Coup de théâtre: l’affaire Sarkozy e le relazioni storiche tra Francia e paesi arabi

di Riccardo Roba

 

Qualche settimana fa, Oltralpe e non solo, ha destato scalpore la notizia dello stato di fermo dell’ex presidente francese Nicolas Sarkozy. L’arresto temporaneo e l’interrogatorio a cui è stato sottoposto per qualche ora non giungono come lampi a ciel sereno, poiché sono frutto di un’indagine aperta già nel 2013. L’accusa è quella di aver ricevuto dal regime libico di Gheddafi dei finanziamenti illeciti, per la propria campagna presidenziale, che lo portarono all’Eliseo nel 2007. Questo fatto, grave se confermato, dimostrerebbe però che i legami tra la Francia e il mondo arabo-musulmano sono ancora oggi forti, non solo per le tensioni interne che abbiamo tragicamente conosciuto negli ultimi anni, ma anche nei rapporti di relazioni esterne (economia, politica, ecc..).

Senza scomodare i 130 anni di occupazione francese dei territori algerini[1], o la stessa guerra d’Algeria, o ancora gli accordi segreti di Sykes-Picot del 1916 firmati tra Regno Unito e la stessa Francia, questo articolo ripercorrerà il ruolo che ha avuto Parigi in una serie di scenari di crisi nella regione mediorientale-nordafricana, nella stagione della V Repubblica.

 

Una delle numerose anime della Francia è stata, e rimane, la vocazione da potenza del Mediterraneo. Negli anni immediatamente successivi alla crisi di Suez (1956), la Francia cooperò strettamente con quello che era stato uno dei suoi alleati contro l’Egitto: Israele[2]. Senza giungere mai ad un’alleanza formale, Francia e Israele si avvicinarono di misura: Parigi rimase il primo fornitore d’armi a Israele almeno fino al 1962, quando l’embargo statunitense nei confronti dello stato ebraico cadde. Segno di tale conciliazione  sono diverse circostanze: una frase del 1960 del Presidente De Gaulle, ad esempio, il quale, durante una visita di Stato del capo di governo israeliano David Ben Gourion, lo definì “il più grande uomo di stato di questo secolo”; o ancora, il fatto che questi due paesi, negli anni successivi al 1957, collaborarono segretamente e contro la volontà degli USA, allo sviluppo dell’arma nucleare[3].

Questo sbilanciamento a favore di Israele, tuttavia, non coincideva esattamente con il disegno della V Repubblica di rilancio della “grandeur” francese, che era invece proprio della visione di De Gaulle. Una volta conclusasi la guerra d’Algeria – evento che portò alla rottura temporanea tra la Francia e i paesi arabi; lo stesso Egitto di Nasser sostenne l’armamento dell’algerino FLN[4] – la diplomazia francese si mosse per riavvicinarsi al mondo arabo e favorire la coesistenza pacifica nella regione, ristabilendo un legame privilegiato con il Libano (paese francofono, con una serie di convenzioni), ma riallacciando relazioni anche con altri, come l’Egitto. Le crescenti tensioni nella regione mediorientale, però, remavano contro tali sforzi: la Guerra dei 6 giorni (5-10/06/67) decretò il definitivo allontanamento di De Gaulle da Israele, il vero vincitore di questo scontro bellico, che umiliò militarmente gli avversari. Allontanamento che si sarebbe trasformato in rottura totale l’anno successivo con l’attacco israeliano all’aeroporto di Beirut (dicembre 1968). Garante dell’indipendenza del Libano, la Francia inaugurò qualche mese più tardi un embargo totale sulla vendita di armi ad Israele e un riavvicinamento sostanziale ai paesi arabi[5].

 

Durante la guerra dello Yom Kippur (1973), le posizioni francesi andarono addirittura oltre: Parigi sostenne apertamente il campo arabo, com’è facilmente intuibile dalle dichiarazioni dell’allora ministro degli affari esteri Jobert, che riteneva legittima la volontà di Egitto e Siria di riappropriarsi dei territori perduti 6 anni prima – ciò permise alla Francia di essere uno dei pochi paesi occidentali ad essere risparmiato dall’embargo sul petrolio dell’OPEC[6].

Durante poi il settennato della presidenza di Valéry Giscard d’Estaing, le tensioni tra Francia e Israele aumentarono, tanto che il presidente francese non si recò mai, durante il proprio mandato, a Tel Aviv. Inoltre, in questi anni (ottobre 1975), l’OLP aprì un ufficio di rappresentanza proprio a Parigi, e la stessa Organizzazione ricevette un forte sostegno da parte della Francia perché le fosse riconosciuto lo status di osservatore presso l’ONU. L’Eliseo, durante il Consiglio Europeo a Venezia nel giugno 1980, riuscì addirittura ad allineare i 9 Paesi della CEE sulla difesa del diritto dei palestinesi ad avere uno Stato, a fianco di quello d’Israele.

Quando poi, nel 1981, a Parigi venne eletto il primo presidente socialista, questi si volle impegnare per riequilibrare una politica estera divenuta troppo pro-araba. In effetti, anche nella sua storia politica prima dell’Eliseo, Mitterrand si definì sempre “amico d’Israele”: fu anche il primo presidente francese della V Repubblica a recarsi in visita ufficiale proprio in Israele (marzo 1982). Non mancarono tuttavia numerose contraddizioni nell’azione d’Oltralpe: nel discorso che il presidente tenne davanti alla Knesset, l’assemblea parlamentare israeliana, Mitterrand espresse sia il diritto di Israele alla sicurezza, sia il diritto dei palestinesi ad un proprio Stato sui territori occupati e Gerusalemme Est. Inoltre, nell’esecutivo di governo sotto la presidenza Mitterrand, numerosi furono i ministri notoriamente a favore di posizioni pro-arabe (il ministro degli affari esteri Cheysson, il ministro della difesa Chevènement). Non vennero neanche risparmiate diverse critiche francesi nei confronti di Israele, in occasione, ad esempio, dell’invasione del Libano (giugno 1982): in quei mesi, la stessa marina francese partecipò all’evacuazione di Beirut, che trasse in salvo diversi militanti dell’OLP[7].

Durante il suo secondo mandato, Mitterrand virò ulteriormente verso le istanze palestinesi: ne fu espressione, ad esempio, la visita ufficiale di Arafat a Parigi, nel maggio 1989. Questa inflessione però pregiudicò la posizione francese di mediatore nei processi di pace: Parigi, infatti, non fu centrale né durante la conferenza di Madrid (1991) né per gli accordi di Oslo (1993).

Quest’ambivalenza rimase viva anche sotto la presidenza Chirac, anzi, venne acuita dalla coabitazione col Primo Ministro Jospin, che definì gli Hezbollah “terroristi”. Giungendo finalmente poi alla presidenza che dà il titolo a questo articolo, non molto cambiò con l’arrivo di Sarkozy all’Eliseo, nonostante la sua retorica pro-israeliana. Sotto la sua presidenza, tuttavia, il progetto di unione per il Mediterraneo riprese vigore; e venne inaugurata una nuova base militare francese ad Abu Dhabi nel 2009. Come ben sappiamo, poi, verso la fine del suo mandato, Sarkozy fu il più ardente sostenitore, nonostante un presidente americano più temporeggiatore, e un alleato importante come l’Italia più di traverso, di un intervento occidentale[8] nei cieli libici, per stravolgere il regime di Gheddafi[9]. Ed è proprio per questo fatto che le accuse mosse in queste settimane all’ex inquilino dell’Eliseo suonano ancora più beffarde.

Quando Hollande divenne presidente ereditò le difficili conseguenze delle primavere arabe, che avevano sconvolto tutta la regione nordafricana-mediorientale. Tale contesto non permise alla Francia di essere davvero efficace nella propria azione: l’intervento in Siria e in Iraq contro l’Isis è emblematico, poiché i bombardamenti francesi dal 2013 in poi, sono da ascrivere alla coalizione internazionale contro il terrorismo islamico, dove Washington era il vero capofila, e Parigi copriva semplicemente gli attacchi suppletivi.

 

La “grande politique arabe” che Parigi ha portato avanti fino almeno all’inizio del nuovo millennio è stata dovuta anche a diversi fattori: dal 1967 una lobby pro-araba molto influente in seno dell’apparato decisionale francese si è consolidata. Questa poteva contare su numerosi diplomatici molto autorevoli al Quai d’Orsay, come il già citato Jobert, prima Segretario Generale dell’Eliseo sotto Pompidou, poi ministro degli esteri. Non solo politica però, ma anche molta economia[10]: un altro uomo chiave fu Pierre Guillaumat, già ministro della difesa tra il 1958 e il 1960, ma anche fondatore di Elf Aquitaine (poi Total) e presidente dell’Union Générale des pétroles. Eloquente potrebbe essere la visita all’Eliseo, per esempio, del presidente iracheno Abdul Rahman Arif, nel febbraio 1968: quell’incontro fu seguito dalla firma di una grande commessa d’armi francese verso l’Iraq, di un accordo per la formazione di ufficiali iracheni in Francia e di un importante contratto petrolifero proprio per il gruppo Elf Aquitaine.

Oltre al Medioriente, la Francia ha da sempre costruito e stretto legami di vari genere coi regimi arabi ultra-conservatori, compresi quelli del Golfo: allo stesso regime libico di Gheddafi, negli anni che furono, Parigi continuò a vendere armi, provocando le ire dei propri alleati come USA e Israele. L’Eliseo però è riuscito anche a costruire una politica mediterranea con destinazione Maghreb: con la Tunisia e il Marocco, i francesi hanno rafforzato i legami di cooperazione – mentre alcuni momenti di tensione con l’Algeria vi sono stati (come quando il regime di Boumédiène nazionalizzò la produzione petrolifera nel 1971). O ancora, la Francia prese parte a fianco del Marocco al conflitto nel Sahara occidentale, e alla lotta contro il gruppo terrorista Groupe islamique armé (GIA) nella regione durante gli anni 90. Fu ancora Parigi ad ottenere il lancio del dialogo “euro-arabo” al Consiglio Europeo di Copenaghen del dicembre 1973[11].

 

E oggi? L’arrivo all’Eliseo dell’enfant prodige Macron fa credere in un nuovo attivismo francese nella regione, e, in poco meno di un anno di presidenza, si è già adoperato su più fronti: dalla mediazione sulle diverse forze presenti in Libia, a quella tra Libano e i sauditi; dall’inaugurazione del Louvre ad Abu Dhabi, a, ancora una volta, alla vendita di armi ai paesi del Golfo (sia all’Arabia Saudita, sia al Qatar), e alle effervescenti relazioni commerciali con l’Egitto. Il Macron d’Arabia ha ripreso in mano una serie di dossier estremamente delicati.

Giustizia francese permettendo, dunque, non pare che le due sponde del Mediterraneo si allontaneranno poi di molto: anzi, in questo déjà-vu, i vecchi copioni di economia e politica, nonostante le intrinseche novità del Macron candidato, saranno nuovamente recitati su questo palcoscenico in cui Parigi rivendica ancora un ruolo da acteur principal.

 

[1]Jean-Pierre Peyroulou, Abderrahmane Bouchène, Ouanassa Siari Tengour, Sylvie Thénault, Histoire de l’Algérie à la période coloniale, 1830-1962, Éditions Barzakh, Parigi, 2012

[2]Samir Kassir, Faouk Mardam-Bey, Itinéraires de Paris à Jérusalem. La France et le conflit israélo-arabe (Tome I : 1917 – 1958), Institut des études palestiniennes, Washington DC, 1992

[3]Pierre Péan, Les deux bombes, Fayard, 1982, pp. 83 e seguenti

[4]Meynier Gilbert, « Les Algériens vus par le pouvoir égyptien pendant la guerre d’Algérie d’après les mémoires de Fathi al Dib », in Cahiers de la Méditerranée, n°41, 1, 1990, États et pouvoirs en Méditerranée (XVIe-XXe siècles). Mélanges offerts à André Nouschi. Tome I, pp. 89-127

[5] Samir Kassir, Faouk Mardam-Bey, Itinéraires de Paris à Jérusalem. La France et le conflit israélo-arabe (Tome II : 1958 – 1991), Institut des études palestiniennes, Washington DC, 1992

[6] Alberto Tonini, “The EEC Commission and European Energy Policy: A Historical Appraisal”, in R. Bardazzi et al. (eds.), European Energy and Climate Security, Springer International Publishing Switzerland 2016

[7]Kassir, Mardam-Bey, Itinéraires de Paris à Jérusalem, cit.

