile dei colloqui di Ginevra. Già sospese in precedenza dall’inviato delle Nazioni Unite Staffan de Mistura, le discussioni sono state di nuovo interrotte il 18 Aprile dall’Alto comitato per i negoziati, che rappresenta l’opposizione siriana ai colloqui. Secondo l’Alto comitato, premessa indispensabile per giungere ad un accordo è porre le basi per una transizione politica. Il governo siriano invece non si è mai mostrato intenzionato a porre sul piatto dei negoziati una possibile transizione; le priorità sono in primis la lotta al terrorismo e il rafforzamento dell’unità nazionale.

È su questo punto che si gioca il destino della Siria. Dopo il fallimento della retorica della “linea rossa” lanciata da Obama, non è più chiaro se prevarrà la ricerca di un’alternativa ad Assad o il rafforzamento dello stesso in chiave anti Daesh. In molti temono un esito simile a quello libico, ma appare lecito domandarsi se le similitudini fra le due situazioni siano così marcate. È soprattutto indispensabile tenere conto degli attori in gioco in Siria, senza scadere nella semplificazione che riduce tutto alla contrapposizione fra Assad ed alleati russi da un lato e Daesh dall’altro. Alcuni “scomodi” vicini come Turchia, Arabia Saudita e l’Iran alleato di Assad, per esempio, difficilmente rinunceranno ad avere una voce in capitolo nei futuri sviluppi politici.

In questo contesto, la comunità internazionale appare più che mai incerta su come agire. Se la soluzione diplomatica viene incoraggiata, sembra difficile prevederne il successo senza una minima base di accordo sui principi che devono ispirare i negoziati.

Elena Cammilli

Lezioni Fiorentine 19/04/2016

Guerra, mutamento dell’ordine internazionale e, tanto per cambiare, caos: di questo si è parlato al terzo incontro degli studenti con le Lezioni Fiorentine, seminario permanente organizzato da alcuni professori della nostra facoltà, tenutosi lo scorso 19 aprile. Sono intervenuti il generale Vincenzo Camporini, ex capo di Stato maggiore dell’aeronautica militare e della Difesa, oggi vicepresidente dell’Istituto Affari Internazionali, e, inatteso, Valdo Spini, ex sottosegretario agli Interni e agli Affari Esteri, già Ministro dell’Ambiente e professore associato di economia politica presso la nostra facoltà. Presentavano i docenti Luciano Bozzo, che ha introdotto i due ospiti, e Francesca Ditifeci.

Camporini ha esordito sottolineando il ruolo giocato dal caso e dalla fortuna nelle vicende umane: tanti avvenimenti sono imprevedibili e la quotidianità, nello specifico nell’ambito delle relazioni internazionali, si sta complicando sempre di più. Esiste un trend di crescita esponenziale degli attori presenti nelle attività umane e, quindi, anche nelle relazioni internazionali. Dopo la pace di Westfalia il numero di attori internazionali era estremamente ridotto, poiché questi erano solo un gruppo ristretto di Stati nazionali abbastanza forti da potersi imporre come protagonisti nello scenario mondiale. Tuttavia, il punto di minimo assoluto fu raggiungo durante la seconda metà degli anni ’40, con la discesa della cortina di ferro in Europa e l’inizio dell’equilibrio bipolare. Il bipolarismo rendeva la vita degli uomini estremamente semplice: tutto veniva declinato secondo uno schema preciso che riduceva ogni vicenda ad una costante contrapposizione dicotomica (o bianco o nero, senza sfumature). Il sistema economico coincideva con quello politico, che a sua volta si sovrapponeva a quello militare. Tutto era scandito secondo un sistema di mutua distruzione assicurata (mutually assured destruction) e di guerre per procura per gli attori comprimari.

Con la fine della guerra fredda sembrava che, usando le parole di Fukuyama, la storia sarebbe finita: il modello vincente dell’Occidente si sarebbe propagato a macchia d’olio, trionfando in tutto il mondo. Così non è stato: con la caduta del comunismo e la dissoluzione dell’Unione Sovietica sono nati e cresciuti altri protagonisti, rimasti spesso in secondo piano durante il conflitto bipolare, mentre altri ancora si sono disgregati, come nel caso della Yugoslavia, nella quale si è consumata una terribile guerra civile, che ha portato con sé circa mezzo milione di morti. Camporini ha voluto rimarcare come durante il conflitto iugoslavo sia stato messo in discussione uno dei valori fondamentali dell’Occidente: il multiculturalismo. Il valore della discussione e del dialogo col “diverso”, è stato, come accade tutt’ora anche in altre parti del mondo, ritenuto un disvalore, e non deve stupire come oggigiorno i conflitti inter-etnici e tribali siano la regola in molti angoli del globo.