[8] Lucio Caracciolo, “Affidiamoci allo Stallone”, in La guerra in Libia, Limes, n°2, 2011

[9]Didier Lucas e Inès Carbonell, “Gheddafi il miglior nemico di Sarkozy?”, in La guerra in Libia, Limes, n°2, 2011

[10] Isabelle Bensiboun, Agnes Chevallier, Europe-Méditerranée : le pari de l’ouverture, Ed. ECONOMICA, Paris, 1996, pp. 5-43

[11] Paul Balta, Méditerranée. Défis et enjeux, L’Harmattan, Paris, 2000, pp. 127-156

Tanto vicini, tanto lontani: dopo Cotonou, tra passato e futuro delle relazioni UE-ACP

di Riccardo Roba

 

Nel 2020, l’accordo di partenariato di Cotonou tra l’Unione europea e i paesi di Africa, Caraibi e Pacifico scadrà. Questo accordo, che regola una serie di aspetti e che si articola su tre pilastri (cooperazione e sviluppo, relazioni economiche e commerciali, dimensione politica) entrò in vigore il 23 giugno del 2000. Le negoziazioni inizieranno proprio a metà di quest’anno, e i due partner (UE e ACP) hanno già avviato le discussioni interne per adottare le proprie posizioni negoziali iniziali.

Per poter seguire meglio le prossime fasi negoziali, è bene tuttavia capire come si è giunto fino a questo punto, quali siano stati gli attori più coinvolti e le tappe che hanno preceduto Cotonou.

 

A partire dall’anno di nascita della stessa Comunità Economica Europea, con l’entrata in vigore dei Trattati di Roma nel 1958, gli Stati membri vollero salvaguardare i rapporti diplomatici ed economici con i propri imperi coloniali (dunque a partire dall’Africa[1]), in quel momento ancora in piedi nonostante le difficoltà che seguirono alla seconda guerra mondiale. In quei trattati, infatti, all’articolo 131, veniva istituita l’”associazione”: tale istituto andava incontro alla creazione di un’area di libero scambio, con l’abbassamento dei dazi interni, tra la neonata CEE e i paesi associati. Nacque però anche il Fondo Europeo di Sviluppo (FES), che avrebbe finanziato progetti di carattere sociale e investimenti economici. Questo articolo era il risultato di non poche frizioni interne: l’Italia ad esempio si rifiutò di contribuire al FES con una quota da “paese grande” (come Francia e Germania) dunque “paese ricco”, data la propria ancora precaria posizione economica; o ancora, il fatto che la Repubblica Federale Tedesca e l’Olanda volessero aumentare il controllo degli Stati membri nella gestione del FES si scontrò con le posizioni francesi, che volevano salvaguardare il proprio controllo sulle relazioni CEE-Africa.

Parigi ebbe la meglio e così sarebbe stato anche nei molti anni a venire. Tuttavia, dopo il biennio 1960-61, i rapporti tra Africa ed Europa cambiarono radicalmente: ben 17 Stati africani proclamarono l’indipendenza nel solo 1960 (ribattezzato poi Anno dell’Africa), e gli imperi coloniali europei smisero de facto di esistere. Questo provocò un trauma culturale, politico – se non economico – tra gli europei (basti pensare alla dichiarazione di colui che sarebbe diventato il 21° presidente della Repubblica francese, Mitterrand, che nel 1959 disse “senza l’Algeria non ci sarà storia di Francia nel XXI secolo”[2]); per cui le cancellerie europee si mossero alacremente per intavolare dei nuovi negoziati.

Questi ultimi presero avvio nel 1962, quando la CEE trovò ben 18 nuovi interlocutori, gli Stati africani e malgascio associati (SAMA). Questi ultimi, bisogna dirlo, riuscirono a coordinarsi piuttosto efficacemente, ma nei fatti non furono in grado di apportare proposte proprie – per la mancanza di uomini e capacità, ad esempio, alcuni dei nuovi Stati africani furono rappresentati da stessi funzionari francesi[3].

Il 20 luglio 1963, gli stati CEE e SAMA firmarono la Convenzione di Yaoundé, che sostanzialmente rinnovava gli impegni presi coi Trattati di Roma (preferenze commerciali-aiuto finanziario); ma questa volta i firmatari erano stati indipendenti e sovrani. Inoltre, si creavano alcune istituzioni comuni CEE-SAMA e si regolarizzava la possibilità anche per paesi africani terzi di associarsi[4].

Nonostante le critiche di neocolonialismo, la convenzione fu un successo per la Francia (che si manteneva interlocutore privilegiato con le ex colonie, e canalizzava risorse comunitarie nell’Africa francofona); ma fu applaudita anche dai molti paesi africani che ne avevano preso parte (poiché, come detto, a firmare erano ora stati indipendenti, e perché il regime commerciale che nasceva li proteggeva dalle regole del GATT)[5].

 

Questa convenzione fu rinnovata successivamente nel 1969; ma a causa delle molte dinamiche esogene in atto sul palcoscenico internazionale (la fine di Bretton Woods e i tentennamenti della leadership americana; la crisi petrolifera e le divisioni in Occidente; le guerriglie diffuse contro gli ultimi resti degli imperi coloniali, di Portogallo, o in Rhodesia e Sudafrica; il movimento dei paesi non allineati e il loro manifesto per un “Nuovo ordine economico”), ma anche ad alcuni fattori endogeni (primo tra tutti l’ingresso della Gran Bretagna nella CEE nel 1973; e poi anche la naturale scadenza della convenzione di Yaoundé) si avvertì l’esigenza di riaprire i negoziati che regolavano i rapporti tra Europa e Africa.

Un ruolo fondamentale questo volta lo ebbe la Commissione stessa (basti ricordare la figura del commissario allo sviluppo Cheysson), che riuscì a ricavarsi un ruolo proattivo tra i mille rivoli delle divisioni tra Regno Unito e Francia. Lo fece, la Commissione, a partire dal proprio memorandum (maggio 1973) sulle future relazioni tra i nove membri CEE e paesi associati e associabili nel Commonwealth. Questa volta, anche per il gran numero di interlocutori – furono 46 i paesi ACP (Africa, Caraibi, Pacifico), con le loro differenze interne culturali, economiche, geografiche, persino linguistiche – i negoziati furono lunghi e difficili: iniziarono nel luglio di quell’anno, e si protrassero fino al febbraio 1975. Le principali divisioni che allontanavo gli europei furono su due temi: da un lato Francia, Belgio, Italia e Commissione volevano rafforzare gli impegni europei in Africa; dall’altro, Regno Unito, Germania e Olanda consideravano importante aprire l’azione europea verso un approccio più globale. Rispetto poi alle preferenze reciproche, uno dei cardini di quel regime di libero scambio nato con Yaoundé, i primi le ritenevano indispensabili, mentre i secondi – che trovavano appoggi in paesi africani importanti, come Nigeria e Ghana – erano assai critici. Per la prima volta, la posizione francese venne seriamente messa in minoranza, e Parigi decise infine di rinunciare alle preferenze[6].

Il 28 febbraio 1975, nella capitale del Togo, venne solennemente firmata la Convenzione di Lomé. Numerosi novità vennero varate. Furono cancellate, come detto, le preferenze commerciali; furono create delle istituzioni comuni, con competenze più vaste e precise che in precedenza, come l’Assemblea parlamentare che raccoglieva (e raccoglie ancora oggi) sia rappresentanti del Parlamento europeo, sia rappresentanti parlamentari dagli ACP. Il FES venne ristrutturato, così come la Banca Europea d’Investimenti, anche per dare coerenza alle nuove sfide che si prospettavano nel mondo della cooperazione allo sviluppo. Mentre però rimase inascoltata la proposta della stessa Commissione di finanziare il FES con risorse proprie. Una importante novità fu l’introduzione dello Stabex, un sistema di stabilizzazione dei ricavi delle esportazioni dei prodotti di base, che andava a sostegno delle esportazioni ACP[7].

 

Con questa Convenzione, molti degli aspetti che regolano oggi le relazioni tra ACP e UE hanno continuato ad esistere (come le istituzioni comuni ad esempio): Lomé fu rinnovata ben quattro volte, fino a quando nel 2000 venne sostituita da Cotonou. Quest’ultima, arrivata praticamente indenne fino ad oggi, salvo alcune modifiche per meglio rispondere alle nuove sfide globali (cambiamento climatico, sicurezza alimentare…) ha rinnovato i pilastri sul commercio e sullo sviluppo; ma l’ha aggiornata sotto molti altri aspetti, come nella lotta per la riduzione della povertà, della corruzione; nel coinvolgimento della società civile e del settore privato nei diversi progetti finanziati da fondi UE.

Il 22 novembre 2016 la Commissione europea ha rilasciato poi una comunicazione congiunta dal titolo “Towards a renewed partnership with African, Caribbean and Pacific (ACP) countries after 2020”. Questo documento ha preso come base di discussioni l’Agenda 2030 delle Nazioni Unite, il nuovo Consenso europeo in materia di sviluppo e la strategia globale dell’Unione europea. Inoltre, la Commissione ha pubblicato le proprie raccomandazioni per il mandato negoziale che il Consiglio dovrebbe accordare alla Commissione stessa – autorizzazione che dovrebbe arrivare nelle prossime settimane.

Come accennato, a metà di quest’anno, i negoziati dovrebbero cominciare, e le sfide si prospettano già ardue: dallo sviluppo sostenibile, ai flussi migratori, dal piano di investimenti esterno dell’UE, alla competizione con altri paesi ormai ben presenti nella regione africana (Cina), l’accordo post-Cotonou deve rimanere ambizioso e saper raccogliere le sfide globali di questo nuovo millennio. Ne va delle relazioni euro-africane, mai come in questo momento vitali per i due azionari di questo partenariato; così come il ruolo dell’Unione Europea nel mondo, sempre di più messo in discussione, e che invece necessita di essere ristrutturato e rilanciato, proprio a partire dall’Africa.

 

Note:

[1] G. Calchi Novati, P. Valsecchi, Africa: la storia ritrovata, Carocci editore, Roma, 2016

[2] J. Chipman, “French power in Africa”, in The Journal of Modern African Studies, Volume 29, Issue 02, June 1991, Cambridge University Press 1991, pp 319-320

[3] E. Calandri, M.E. Guasconi, R. Ranieri, Storia politica e economica dell’integrazione europea. Dal 1945 ad oggi, EdiSES, Napoli, 2015, pp. 116-118

[4] J. G. Moss, The Yaoundé Convention, 1964-1975, University Microfilms International, Ann Arbor, 1978

[5] G. Migani, “Strategie nazionali e istituzionali alle origini dell’assistenza comunitaria allo sviluppo: la CEE, la Francia e l’Africa negli anni Settanta”, in E. Calandri (a cura di), Il primato sfuggente. L’Europa e l’intervento per lo sviluppo (1957-2007), Milano, Franco Angeli, 2009, pp.17-34

[6] G. Garavini, Dopo gli imperi. L’integrazione europea nello scontro Nord-Sud, Le Monnier, Firenze, 2009

[7] E. Calandri et al., Storia politica e economica dell’integrazione europea. Dal 1945 ad oggi, pp. 176-179

Battaglia navale nel Vallone di Pirano: la pronuncia della CPA in merito ai confini internazionali tra Croazia e Slovenia (caso n. 2012-04)

di Enrico Pelosato

In data 29 Giugno 2017, la Corte Permanente di Arbitrato dell’Aja si è espressa in merito alla controversia n. 2012-04, inerente alla definizione dei confini internazionali (terrestri e marittimi) tra la Repubblica di Croazia e la Repubblica di Slovenia[1].

Nel 1991, con la dissoluzione dell’ex Jugoslavia, Slovenia e Croazia si dichiararono indipendenti: le due neo-nate Repubbliche proclamarono il reciproco riconoscimento e formalizzarono di non avere contenziosi territoriali, tuttavia la definizione di un confine tra le due si rivelò ben presto una questione spinosa. Nel 1993, infatti, la Slovenia rivendicò a sé tutto il Vallone di Pirano e il relativo accesso alle acque internazionali: la rivendicazione slovena, sostanzialmente, consisteva nello spostamento di un chilometro e mezzo della linea di confine (nella parte che attraversava il Golfo) in modo da garantirsi un accesso indipendente alle acque internazionali. La Croazia, tuttavia, in disaccordo con la alla richiesta slovena, propose una linea mediana come unico criterio possibile di spartizione. In tempi più recenti, questa situazione di stallo ha inoltre rischiato di diventare un vero e proprio ostacolo nei negoziati di adesione croata all’Unione Europea. La Commissione Europea ha quindi incoraggiato le parti a risolvere la controversia sottoponendosi alla giurisdizione della Corte Permanente di Arbitrato dell’Aja, portando alla stipula dell’accordo arbitrale avvenuta in data 04 Novembre 2009[2]. Particolare importanza assume inoltre il referendum che ha avuto luogo il 03 Maggio 2010 in Slovenia:

la scelta di Lubiana, di giudicare con referendum il documento sottoscritto con la Croazia il 4 Novembre 2009, è stata l’effetto di un’aspra concertazione politica tra il governo socialdemocratico di Phaor (Sd) e il primo partito di opposizione, il Partito Democratico Sloveno (Sds) divisi sulla reale utilità dell’accordo bilaterale. All’interno del parlamento, l’ala destra guidata dall’ex premier Janez Jansa giudicava l’arbitrato come sfavorevole alla Slovenia, per il rischio di privarla definitivamente dell’accesso alle acque internazionali, mentre la sinistra guardava alla risoluzione della controversia come ad un loro potenziale successo politico[3]

Il referendum, nonostante un altissimo livello di astensione, ha avuto un esito positivo: 51,7% di sì, contro il restante 48,3% di no.

Il Tribunale Arbitrale  è stato quindi chiamato, sulla scorta dell’Art.3 dell’Accordo Arbitrale,  a giudicare in merito a “a) il corso dei confini marittimi e terrestri tra la Repubblica di Croazia e la Repubblica di Slovenia; b) il collegamento (the junction) della Slovenia all’Alto Mare; c) il regime di utilizzazione delle pertinenti aree marittime” applicando i criteri previsti all’articolo seguente, vale a dire le norme del diritto internazionale, l’equità e il principio di buone relazioni di vicinato al fine di arrivare, tenendo conto delle circostanze, ad una soluzione equa e giusta della controversia. Tuttavia, nel 2015 uno scoop sembra destinato a compromettere il buon esito del procedimento arbitrale: dalla stampa serba e croata si viene a conoscenza del fatto che l’arbitro nominato dalla Slovenia stesse interagendo con il membro sloveno del collegio difensivo. Si arriva quindi alle dimissioni dei due e alla notifica formale al Tribunale Arbitrale, su iniziativa croata, di una presunta violazione dell’accordo arbitrale da parte slovena tale da giustificare una risoluzione di quest’ultimo ai sensi della Convenzione di Vienna sul Diritto dei Trattati: tuttavia se da un lato, il Tribunale accerta la violazione da parte slovena dall’Accordo, dall’altro statuisce che “per quanto riguarda la questione della prosecuzione del procedimento, il Tribunale ha affermato di non avere soltanto l’autorità ma anche il dovere di risolvere la disputa territoriale e marittima che gli è stata sottoposta”. Viene quindi ricostituito il Tribunale, e si arriva alla lettura del dispositivo finale in data 29 Giugno 2017, in assenza dei rappresentanti croati[4].

Come sopra menzionato, il nucleo centrale della controversia non è correlato principalmente ai confini terrestri ma a quelli marittimi, con particolare riferimento alla delimitazione del confine marittimo nella baia di Pirano e l’accesso sloveno alle acque internazionali. In primo luogo, occorre menzionare il fatto che entrambi i Paesi non avevano punti di riferimento chiari in materia di frontiere marittime, poiché quest’ultime in precedenza godevano dello status di acque interne dell’ex Jugoslavia: se da un lato infatti i precedenti confini amministrativi si sono trasformati in confini internazionali a seguito della dissoluzione dell’ex Repubblica Federale, dall’altro non si è di fronte ad un chiaro confine precedentemente tracciato tra le due Repubbliche per quanto concerne l’area interessata ed entrambi i Paesi. Inoltre, ambedue concordano sul fatto che non fosse mai stato stabilito un condominio nella Baia di Pirano. A tal proposito, nel sostenere le proprie argomentazioni, entrambi i Paesi fanno riferimento all’art.15 della Convenzione delle Nazioni Unite sul diritto del mare siglata a Montego Bay[5] nel 1982, pur giungendo ovviamente a conclusioni antitetiche. Se da  un lato, infatti, la Croazia propone la regola generale della linea mediana da applicare nel caso di specie, dall’altro la Slovenia fa riferimento all’esistenza di un titolo storico sulla Baia di Pirano detenuto dalla Slovenia, nonché interessi economici e di sicurezza tali da poter essere considerati circostanze particolari. Il Tribunale Arbitrale, nello statuire in merito alla delimitazione del confine nella Baia di Pirano, si avvale del principio dell’uti possidetis e del principio dell’effectivité (l’effettivo esercizio della competenza territoriale), invocato da entrambe le parti. Il Tribunale, al fine di giudicare, ha anche tenuto in considerazione elementi quali ad esempio la tutela dell’ecosistema, le attività di ricerca e di polizia e la reattività degli Stati in caso di incidenti. A tal proposito, il Tribunale ha quindi individuato una maggiore effectivité in capo agli sloveni in ragione di un maggiore coinvolgimento nella gestione della riserva di pesca, nel pattugliamento marino e nel maggior numero di interventi posti in essere dalle autorità slovene. In secondo luogo, per quanto concerne la delimitazione del mare territoriale, da un lato il Tribunale ha fatto ricorso alla regola del prolungamento naturale, e dall’altro ha appurato se esistessero o meno circostanze particolari tali da giustificare una differenza altrimenti ingiustificata di trattamento. Orbene, il Tribunale ha ritenuto che una mera applicazione del criterio della linea equidistante avrebbe portato a un eccessivo effetto scatola (boxed-in) della zona marittima spettante alla Slovenia: tenuto conto quindi della conformazione della costa, i confini sono stati tracciati sulla base di un principio di equidistanza che risulta attenuato in ragione del suddetto effetto scatola. In terzo luogo, per quanto concerne il collegamento (the junction) della Slovenia al mare, il Tribunale ha dato vita a una giunzione, “dove per giunzione si intende una connessione fisica tra il mare territoriale della Slovenia e un’area al di là dei mari territoriali della Croazia e dell’Italia[6]. In merito al regime di cui gode questa zona, il Tribunale ha stabilito che essa mantiene l’integrità del mare territoriale croato e che, malgrado ciò, essa permette le libertà di comunicazione tra i territori sloveni e il mare aperto al fine di consentire un accesso ininterrotto (e non interrompibile) da e per la Slovenia, ivi compresi il suo mare territoriale e il suo spazio aereo sovrastante. Sempre in merito al regime di quest’area, il Tribunale ha statuito che la Croazia ha il diritto di imporre e applicare alle navi e agli aeromobili le disposizioni contenute nella Convenzione delle Nazioni Unite sul diritto del mare.

Se si considera lo stato dell’arte, tuttavia, tale pronuncia non pare aver mutato la situazione nell’area, nonostante gli auspici della comunità internazionale. Da un lato infatti la Croazia ritiene che la sentenza in questione non produca conseguenze giuridiche nella zona e si aspetta che la Slovenia non dia unilateralmente attuazione al dispositivo del Tribunale Arbitrale, dall’altro in Slovenia ci si interroga sul regime dell’area di giunzione, vale a dire se la nozione di giunzione stabilita in sede arbitrale sia da intendersi come effettivo accesso all’alto mare e se si sia dato vita o meno a un vero e proprio territorio tale da consentire il suddetto sbocco. Nonostante ci troviamo di fronte ad una soluzione potenzialmente definitiva di una controversia decennale, si deve ancora dare attuazione alla pronuncia della Corte Permanente di Arbitrato[7].

 

Riferimenti:

[1] Permanent Court of Arbitration, Final Award (29/06/2017), PCA Case No. 2012-04, in the matter of an arbitration under The Arbitration Agreement between The Government of The Republic of Croatia and The Governement of the Republic of Slovenia, signed on 4 November 2009 between The Republic of Croatia and The Republic of Slovenia. Composizione del Tribunale Arbitrale: Gilbert Guillaume (Presidente), Rolf Einar Fife, Vaughan Lowe, Nicolas Michel, Bruno Simma  (https://pcacases.com/web/sendAttach/2172);

[2]  Arbitration Agreement between The Government of The Republic of Croatia and The Government of the Republic of Slovenia (https://pcacases.com/web/sendAttach/2165);

[3] Remiddi Adriano, “Slovenia e Croazia: il confine sarà netto”, in “LIMES: Rivista Italiana di Geopolitica” (11/06/2010) (http://www.limesonline.com/slovenia-e-croazia-il-confine-sara-netto/13210);

[4] Crismani Andrea, “Dai confini amministrativi ai confini internazionali. Il Final Award della Corte Permanente di arbitrato nella controversia internazionale n. 2012-04 tra Croazia e Slovenia”, Federalismi.it (06/09/2017);

[5] Delimitazione del mare territoriale tra Stati a coste opposte o adiacenti: “Quando le coste di due Stati si fronteggiano o sono adiacenti, nessuno dei due Stati ha il diritto, in assenza di accordi contrari, di estendere il proprio mare territoriale al di là della linea mediana di cui ciascun punto è equidistante dai punti più prossimi delle linee di base dalle quali si misura la larghezza del mare territoriale di ciascuno dei due Stati. Questa disposizione, comunque, non si applica quando, in virtù di titoli storici o di altre circostanze speciali, è necessario delimitare in altro modo il mare”.

[6] Crismani Andrea, “Dai confini amministrativi ai confini internazionali. Il Final Award della Corte Permanente di arbitrato nella controversia internazionale n. 2012-04 tra Croazia e Slovenia”, Federalismi.it (06/09/2017), p. 5;

[7]  Crismani Andrea, “Dai confini amministrativi ai confini internazionali. Il Final Award della Corte Permanente di arbitrato nella controversia internazionale n. 2012-04 tra Croazia e Slovenia”, Federalismi.it (06/09/2017), p. 7; Vale Giovanni, “Golfo di Pirano, la diatriba continua” (07/07/2017) (https://www.balcanicaucaso.org/aree/Slovenia/Golfo-di-Pirano-la-diatriba-continua-181124);

Per una (s)confinata libertà: riflessioni da Schengen

di Enrico Pelosato 

In tempi di antieuropeismo dilagante, ci si potrebbe chiedere: “cos’è l’Unione Europea per te?”. È la moneta unica, l’Erasmus oppure è l’austerity? O ancora, è l’abolizione dei costi del roaming oppure si tratta della progressiva soppressione delle frontiere interne[1]? Una domanda apparentemente oziosa, eppure dall’esito non scontato se ci si pone tale quesito a Schengen, una cittadina del cantone di Remich (al confine tra Lussemburgo, Germania e Francia) divenuta famosa nel 1985 per la stipula del celebre “Accordo di Schengen” da parte dei rappresentanti di cinque Paesi Europei a bordo del battello “Princesse Marie-Astrid”, ancorato nella Mosella.