Facendo nuovamente riferimento al conflitto in Yugoslavia, il generale ha sottolineato come l’Occidente, trionfante nella guerra fredda, non fosse politicamente pronto per gestire la serie di crisi che gli si proponevano con sempre maggiore violenza. Uno dei motivi del caos in Bosnia fu dato dalla mescolanza a livello territoriale delle differenti comunità etniche, così stretta da impedirne geograficamente la separazione. Lo stesso errore, la stessa mancanza di un disegno politico concreto, viene commesso dall’Occidente al giorno d’oggi: non si può intervenire militarmente, dice l’ex capo di Stato maggiore, se non si ha alcun punto di arrivo al quale approdare. Gli accordi di Dayton sono una stentata soluzione, tant’è che, ha affermato Camporini, “andare a Sarajevo oggi è come camminare su un lago con un sottilissimo strato di ghiaccio”. Nel 1999 il problema in Kosovo fu analogo e, dopo l’intervento non autorizzato della NATO, questo venne separato dalla Serbia rispettando i vecchi confini geografici e non quelli etnici, acuendo la tensione fra gli albanesi e la comunità serba a nord del fiume Ibar.

Tutte queste frizioni (e frazioni) hanno consentito una moltiplicazione degli attori istituzionali, a cui si affiancano, per altro, quelli non statuali, come ad esempio le bande private che portano ad una vera e propria polverizzazione del potere. La diffusione delle informazioni, dell’educazione e della tecnologia, in sé positiva, diventa potenzialmente negativa quando si tratta di educazione deviata o di diffusione incontrollata di tecnologia militare potenzialmente distruttiva. In Libia ci sono fra cinquecento e duecento diversi attori tribali, ognuno con gli armamenti sufficienti per contrastare gli altri. La Libia, prima della colonizzazione italiana, era un’entità divisa, di cui Tripolitania e Cirenaica rappresentavano rispettivamente una provincia ottomana e uno stato vassallo della Sublime Porta. Con la caduta di Gheddafi, l’Occidente ha “aperto il vaso di Pandora”, riscoprendo queste e molte altre differenze e frammentazioni e portando avanti un’operazione militare senza avere alcun disegno politico di lungo termine da realizzare. Sullo stesso piano si pongono il problema siriano ed iracheno; in Siria è in atto una guerra fra diverse potenze regionali le quali possiedono tutte un disegno egemonico, che il conflitto fra sciiti e sunniti serve solo ad alimentare. In un certo senso, dice Camporini, la guerra in Siria è una riproposizione della Guerra dei trent’anni. Viviamo in un periodo di confusione e non abbiamo veri leader che sappiano far ordine in mezzo al caos. La stragrande maggioranza dei capi di Stato e di governo non conduce veramente; non si può quindi parlare di leader, ma piuttosto di led, poiché le scelte politiche sono dettate dagli umori dell’opinione pubblica e dalle tornate elettorali. Anche in questo caso ciò che manca è un disegno politico di lungo termine. Piaccia o meno, c’è un solo personaggio, sostiene a malincuore l’ex capo di Stato maggiore, che può essere degno dell’appellativo di leader: Vladimir Putin.

In chiusura, commentando l’intervento del generale Camporini, Valdo Spini ha evidenziato come le forze armate possano definirsi la burocrazia statuale più internazionalizzata e come la natura degli interventi italiani all’estero sia cambiata dopo il conflitto nella ex Iugoslavia. A livello prettamente politico, Spini ricorda come l’Italia abbia tentato, senza successo, di promuove una soluzione unitaria del conflitto a differenza di altri attori come Germania e Vaticano. Attualmente l’Unione europea rappresenta ancora un modello a cui tendere per alcuni degli stati usciti dalle guerre nei Balcani. L’Unione europea non è perciò riuscita a presentarsi come attore sufficientemente unito e credibile per poter dialogare con la Russia di Putin in merito alle vicende mediorientali. Il che ha spinto il Cremlino a cercare altri interlocutori. In merito a Daesh, Spini sostiene che si sia lasciato guadagnare terreno a Daesh nell’errata convinzione che la minaccia fosse comunque inferiore all’irrisolta questione curda. Volgendo infine lo sguardo agli attentati avvenuti in Europa, la sfida che ci troviamo ad affrontare sta nel trovare nuovi strumenti per rispondere ad un tipo di terrorismo che si fonda su un anti-occidentalismo di matrice religiosa piuttosto che politica.

Elia Bescotti e Elena Cammilli