Se da un lato è opinione di chi scrive che l’abolizione delle frontiere interne sia stata la condizione che ha permesso maggiormente, citando Massimo D’Azeglio, “di fare gli Europei”, dall’altro è proprio l’assenza (o la presenza) di tali frontiere interne ad essere stata rimessa in discussione nella più recente crisi migratoria che ha interessato il continente. Un ruolo per altro non banale quello della frontiera, come spiegato efficacemente nel Gennaio 2016 da Ilvo Diamanti:

Il nostro disorientamento, negli ultimi decenni, negli ultimi anni, riflette il declino, in alcuni casi, il dissolversi dei nostri punti di riferimento. La trasformazione rapida e violenta del limes, com’era definito il confine (in continua evoluzione) dell’Impero Romano. […] Noi, infatti, siamo orfani dei muri che per decenni hanno (de)marcato il nostro mondo. Eppure, al tempo stesso, gli davano senso, oltre che rappresentazione. Il Muro di Berlino ad Est. Il Mediterraneo a Sud. Erano frontiere politiche, ma anche sociali e culturali. Ideologiche. Oggi non ci sono più.[2].

Confine quindi come elemento identitario che, così come le mappe e la bussola, ci permette di orientarci, di stabilire chi è dentro e chi fuori. Ai fini di questo articolo, tuttavia rileva maggiormente come si sia arrivati alla progressiva abolizione delle frontiere interne e al tortuoso ingresso dell’Italia nella celebre Area Schengen[3].

Il 14 giugno 1985, nella cittadina di Schengen, Francia, Repubblica Federale di Germania, Belgio, Paesi Bassi e Gran Ducato di Lussemburgo siglano un accordo dal contenuto storico. Infatti, al fine di preparare sé stessi e la Comunità Europea stessa alla creazione di un mercato unico europeo e per tentare di dar vita a un sistema comune di controllo dei flussi migratori (divenuti ormai ingestibili a livello nazionale), viene fatto esplicito riferimento ad elementi che tradizionalmente afferiscono alla sfera di sovranità statale: l’abolizione dei controlli sulle persone e la riduzione degli stessi sui veicoli in transito tra le frontiere comuni, il trasferimento e il rafforzamento dei controlli alle frontiere esterne, la progressiva armonizzazione delle politiche nazionali in materia di visti, la convergenza della legislazioni in materia di ingresso e soggiorno dei cittadini non comunitari, il rafforzamento della cooperazione a livello di forze di polizia e dogane, l’ampliamento degli accordi in materia di prevenzione della criminalità, estradizione, diritto di inseguimento ed infine l’armonizzazione delle legislazioni inerenti al traffico di stupefacenti, armi ed esplosivi[4]. Un attento lettore si potrebbe, tuttavia, domandare perché, in riferimento a questa materia, si sia fatto ricorso al metodo intergovernativo anziché a quello comunitario: la risposta appare tanto semplice quanto sostanziale se si ragiona in termini di “chi è dentro e chi è fuori”. Se da un lato, infatti, Gran Bretagna e Danimarca sono fortemente contrarie alla comunitarizzazione delle competenze sopracitate, dall’altro, Francia e Repubblica Federale di Germania vogliono escludere l’Italia dall’accordo al fine di porre il Belpaese di fronte ad uno scomodo diktat: pagare le conseguenze di un’esclusione economicamente dispendiosa e politicamente inopportuna oppure accettare le condizioni franco-tedesche in materia di politica immigratoria.

Come si vedrà, l’Italia alla fine ha propeso per la seconda soluzione dando vita ad un processo di europeizzazione della sua politica migratoria, ma procediamo per gradi. L’esclusione italiana dall’Area Schengen, se calata nel contesto europeo del 1985/86, è dovuta sostanzialmente a tre fattori. In primo luogo, non si riesce a trovare un’intesa sull’armonizzazione del regime dei visti: infatti, se da un lato Roma vuole continuare a non chiedere visti ad alcuni Paesi dell’area mediterranea, dall’altro nel continente si teme che una simile generosità da parte delle autorità italiane possa mettere a repentaglio il nuovo sistema di frontiere comuni. In secondo luogo, ci sono divergenze circa la rigorosità nella regolamentazione dei flussi migratori e nella gestione dei controlli delle frontiere: se in Francia e Repubblica Federale Tedesca, vi è un sentimento di allarmismo per un’immigrazione percepita come fuori controllo, per contro in Italia essa non viene considerata un problema sociale e dunque non sono previste misure di contenimento del numero degli immigrati. Infine, i Paesi Europei auspicano un maggior coinvolgimento italiano nell’accoglienza dei rifugiati, considerato che in quel periodo, nonostante le critiche dell’UNHCR, lo status di rifugiato viene concesso solo ai cittadini di altri stati del continente. Dal canto suo, il progetto elaborato a Schengen non è esente da critiche all’interno della società civile e del mondo politico italiani: critiche che raggiungono il loro apice alla fine degli anni ’80, quando, sulla scorta di un rapporto conoscitivo della Commissione Affari Costituzionali della Camera dei Deputati, si arriva alla consapevolezza che l’Italia si sarebbe dovuta adeguare all’acquis di Schengen, con particolare riferimento all’imposizione di visti nei confronti della Turchia e dei paesi del Maghreb e al rafforzamento delle misure di espulsione e respingimento dei migranti irregolari.

Sulla scia di questa ondata di livore verso la “fortezza Europa”, si arriva quindi alla presentazione di un decreto legge a firma del socialista Claudio Martelli, che tuttavia non sortisce gli effetti sperati: se da un lato, Martelli ambisce a una programmazione sostenibile dei flussi migratori e allo sviluppo di una politica migratoria comunitaria aperta e con maggiori libertà di circolazione tra CEE e area dal Maghreb, dall’altro il crollo dell’URSS (e il relativo timore di una conseguente “invasione” di migranti da Est) e un cedimento repentino del fronte degli oppositori agli accordi di Schengen sparigliano le carte in tavola. Se infatti, sino ad allora, gran parte dell’opinione pubblica giudicava negativamente i contenuti del sopramenzionato accordo, più o meno improvvisamente piovono critiche bipartisan alla proposta del ministro socialista: lo stesso Craxi, pur riconoscendo la bontà e la necessità di aiutare lo sviluppo dei paesi del Mediterraneo, afferma di ritenere necessaria una politica sull’immigrazione che non incoraggi ulteriori flussi e che al contempo non allontani il Paese dall’Europa. Per tali motivi, se in ogni caso si riesce ad arrivare all’approvazione del d.l. Martelli, esso ne risulta completamente snaturato nei contenuti: abolizione della riserva geografica per i richiedenti asilo (pertanto, tutti gli stranieri, indipendentemente dal Paese di provenienze, possono chiedere il riconoscimento dello status di rifugiato); introduzione di un regime di visti; rafforzamento delle misure di respingimento delle frontiere dei migranti irregolari o per gli stranieri precedentemente espulsi, appartenenti alla malavita e/o privi dei mezzi di sostentamento; creazione di un sistema di espulsione degli immigrati condannati per reati gravi e/o in violazione delle disposizioni in materia di ingresso e soggiorno. Inoltre, all’inizio degli anni 90 il sistema Schengen riscuote un consenso unanime nei due emicicli parlamentari italiani, seppur si tratti di un supporto derivante da motivazioni ben diverse: i partiti del centrodestra ne elogiano la severità e il rigore nel controllo delle frontiere esterne comuni, mentre il centrosinistra considera lo Spazio Schengen come quello strumento in grado di garantire la libertà di circolazione delle persone all’interno del Continente Europeo. Per completezza di informazione, non va trascurato il fatto che le misure volte all’ingresso del Paese nell’area vengono presentate come sacrifici necessari dettati da un vincolo esterno, vale a dire si cerca di fare leva sul sentimento di pressione esterna e il senso di urgenza al fine di cercare di portare a termine un’azione politica percepita come necessaria e vantaggiosa ma al contempo avversata da taluni settori della società civile.

Si arriva quindi, nel novembre 1990, alla firma da parte italiana dell’Accordo di Schengen, seppur occorra attendere il 1997 per l’effettiva abolizione delle frontiere tra l’Italia e gli altri Paesi aderenti. Tuttavia, nel corso di questi 7 anni non sono mancati momenti di tensione su più fronti, ad esempio alcune difficoltà tecniche nella fase di ratifica dei trattati di adesione o il fatto che, a seguito dello sbarco massiccio di immigrati provenienti dall’Albania sulle coste italiane nel 1991, si sia temuto che l’Italia potesse ritornare ad essere il “ventre molle” d’Europa. Situazione di inquietudine che viene superata soltanto nel 1996 con l’avvento al potere di una coalizione di centrosinistra guidata da Romano Prodi intenzionata a “far rientrare l’Italia in Europa” mediante il rispetto dei criteri per l’ingresso nella zona euro e nell’Area Schengen e con una nuova legge antimmigrazione sviluppata tra gli allori Ministri della Solidarietà Sociale Livia Turco e il Ministro dell’Interno Giorgio Napolitano: se da un lato, si prospetta un ampliamento dei diritti sociali degli immigrati regolari, dall’altro si assiste ad un rafforzamento delle misure di controllo e respingimento alle frontiere e di espulsione dei migranti irregolari[5].

Si è trattato quindi di un ingresso nell’Area Schengen tutt’altro che scontato per l’Italia. Un ingresso che, affinché si potesse avverare, ha richiesto da un lato un certo grado di maturazione, e dall’altro anche una buona dose di dissidio e di riflessione. Come detto in precedenza, interrogarsi sull’importanza degli Accordi di Schengen potrebbe apparire un quesito ozioso, eppure tentare di dare una risposta esauriente risulta essere tutt’altro che semplice. In tempi di euroscetticismo e globalizzazione, una frontiera comune è forse il miglior antidoto alla costruzione di muri.

Concludendo, sempre con Diamanti: “L’Europa: dove comincia e dove finisce? Chi ne fa parte? Chi ne farà parte? Difficile comprenderlo. Tanto più se, invece di un limes, un territorio condiviso, che distingua noi dagli altri, i governi nazionali sono impegnati a erigere barriere interne all’Europa, invece di delineare e condividere quelle esterne. E in questo modo confermano e, anzi, accentuano l’in-capacità di costruire l’Europa. Perché, senza uno spazio comune, senza un confine condiviso: com’è possibile costruire un’identità europea? Sentirsi e dirsi europei?”.

 

 

Riferimenti:

[1] Geremek Bronislaw: “La suppression des frontières internes de l’UE, c’est la marque de reconnaissance que tous les citoyens des États concernés appartiennent au même espace, et qu’ils partagent une identité commune”, Schengen (18/12/2007);

[2] Diamanti Ilvo: “Schengen, la nostra identità in quel trattato. Non può bastare la moneta unica”, “La Repubblica” (25/01/2016);

[3] Paoli Simone: “La spada di Schengen” (https://www.officinadellastoria.eu/it/2013/12/27/la-spada-di-schengen/ ) 27/11/2013;

[4] Accordo fra i Governi degli Stati dell’Unione economica Benelux, della Repubblica Federale di Germania e della Repubblica Francese relativo all’eliminazione dei controlli alle frontiere comuni (1985); Convenzione di Applicazione dell’Accordo di Schengen del 14 Giugno 1985 tra i Governi degli Stati dell’Unione economica Benelux, della Repubblica Federale di Germania e della Repubblica Francese relativo all’eliminazione graduale dei controlli alle frontiere comuni;

[5] Paoli Simone: “La spada di Schengen” (https://www.officinadellastoria.eu/it/2013/12/27/la-spada-di-schengen/ ) 27/11/2013; per una visione di più ampio respiro, Calandri Elena, Guasconi Maria Eleonora, Ranieri Ruggero: “Storia politica ed economica dell’integrazione europea dal 1945 ad oggi”, Edises (2015);

L’ultimo canto del cigno: Macron in Europa. La politica europea della Francia dal 1958 ad oggi.

Come è noto, il 7 maggio scorso Emmanuel Macron è stato eletto ottavo presidente della V Repubblica francese: la sua campagna e la sua vittoria, originali e inedite, hanno spiazzato completamente lo spettro politico francese che, dai tempi di De Gaulle, governava il Paese. Una serie di fattori – anche casuali – gli hanno permesso di arrivare fino all’Eliseo: ma non meno importanti sono alcune sue ambiziose promesse, che di qui a cinque anni dovranno in qualche modo essere mantenute.

Particolarmente interessanti sono quelle in merito all’Unione europea: il giovane Presidente è stato a più riprese definito europeista, e non è un caso che la sera stessa del secondo turno, sulla spianata del Louvre, Macron sia entrato sul palcoscenico sulle note dell’Inno alla Gioia.  O ancora ne è simbolo il messaggio che, ai tempi ministro dell’economia, fece pervenire al suo omologo greco, Varoufakis “I do not want my generation to be the one responsible for Greece exiting Europe”.

Tale sensibilità per i temi europei non era scontata fino a qualche settimana fa: la maggioranza dei candidati a questa tornata elettorale poteva tranquillamente essere definita euroscettica, e la stessa sfidante di Macron, com’è noto, era Madame “Frexit” Marine Le Pen.

È utile, tuttavia, in attesa della conferma al secondo turno del risultato delle legislative, in programma per la prossima domenica, delle prime significative azioni di Macron presidente, ripercorrere da una prospettiva storica, quali siano state le istanze francesi in Europa: nelle Comunità prima, e nell’Unione poi.

Nel momento in cui tutto ebbe inizio, gli anni ’50, la Francia fu in prima linea nel sostegno verso la creazione della Comunità Europea del Carbone e dell’Acciaio: se oggi in Europa si parla tanto il tedesco, in quel momento invece erano gli uomini politici francesi ad occupare la scena europea e a giocarvi un ruolo chiave – Schuman, Monnet, Pleven, Mollet. Una riconciliazione con la Repubblica Federale Tedesca era più che auspicabile, necessaria, sia in termini della difesa, che per una ripresa economica. Dopo il fallimento del progetto per la CED, proprio a causa della mancata ratifica di quel trattato da parte del Parlamento transalpino, la Francia ebbe nuovamente un ruolo fondamentale nella stesura dei Trattati di Roma.

Quando però all’Eliseo tornò Charles De Gaulle, in molti negli ambienti europei si preoccuparono, consapevoli delle sue idee tutt’altro che sovranazionali. Il Generale, in realtà, avrebbe poi tenuto fede agli impegni presi appena un anno prima con la firma del 25 marzo, reimpostando tuttavia l’impianto della politica europea della Francia in una chiave assai più intergovernativa. Fece da subito la voce grossa in difesa degli interessi nazionali, avviando la Politica agricola comune in termini assolutamente favorevoli ai francesi; organizzò gli incontri tra Capi di Stato e di Governo dei Sei, si disimpegnò dall’EURATOM e rifiutò l’ingresso alla Gran Bretagna della CEE – senza peraltro aver consultato gli altri Cinque, cancellando lo spirito che si era creato a Roma e provocando le ire dei paesi del Benelux. Il punto più critico venne raggiunto con la “Crisi della sedia vuota”: l’Europa delle Nazioni gollista non poteva andare d’accordo con lo spirito sovranazionale che guidava la Commissione Hallestein.

L’eredità di De Gaulle sul panorama politico francese è stata pesantissima: in merito all’Europa, come in tanti altri campi, ognuno dei successori ne ha seguito le orme, cercando di apportarne delle novità significative.

Dopo la breve parentesi della presidenza Pompidou, che finalmente tolse il veto francese sull’ingresso britannico nella CEE, nel 1974 venne eletto un candidato indipendente dai principali partiti francesi (gollista e socialista): Valéry Giscard d’Estaing. Prima del 7 maggio scorso era stato il più giovane Presidente della Repubblica, eletto a 48 anni; ma anche il più europeista sotto la V Repubblica, facendo parte del Comitato d’Azione per gli Stati Uniti d’Europa nel 1956 con, tra gli altri, Jean Monnet, e presiedendo molti anni più tardi, agli inizi del 2000, la Convezione per la Costituzione europea. Egli ottenne la creazione, seppure informale e al di fuori dei trattati CEE, del Consiglio Europeo, che si riunisce tre volte all’anno: ma sostenne anche l’allargamento dei poteri di bilancio del Parlamento europeo e la sua elezione a suffragio universale diretto da parte dei cittadini europei. Nonostante questo spirito federalista, fu sempre lui a frenare ogni tipo di progetto per un’Unione politica che andasse verso un allargamento a nuove competenze da parte della Commissione.

Più tardi, negli anni dell’Eurosclerosi, sarà ancora un altro presidente francese a rilanciare l’asse Parigi-Berlino per la costruzione di un’Europa unita: fu François Mitterrand a pronunciare quell’importante discorso nel 1984, davanti al Parlamento europeo riunito a Strasburgo, definendo l’Europa come un “cantiere abbandonato”, che doveva essere restaurato. Era presente al Congresso dell’Aia nel 1948, a cui avevano partecipato anche Spinelli, Adenauer, Spaak. Era europeista infatti, ma ugualmente ambiguo (votò ad esempio contro gli stessi Trattati di Roma): ma una volta salito all’Eliseo, si convinse che fosse l’Europa il terreno di gioco della potenza francese. La Francia mitterrandiana permise l’allargamento della CEE verso la Grecia nel 1981, mentre cercò di ostacolare quello verso la Spagna e il Portogallo, specie per temi sensibili come agricoltura, pesca e terrorismo basco: una chiara differenza con altri paesi, come il Regno Unito, da sempre sostenitore di quanti più allargamenti possibili, per poter diluire la forza centralizzante della Comunità. Mitterrand divenne ancora uno dei principali artefici del compromesso di Fontainebleau, che permise, tra le altre cose, di trovare un accordo con l’irrequieta Primo Ministro britannico Thatcher; e fu lui il principale sostenitore di Jacques Delors alla presidenza della Commissione, a partire dal 1985, il quale poi avrebbe premuto sull’acceleratore per la creazione del Mercato Unico e guidato la Commissione stessa fino oltre alla nascita dell’Unione europea.

Furono proprio gli anni sul finire del secondo mandato del presidente socialista, nell’immediato post-guerra fredda e in un momento di transizione, che la classe politica francese si immaginò nuovamente al centro del continente europeo. Ancora una volta l’asse franco-tedesco sui temi economico-politici e l’intesa con la Gran Bretagna sulla difesa europea e sul terzo pilastro dell’UE, rafforzarono questa visione. Eppure, proprio quegli anni segnarono dei cambiamenti epocali.

Fu il presidente Chirac a togliere il veto all’entrata nell’UE dei paesi dell’Europa centrale e dell’Est, così come dovette accettare la riforma della PAC (giugno 2003). E proprio sotto tale presidenza arrivarono i segnali di un’Europa profondamente diversa – ad esempio molto più sbilanciata a Est: la Francia si ritrovava a metà strada tra il federalismo tedesco di una Germania finalmente riunita e l’approccio intergovernamentale britannico. L’esperienza della coabitazione paralizzò il sistema politico francese e polarizzò le posizioni tra il Presidente neogollista Chirac e il Primo ministro socialista Jospin. Risultato di qualche anno più tardi: nel 2005, il progetto di Costituzione europea venne respinto proprio da un referendum popolare in Francia.

Il delfino di Chirac, divenuto presidente nel 2007, con la mania del primo della classe, Sarkozy, si adoperò alacremente, assieme alla Cancelliera tedesca, nella stesura dei Trattati di Lisbona e rilanciò la cooperazione militare con la Gran Bretagna di David Cameron.

Con gli ultimi due presidenti (Sarkozy, Hollande), tuttavia, la politica europea della Francia non ha assunto quella coerenza necessaria per darle una credibilità logica: il primo ad esempio era contrario all’adesione turca all’UE, ma non mosse obiezioni per quella della Croazia; il secondo si è ritrovato a fronteggiare numerose differenze con la Germania della Merkel – dal rispetto dei criteri per l’appartenenza alla zona euro, alla gestione della crisi greca, alla crisi dei rifugiati e i rapporti con il Medio Oriente. Negli ultimi anni, inoltre, anche nel paese d’Oltralpe sono comparse e si sono radicate forze apertamente antieuropeiste: il Front National – partito nato nel 1972 – dal 2011, sotto la presidenza di Marine Le Pen, ha attuato una transizione importante, riuscendo a cavalcare efficacemente l’onda di malcontento nei confronti dell’UE.

In generale, dopo questa breve carrellata storica, si può affermare che una preferenza francese verso un’Europa delle nazioni e una visione più confederale che federale in senso stretto, è stata fatta propria dai due più importanti raggruppamenti politici della V Repubblica, sia i neogollisti, sia i socialisti. Una qualche forma di sovranismo è stata intesa come un rifugio dalla globalizzazione, un modo per perpetrare l’originalità della repubblica francese; mentre gli europeisti in senso stretto sono dal 1958 una componente minoritaria dello spettro politico transalpino. Inoltre, il sogno di De Gaulle di una Francia-potenza in un’Europa-potenza ha dovuto scontrarsi con la realtà, incompatibile con la visione britannica di un’Europa-mercato – quest’ultima invece è stata rafforzata dagli allargamenti verso i Paesi dell’Est Europa, gelosi di una sovranità ritrovata, dopo il 1989, che guardano molto più verso gli USA per difesa e sicurezza.

Proprio alla luce di quello che è stato appena ricordato, la presidenza Macron rappresenta un’inedita novità. Prima di tutto perché il neoeletto presidente è andato oltre l’impostazione classica della politica francese verso l’UE: vuole rilanciare l’Unione, ma non in maniera di facciata, bensì guidato da un solido pragmatismo, a partire dalla riforma della zona euro, che ha già trovato il sostegno di diversi economisti e le orecchie alzate di alcuni interlocutori europei. Con tutti i limiti del caso, non per nulla la prima visita internazionale di Macron si è tenuta, a poco più di una settimana dalla sua elezione, a Berlino con la Cancelliera tedesca Merkel. Chiaro segno della volontà del rilancio franco-tedesco.

Gran parte delle ambiziose promesse elettorali del nuovo presidente dipenderà anche dagli equilibri che nasceranno in Parlamento. Dopo le elezioni legislative di domenica scorsa, sembra ormai certo il delinearsi di un’altra vittoria schiacciante per Macron: aspettando il secondo turno del prossimo 18/6, le proiezioni assegnano al neonato partito del Presidente tra i 415 e i 455 seggi, una maggioranza straordinaria che perfino Charles De Gaulle non era riuscito a raggiungere. Com’è noto, l’Assemblea Nazionale francese ha giocato un ruolo di primo piano in tanti episodi fondamentali per la storia dell’unificazione europea (basti pensare alla mancata ratifica del Trattato CED). Proprio a partire da quelle aule dunque, si apriranno numerosi capitoli, sempre con lo sguardo rivolto all’Europa, dalla difesa e sicurezza, ai negoziati della Brexit: capitoli che saranno carichi di novità, che dovrebbero rendere nuovamente Parigi un attore centrale per Bruxelles, nella speranza che si giunga a quelle riforme necessarie che l’Unione europea da troppo tempo sta aspettando. I numeri vanno in questa direzione: giustificazioni e ritardi, ormai, non sono più ammessi. Staremo a vedere.

Riccardo Roba

Brexit and the EU Enlargement

At the end of the last month, as it was expected, the UK government triggered the 50th article of the Lisbon Treaty and started the process of Brexit – a final decision concluding the irreversible process, which came as an outcome of a referendum held in June 2016. For the last 8 months, many substantial articles about the truly reasons of referendum vote were published in the renowned magazines – a huge part of them point to a disenchantment with the recent and future EU Enlargement being one of them. The EU Enlargement has been a part of political debate during the Brexit campaign.  But in which way did this notion influence the decision of the UK`s voters? And what changes to the Enlargement policy may the British exit from the EU bring in the future?

Enlargement as a heavy weight

The UK was not an EU founding member-state, and in its accession process it faced difficulties, which were unseen before EU`s eastward expansion in 2000s. The UK was once a candidate country as today`s Balkan states, but that status is the only similarity they share. The original members of the EU and the UK were close in terms of economic development, while GDP per capita in the Balkan states now is just 30-40% of the EU average. Moreover, the accession requirement in 1970s could hardly be compared to an adoption of 35 volumes of internal EU legislation (acquis communautaire), which is required from candidate countries nowadays.

One of the main conditions of its accession the UK put before the ECC was a creation of a regional development fund, which would invest in different projects fulfilled in economically lagging regions of a bigger community. The proposal was fervently supported by Italy, a member-state with the biggest regional discrepancies. Established in 1975, the European Regional Development Fund (ERDF) played a key role in European Cohesion policy, which the future the EEC and EU members largely benefited from – afterwards, the Cohesion policy has significantly contributed to the Irish economic miracle, economic convergence in Spain, Portugal and with a less success in Greece[1]. The Cohesion policy was readjusted in 1990s for the means of the Eastward Enlargement. The programs CARDS, IPA I and IPA II were developed and sponsored by the EU for achieving economic convergence in the Eastern Europe; since then an economic convergence in new member countries became the main factor the success of the EU enlargement has been judged by.

So, to a great extent, the European Cohesion policy owed its development and a further success to an originally British idea. But ironically its further development, added to a disenchantment with the EU, was subsequently reflected in the Brexit vote result.

The EU Enlargement policy had definitely influenced the UK voters` choice to leave. It is seen from the results of surveys and extracts from key speeches of protagonists from both “Leave” and “Remain” camps of the campaign.

According to the survey commissioned by “The Observer” and conducted at the beginning of 2016, immigration became the most pressing issue affecting citizens` vote – it was so for 49%, reaching 72% for those who wanted to vote to leave. A majority of the electorate (54%) agreed with a statement “The effects of immigration now outweigh any trade benefits the EU brings”. When asked to name five EU countries that had sent the most immigrants to the UK, except for Ireland, the respondents named four Eastern European countries – Poland (78%), Romania (58%), Lithuania (27%) and Bulgaria (24%). Answering the last question, the respondents were right to name the three largest communities of immigrants, but according to the British Office for National Statistics (ONS), the number of the Italians or Portuguese residing in the UK is twice as much as that of Bulgarians. Whatever reason is behind it, the results of the survey show that when it comes to inter-EU migration the British are much more aware of immigrants from the countries of Eastward EU enlargement (of 2004 and 2007). And it is not surprising since starting from “Big Bang enlargement” the EU has experienced the biggest wave of intra-EU migration – for example, around 2 million of Polish citizens have settled in Germany and the UK, while 2 million of Romanians transferred to Italy and Spain[2].

Apart from a remarkable perception of immigration trend due to the last EU enlargements, there was apparently a negative political discourse with respect to the future perspective of enlargement. This narrative was present in the arguments of “Remain” camp as well – as then Home secretary, Theresa May put it in her Address on 25th April: “Do we really still think it is in our interests to support automatically and unconditionally the EU’s further expansion? The states now negotiating to join the EU include Albania, Serbia and Turkey— countries with poor populations and serious problems with organized crime, corruption, and sometimes even terrorism. We have to ask ourselves, is it really right that the EU should just continue to expand, conferring upon all new member states all the rights of membership? Do we really think now is the time to contemplate a land border between the EU and countries like Iran, Iraq and Syria? Having agreed the end of the European principle of “ever closer union”, it is time to question the principle of ever wider expansion[3]. ‘’Vote Leave’’ booklets argued against both a further EU expansion and financial transfers the UK was to allocate within the framework of IPA (Instrument of Pre-Accession) program. Under IPAII – the EU program of financial assistance designed for official and potential candidates to the EU (Albania, Serbia, Montenegro, Kosovo, Macedonia, Bosnia and Herzegovina and Turkey) for 2014-2020, the UK government was obliged to contribute by £1.2bn (Vote Leave booklet used an incorrect figure of £1.8bn).

When it comes to a future EU enlargement, the main arguments against it, by the “Leave” campaigners and eurosceptics from all over the EU, are: poor population of candidate countries, the problems of corruption and organized crime and a rising threat of terrorism – a claim, which gained more importance last years. Eurobarometer figures show a steep decline of support for a further EU integration since 2009 – the same year when the number of sceptics about enlargement surpassed that of enthusiasts. In this case, the British pessimism is shared throughout the Union. Every time the future enlargement is discussed, the example of Turkey is put at the front burner. It is explained by a much bigger population of the country (around 80 million compared to less than 20 million in all Western Balkan states), predominantly Muslim population (that is also a case for Albania and to some extent for Bosnia), notorious human rights record and politically unstable neighbors. Despite some allegations about a likelihood of Turkey`s accession to the EU, Turkey is anything but likely to do it in a foreseeable future[4].

Now It seems strange, but until 2013 the UK was one of the strongest advocates of the enlargement within the EU. Moreover, the UK government has strongly supported Turkey`s accession in opposition to French and German stands – not far back as in October 2015 the then Prime minister David Cameron confirmed it in the House of Commons. In November 2014, the British Foreign Secretary Philip Hammond and the German Minister of Foreign Affairs Frank-Walter Steinmeier launched an initiative of speeding up ratification by the European Council of the Stabilization and Association Agreement between Bosnia and Herzegovina and the EU.

The period of the British foreign policy within the EU between 2013 and 2016 indeed represents an ambivalent trend – along with a rising public criticism of the EU internal policy, the UK government continued different diplomatic efforts within the EU, even with respect to a further EU Enlargement. Public criticism of the EU and renegotiation of its membership terms seemed to be a part of an internal political game – with the rise of anti-European UKIP party, the ruling Conservative party followed its suit and took a harder line. The turning point with respect to the enlargement was the EU Summit in December 2013, when D. Cameron spoke against granting Albania a status of official candidate. As a response to a rise of public fears within the country of a new wave of uncontrolled migration starting from the beginning of 2014 (From 1st January 2014 the UK was to lift the labor restrictions for nationals of Romania and Bulgaria), the British PM called for new control mechanisms of immigration for nationals from future EU member states. However, next year at the following meeting of the EU Council of Ministers the UK supported granting Albania status of an official candidate – in general, up until the Brexit vote the UK government supported the EU Enlargement policy.

Post-Brexit Enlargement

The question of whether Brexit is going to change the EU`s strategy of enlargement or even how much Brexit has already changed it is becoming crucial for the political elites in the Western Balkans countries.

In general, the year of 2014 was a beginning of strong internal political tensions in the Balkan region. The reasons behind it were chronic socio-economic problems in countries, aggravated by the absence of economic growth starting from 2009 (the economic convergence with the EU either stopped or even took a backward direction), rising unemployment (which in Macedonia and Bosnia and Herzegovina in a certain period reached 30%). The countries of this region are still mired in corruption and all of them share a problem of poor functioning of state institutions. The local politicians are increasingly saying about an enlargement fatigue within their countries as citizens get more doubtful whether a long-anticipated accession to the EU will actually happen. As a result of all these problems, a public disenchantment with the local politicians was growing, which inevitably led to rising protests and political crises. The protests started in Bosnia in February 2014 – though they lasted a few weeks, their scope was considerable. In a year, Macedonia followed suit, but the political crisis there was very profound and lasted from February 2015 until the end of 2016. Macedonia was joined by Montenegro, where the protests against incumbent government started in autumn 2015 and lasted until spring of 2016.

As a response to a rising delusion of Western Balkan countries Germany, on behalf of the EU, organized the Conference of Western Balkan States, which took place in August 2014, in Berlin. The conference became an annual event – after Berlin, Vienna and Paris hosted it in 2015 and 2016 respectively. The main message of all these conferences is a reinstatement of a commitment to integrate all countries of the region in the EU, but looks like a consolation offered by the EU leaders in the heat of the EU crisis. No wonder that last Paris summit in July 2016 concentrated on the consequences of Brexit on the prospects of Western Balkan countries. Both present at the Summit, François Hollande and Angela Merkel sought to reassure the leaders of candidate states that “the EU`s enlargement strategy has not changed with the British decision”.

It doesn`t mean though the EU has not shown some tangible carrots for the last years. Despite the fact that Croatia from the start of enlargement process was considered as a fast-track country, its final accession to the EU on the 1st July 2013 was heartening for the rest of the region. In July 2014, the EU Council of Ministers decided to grant a status of official candidate to Albania, and even Bosnia and Herzegovina, which was stuck in the enlargement process for many years without any achievements, managed to formally apply for EU membership in January 2016. At the same time, here, in a generally homogenous region, we observe different speed that the states are going forward with. These differences are becoming even more noticeable with every passing year. Apart from Croatia, such countries as Montenegro, Albania and Serbia could boast about some progress even in the last years of the EU crisis; while Bosnia and Herzegovina, Kosovo and Macedonia primarily for political reasons have been in limbo. This picture of different speed integration of the Western Balkan states was something that the EU authorities had not much welcomed before. It is apparent if we take into account the political tensions among them, which also means that once one of the region`s countries is in the EU, it could easily execute its new-acquired political heft with respect to its less lucky neighbors (e.g. block their further accession).

It seems now that in a current agenda the EU has much more pressing issues linked to its further survival, the future of the Union. Brexit was just another link in the chain. The year 2017 is full of immediate challenges taking into consideration the forthcoming elections in France, Germany and the rise of anti-European candidates and parties in all these states. Now it is clear that the issue of enlargement, from the top-priority policies list, where it was during the 2000s, was irreversibly put into a different basket. Nevertheless, the EU Enlargement process with respect to the Western Balkan countries is likely to continue, but at a much slower pace. The EU seems to have a necessary resoluteness and inter-state consensus to finally implement this task. In spite of it, the EU officials should now reckon with the factor of negative impact the previous waves of enlargement had on public opinion, which made for a Brexit vote.

 

Anatoly Shkareda

[1] E.g. arguments of the book: Sebastián Royo. The Experience of Spain and Portugal in the European Union: Lessons for Latin America/Sebastián Royo. – Miami, Florida: Miami European Union Center, 2002.

[2] Matthijs Matthias, ”Europe After Brexit’’, Foreign Affairs, Jan/Feb2017, Vol. 96.

[3] Why Should Britain Stay in the EU, May Theresa, Vital Speeches of the Day. Jun2016, Vol. 82 Issue 6, p. 189.

[4] The accession procedure of Turkey has been stalled since 2005; negotiations concerning only one chapter of acque were closed. Turkey`s integration faces a serious opposition from Cyprus and Greece because of Turkey`s unwillingness to recognize undivided Republic of Cyprus.

25/03/1957 – 25/03/2017, Trattati di Roma. Sessant’anni e (non) sentirli?

Il 24 marzo 1957 migliaia di bambini in tutta Europa andarono a dormire più felici del solito. L’indomani le scuole sarebbero rimaste chiuse per un evento che “i grandi” non esitavano a definire storico. La mattina del 25 marzo 1957 era stata infatti scelta come data per la firma ufficiale di due trattati: il “Trattato che istituisce la Comunità economica europea” e il “Trattato che istituisce la Comunità Europea dell’Energia atomica”. In seguito ribattezzati per brevità “Trattati di Roma”, i due documenti – siglati appunto in quella che Paul Henri Spaak aveva definito “la più augusta delle nostre città” – segnano un punto di svolta per la storia del continente europeo e sanciscono l’inizio di un innovativo cammino economico, politico e sociale all’insegna dell’unione: il cosiddetto processo di integrazione europea.

Questo progetto, che proprio oggi compie 60 anni e che negli anni ha ottenuto successi straordinari e affrontato altrettanto pesanti battute d’arresto, sta attraversando una fase che potremmo eufemisticamente definire difficile. Il percorso è costellato di insidie, ma mai privo di oasi in cui abbeverarsi, ricaricare il motore e ripartire. Ci sono rocce friabili che sgretolano certezze, arbusti velenosi e dirupi scoscesi da cui non si torna più indietro. Non mancano però gli scorci sul mare, gli incontri con pellegrini che ricordano il valore dello scambio, i fiori che sbocciano. Oggi l’Unione Europea – diretta discendente di quel 25 marzo [1]– deve essere più che mai consapevole di questa convivenza tra sollievi ed insidie. Deve essere più che mai in grado di offrire risposte concrete, che la legittimino di fronte ai suoi cittadini. Per fare ciò deve dapprima essere abile nel riflettere sul come rinnovarsi e poi capire come rendere credibile questo cambiamento. Lo scenario attuale, altrimenti, non lascia presagire una sensibile diminuzione delle insidie.

Come la totalità degli avvenimenti storici, anche i Trattati di Roma hanno preso forma in un contesto ben specifico, la cui considerazione risulta di fondamentale importanza al fine di comprenderne la portata. Nel 1957 il mondo, sia fisico che geopolitico, è sostanzialmente diviso in due, conteso dalle due superpotenze Stati Uniti e Unione Sovietica che dalla fine della Seconda guerra mondiale si spartiscono aspramente aree di influenza. È la tensione costante, spesso lacerante, ad arbitrare questa partita. L’Europa, in questo scenario, risulta relativamente piccola. Sicuramente non all’altezza di avanzare istanze di indipendenza in un mondo governato dalla logica bipolare. Il “Vecchio continente” era uscito a pezzi dal trentennio delle due guerre mondiali. La progressiva ascesa delle due superpotenze, contestualmente alle distruzioni causate dalla guerra sul suo territorio, ne avevano ridotto sensibilmente il peso specifico. Il centro del mondo aveva chiaramente cambiato latitudine.

Oltre al fattore esterno legato al contesto della guerra fredda, nello specifico le pressioni statunitensi volte a far sì che gli Stati europei si integrassero in funzione di cuscinetto antisovietico, fu anche una serie di fattori interni, su tutti la riluttanza dei Sei (Belgio, Francia, Germania ovest, Italia, Lussemburgo e Paesi Bassi) nel cedere porzioni di sovranità in ambiti strategicamente rilevanti per gli interessi nazionali, a determinare la scelta di unirsi economicamente. Le politiche sociali, ad esempio, divenute mezzo preferenziale di legittimazione del potere statale agli occhi dei cittadini, non potevano certo essere rese oggetto di effettive cessioni di sovranità. I Trattati di Roma sancirono dunque, almeno all’inizio, un’unione di tipo essenzialmente economico.

Gli Stati-nazione europei, indipendenti e sovrani, erano in una situazione di conflitto, più o meno latente, che perdurava da secoli. Il 1945 segnerà una svolta storica a questo proposito. Già da ben prima che la seconda guerra mondiale giungesse al termine erano iniziati a fiorire in Europa progetti di architettura politica che avevano come obiettivo la pacificazione del continente. La gran parte di questi individuava nello Stato-nazione la causa principale del perpetrarsi della guerra e ne auspicava, dunque, il superamento. Il più rappresentativo tra essi è sicuramente il celebre “Manifesto di Ventotene” redatto da Altiero Spinelli ed Ernesto Rossi sulla piccola isola al largo delle coste campane durante l’esilio al quale furono costretti dal regime fascista.

Le voci che chiedevano l’unità si fecero via via più numerose ed autorevoli ed insieme alle logiche della guerra fredda andarono a costituire il contesto in cui prese avvio il processo di integrazione europea.

Il primo ed altamente simbolico passo fu compiuto il 9 maggio 1950 con la Dichiarazione Schuman, che annunciò la volontà di creare una Comunità Europea del Carbone e dell’Acciaio (CECA), i cui membri avrebbero messo in comune le produzioni delle due risorse all’epoca strategicamente molto importanti. La tappa successiva fu il 25 marzo, quando con la firma dei Trattati di Roma si diede vita, oltre che all’EURATOM, al Mercato Europeo Comune (MEC), che prevedeva, nell’arco di pochi anni, l’abbattimento totale delle barriere doganali tra i membri della neonata Comunità Economica Europea (CEE).

La parte di continente che si era impegnata con quella firma divenne così presto familiare con misure quali la libera circolazione di merci, servizi, capitali e persone (leggi lavoratori). Il MEC fu da subito accompagnato da strabilianti successi economici. Il percorso di abolizione delle barriere doganali fu portato a compimento – seppur ancor in maniera imperfetta – nel 1968, con due anni di anticipo rispetto alla data stabilita. Nel giro di pochi anni le esportazioni intraregionali si moltiplicarono esponenzialmente, arrivando, nel caso dell’Italia, a punte del +30.4% verso gli altri membri CEE nel periodo 1958-62.

Se la CEE fu indubbiamente un grandissimo successo, soprattutto da un punto di vista economico, nel complesso che possiamo valutare fino ad oggi, però, la storia del processo di integrazione europea è stata caratterizzata da un alternarsi di successi e fallimenti, costantemente imbrigliata dalla tensione tra sovranità statale e principio sovranazionale, che le ha conferito una grande capacità di adattamento insieme con il pragmatismo di chi sa di non poter superare un certo limite.

Gli anni ’60 [2]furono caratterizzati dagli attriti tra Francia e Regno Unito per l’entrata di quest’ultimo nella Comunità, avvenuta poi nel 1973. Dal 1970 si iniziò invece a parlare della creazione di un’unione economica e monetaria, che fu effettivamente realizzata solo 30 anni dopo. Gli anni ’80 videro il pugno di ferro dell’Iron lady e l’eurosclerosi, insieme con la firma di un nuovo Trattato – l’Atto Unico Europeo – che si era reso necessario visto l’aumento a 12 degli Stati membri. Nel 1985 divenne presidente della Commissione Europea Jacques Delors, che nei suoi dieci anni di presidenza diede un grande impulso al processo di integrazione. Durante il suo mandato fu firmato il Trattato di Maastricht (1992), che stabilì le tre tappe per la realizzazione della moneta unica e creò ufficialmente l’Unione Europea. Gli anni 2000 si aprirono appunto con l’introduzione dell’euro e la bocciatura referendaria da parte di Francia e Paesi Bassi del “Trattato che adotta una Costituzione per l’Europa” Quest’ultimo fu poi trasformato, al netto di ogni riferimento costituzionale, nel Trattato di Lisbona firmato nel 2007.

C’è un simbolismo che ha del beffardo nel numero, o meglio nella data 2007. Al contempo anno in cui viene firmato l’ultimo Trattato dell’UE e inizio della crisi finanziaria dei mutui sub-prime che poi condurrà ad una recessione di portata globale i cui effetti sono ben noti, il 2007 è diventato sintomo di fragilità e sgretolamento, congiuntura critica anche per l’Unione Europea, che ha risentito pesantemente dei suoi effetti.

Argomenti quali la pace tra gli Stati membri e la comune prosperità economica paiono soffrire oltremodo l’usura del tempo. La crisi, che ha contribuito a creare nuove diseguaglianze ed ha funto efficacemente da cassa di risonanza per quelle che già c’erano, ha giocato sicuramente un ruolo di primo piano nello sviluppo di un crescente malcontento verso Bruxelles.

Il termine crisi è stato – ed è –associato in maniera sempre più diretta all’Unione Europea. Non solo la crisi economica in sé. Si possono individuare almeno altre due crisi capaci in potenza di minare alla base il progetto di un’Unione Europea. In primo luogo la crisi migratoria: fenomeno complesso e di lungo periodo che ha conosciuto il suo apice nell’estate del 2015. In secondo luogo un termine che è ormai entrato nel linguaggio comune: la Brexit. Il voto referendario del Regno Unito ha reso concreta la possibilità per uno Stato membro di staccarsi dall’Unione, di scegliere di slegarsi da Bruxelles perché ormai solo più sinonimo di vincolo ed imposizione, creando così un precedente dall’alto potenziale disgregativo. Insomma una crisi dei valori europei, che porta oggi sempre più persone a chiedersi il perché dell’esistenza stessa dell’UE e che mette in serio pericolo il sentiero di unità e solidarietà intrapreso 60 anni fa ad oggi.

Non solo processi e fenomeni relativamente congiunturali, tuttavia. Una serie di fattori strutturali ha infatti contribuito e sta tutt’oggi contribuendo all’impasse in cui è incagliata l’Unione Europea. Il più significativo è sicuramente la tensione tra principio sovranazionale e sovranità nazionale a cui si è accennato sopra, dicotomia che ha percorso tutta la storia del processo di integrazione europea, mostrando i suoi lati più critici e contraddittori proprio nei momenti di maggiore difficoltà. La storia delle Comunità prima e dell’Unione poi è così sempre stata accompagnata da questo dualismo: da un lato, attori di natura sovranazionale pronti a cogliere ogni opportunità che potesse connotare il sistema in senso più federale, dall’altro, essenzialmente gli Stati membri, ben decisi nel non rinunciare ad alcune prerogative caratterizzanti la loro sovranità nazionale. Due esempi su tutti, la portata estremamente limitata del budget europeo (circa 155 milioni di euro il budget di Bruxelles nel 2016, 1.919.744 milioni di euro quello della sola Francia per lo stesso anno) e l’utilizzo dell’unanimità in seno al Consiglio per decidere delle questioni più intrinsecamente legate alla sovranità statale, ben riflettono la tensione tra i due estremi di questo continuum.

La continua tensione tra questi due poli ha nei fatti reso irrealizzabile la creazione di un effettivo governo dell’Unione inserito in un meccanismo di democrazia rappresentativa a livello europeo. L’ibrido istituzionale rappresentato dall’Unione è stato spesso infatti tacciato di scarsa democraticità. Il fatto di basarsi su dei trattati, e non su di un atto costituzionale, ha costretto le istituzioni europee a reggersi su di un ordine relativamente poco solido. Gli allargamenti degli ultimi 25 anni, poi, hanno visto aumentare il numero degli stati membri in modo esponenziale, ma non sono stati seguiti da una riforma sostanziale delle Istituzioni, che si sarebbe resa necessaria alfine di rilanciare l’integrazione, approfondendola e rendendola più efficace. Un allargamento così massiccio non ha permesso ai meccanismi dell’UE di reggere la sfida del cambiamento, restituendo ai cittadini europei l’impressione di una macchina da rottamare, di un’entità politica distante e dai confini geografici troppo spesso mutevoli. I cosiddetti partiti populisti, che ricoprono oggi un ruolo sempre più significativo sullo scenario politico europeo, si nutrono ampiamente di questi argomenti e si dimostrano capaci di sfruttarli sapientemente a proprio favore, confezionando troppo spesso immagini di Bruxelles semplicistiche ed approssimative, in larga misura basate sull’elemento emozionale.

Le contraddizioni dell’Unione Europea sembrano emergere oggi più che mai. Il consenso dei cittadini è ridotto all’osso, Bruxelles è spesso vista come aguzzina ed incapace di fornire risposte concrete alle problematiche che di volta in volta deve affrontare.

A questa logica contribuiscono in maniera alquanto significativa i leader nazionali ed in particolare quelli dei partiti/movimenti dichiaratamente euroscettici. La tendenza diffusa è quella di incolpare oltre misura l’Unione Europea dei propri problemi domestici, individuando così un facile e lontano capro espiatorio capace di allontanare ogni responsabilità dai confini nazionali.

Per non rischiare di lasciare questioni complesse in mani semplicistiche, l’Unione Europea deve trovare la strada di scrollarsi di dosso l’equazione con la burocrazia e il freddo rigore fiscale. In questi giorni sta guadagnando crescente credibilità l’ipotesi di una “Europa a più velocità”. È stato infatti questo lo scenario scaturito dal vertice di Versailles del 6 marzo in cui si sono riunite Germania, Francia, Italia e Spagna e dal Consiglio Europeo tenutosi a Bruxelles i giorni immediatamente successivi. L’ipotesi più auspicabile pare dunque quella di consentire differenti livelli di integrazione all’interno di un’unica macchina, seguendo la logica delle “coalitions of the willings” alla quale fa riferimento anche il Presidente della Commissione Europea Jean-Claude Juncker nel suo recente “Libro Bianco sul futuro dell’Europa”.

In questi giorni, dunque, non mancano certo spunti di riflessione e nuove proposte: ancora una volta bisognerà però trovare la legittimità, i mezzi e le risorse per trasformare le parole in fatti concreti.

Oggi a Roma si terranno le celebrazioni per i 60 anni dalla firma dei Trattati CEE ed Euratom. Il contenuto della dichiarazione sarà importante soprattutto da un punto di vista simbolico, ma contribuirà sensibilmente alla formazione dell’idea dell’Europa che verrà. La congiuntura storica che abbiamo di fronte sembra davvero obbligare i leader politici ad una scelta di campo precisa. Mai nel corso di questi 60 anni si era tornato a parlare di nazionalismi in maniera così forte e diffusa. La possibilità che l’Unione Europea cessi di svolgere le sue funzioni – sul lungo periodo, s’intende – pare oggi, almeno tra l’opinione pubblica, più plausibile che in passato. Ciò impone agli Stati membri, e a tutti noi, la responsabilità di scegliere cosa desideriamo per il futuro del nostro piccolo continente.

Molteplici le questioni da dover affrontare. Riuscirà l’Unione Europea a scrollarsi di dosso il marchio economicista che l’ha resa invisa a molti? Quale la probabilità di una maggiore e più concreta attenzione alle politiche sociali? Questo compleanno pare arrivare nel mezzo di un punto di svolta. Quale forma assumerà l’Unione Europea nel prossimo futuro? Sarà possibile continuare con un’integrazione a 27? O si renderà necessario optare per un’Europa à plus vitésse? Ci sarà spazio nel prossimo futuro per lo sviluppo di elementi sovranazionali o si continuerà ad assistere al predominio dell’elemento nazionale nonché nazionalista? Nascerà finalmente quell’Europa della sicurezza e della difesa comune che renderebbe l’UE un vero e proprio soggetto nelle relazioni internazionali? O reali cessioni di sovranità in questo ambito rimarranno un auspicabile miraggio? Sono tutte domande aperte che per troppo tempo non hanno trovato risposta: ma è sempre l’ora più buia quella che precede l’arrivo del sole.

Chi scrive guarda con un misto di ammirazione e malinconia a quel 25 marzo di 60 anni fa. Vede in quel giorno di pioggia primaverile romana l’inizio di un qualcosa che ha avuto un ruolo importante nello sviluppo della sua formazione civica e politica. Un esperimento fatto da uomini che ha dapprima suscitato la sua curiosità, poi il suo interesse e poi il suo entusiasmo di studente, smanioso di comprendere ed approfondire prima ancora che di schierarsi.

A 60 anni di distanza ci sentiamo ancora di credere al progetto di un’Europa unita, conveniente da un punto di vista politico, oltre che affascinante in quanto progetto di unione. Il nostro contributo ha voluto essere un augurio ed una riflessione, allo stesso tempo una critica ed un atto di fiducia in una giornata che segna il ricordo di un avvenimento storico per il recente passato, presente e noi speriamo anche futuro del nostro continente.

A questo punto non ci resta che porgerti i nostri migliori auguri di buon compleanno, Unione Europea. Augurandoci che presto, anche se a 60 anni può sembrare tardi, tu decida sul serio che cosa fare da grande.

Matteo Marenco

Riccardo Roba

Morelli Umberto, Storia dell’Integrazione Europea, Guerini scientifica, Milano, 2011

http://www.ilsole24ore.com/art/SoleOnLine4/Speciali/2007/europa-anniversario/Nascita-Cee-Roma-1957.shtml?uuid=05b2798c-d8a5-11db-bc34-00000e25108c

http://www.politicheeuropee.it/normativa/19648/i-trattati-di-roma

http://www.politicheeuropee.it/normativa/19635/lue-e-i-suoi-trattati

http://www.raistoria.rai.it/articoli/i-trattati-di-roma/12519/default.aspx

https://www.senato.it/documenti/repository/relazioni/archiviostorico/50UE/martino-rasspro.pdf

http://www.corriere.it/extra-per-voi/2017/02/24/cosa-sono-trattati-roma-vero-fondamento-dell-europa-e82ac6d8-faba-11e6-8a8e-992138e983bf.shtml

http://www.eurocomunicazione.com/25-marzo-1957-nasceva-leuropa/

http://www.repubblica.it/esteri/2017/03/06/news/vertice_a_quattro_sull_europa_a_versailles_merkel_indicare_la_via_hollande_serve_ue_della_difesa_-159917588/

[1] Per un’interessante rassegna stampa del 25 marzo 1957 si veda https://www.senato.it/documenti/repository/relazioni/archiviostorico/50UE/martino-rasspro.pdf

[2] Per un resoconto storico del processo integrazione europea si veda, ad esempio, Morelli (2011)

Gli adesivi del dissenso, riflessioni da Bruxelles sul distacco tra “Piazza” e “Palazzo”

Bruxelles – Camminando per la città ci si imbatte non di rado in piccoli adesivi rossi e bianchi che richiamano l’immagine di un divieto. Lo sfondo bianco è contorniato di rosso ed attraversato diagonalmente da una riga che indica l’interdizione, l’annullamento, un semplice “basta”. Sono tutti uguali, quegli adesivi, ma alcuni, grazie al loro posizionamento, assumono un’importanza particolare. Il più significativo si incontra passeggiando nel cuore del Quartiere Europeo, proprio sotto la sede della Commissione Europea, aggrappato ad un lampione apparentemente qualunque, incessantemente inzuppato dalla pioggia brussellese, che lo costringe ad una continua lotta per non staccarsi ed essere dimenticato, ma che, contemporaneamente, gli porta in dono il costante beneficio dell’acqua, che rischiara e lo rende ben leggibile nel tempo.

C’è scritto “Stop TTIP & CETA” su quello sfondo bianco sbarrato con decisione. È l’espressione di un rifiuto, che assume toni più decisi quando espresso di fronte alla sede di quello che è considerato il cuore pulsante dell’Europa burocratica, pedante ed aguzzina, distaccata dai problemi reali dei cittadini di cui la Politica dovrebbe occuparsi.

Dopo la querelle di ottobre che ha visto protagonista il Parlamento vallone, il CETA – Comprensive Economic and Trade Agreement – torna in questi giorni a far parlare di sé. Il 15 febbraio il Parlamento Europeo ha approvato a larga maggioranza (408 favorevoli, 254 contrari, 33 astenuti) il testo dell’accordo, che entra così in vigore da subito, seppur in maniera provvisoria, nell’attesa che si completi il processo delle ratifiche nazionali. A nemmeno una settimana dalla decisione di Strasburgo, però, il dissenso nei confronti dell’accordo con il Canada torna a manifestarsi, questa volta attraverso un gruppo di deputati della sinistra francese che ha sollevato dubbi sulla costituzionalità del testo. Nel documento, in cui 106 deputati dell’Assemblea Nazionale chiamano in causa il Conseil Constitutionnel, si esprime preoccupazione per l’ampiezza dell’accordo, considerato dannoso per leggi e regolamenti nazionali a fronte di un’ accresciuta libertà di investimento da parte delle aziende canadesi sul territorio dell’Unione Europea. E’ un accordo troppo invasivo, la cui stesura è avvenuta in maniera non effettivamente democratica e implicante una cessione di sovranità troppo elevata. È soprattutto per quest’ultima ragione che i deputati hanno invitato il Conseil ad un esame dettagliato del testo.

Pare poco probabile che l’obiezione di un gruppo di deputati francesi sarà in grado di ostacolare concretamente il processo delle ratifiche nazionali. Essa pone tuttavia ancora una volta l’accento sul dissenso nei confronti di questo accordo. Un dissenso di matrice certamente differente rispetto a quello espresso dagli adesivi, ma che c’è e merita di essere ascoltato, realmente.

Da qualunque parte gli adesivi del dissenso provengano, a maggior ragione se provenienti dal popolo, che è al centro dell’idea di consenso su cui si basa la democrazia, vanno presi in considerazione.

Spesso sarebbe sufficiente dimostrare di considerare davvero le recriminazioni di chi sta fuori dalle istituzioni per fare riguadagnare alle stesse punti in termini di credibilità. Casi come quello del CETA, invece, non fanno che aumentare lo scollamento tra chi scrive i trattati e chi stampa gli adesivi.

L’Accordo con il Canada è una perfetta rappresentazione del sistema culturale ed economico neoliberista, indubbiamente responsabile, soprattutto attraverso il suo ruolo di “catalizzatore di diseguaglianze”, di una buona fetta di disaffezione nei confronti della Politica.

Risulta allora eccessivamente incoerente, a fronte di una popolazione delusa ed arrabbiata, continuare ad affermare, da un lato la ferma volontà di perseguire il bene collettivo e dall’altro optare per accordi come il CETA che incontrano un elevato tasso di dissenso e che esemplificano perfettamente le dinamiche di un sistema che, seppur meritevole di aver generato una quantità stupefacente di ricchezza e benessere, si è dimenticato clamorosamente dell’aspetto distributivo.

Che il dissenso sia più o meno giustificato, l’Unione Europea – ma invero la politica più in generale – dovrebbe reimparare a dimostrarsi ascoltatrice. A bocciare le proposte quando è necessario, ma solo dopo averle realmente prese in considerazione. Solo così potranno essere ricostruiti i primi pezzi di un ponte, quello che collega la “piazza” al “palazzo”, ormai davvero in cattivo stato, troppo spesso incapace di garantire la necessaria comunicazione tra le parti.

Quegli adesivi urlano bisogno di ascolto. Non può essere solo la pioggia a dargli voce. Alla democrazia non basta.

 

Matteo Marenco

The dark side of Germany

After the last state elections in the Federal Republic of Germany the populist right and antiEurope party “Alternative für Deutschland” [Alternative for Germany] (AfD) has entered further
state parliaments and underlined their status as an established party – Does Europe now need to
worry about Germany?

The majority of the political parties in the European Parliament supports the idea of the European
Union. Nevertheless, after the 2014 elections, euroskepticism did enter the European Parliament.
Today there are indeed also anti-Europe parties which are often classified as populist-right parties
(Mudde 2007; Canovan 2004), for example Front National from France, Lega Nord from Italy, UKIP
from the United Kingdom or the Sweden Democrats from Sweden and many more. They are
organized in the fractions of “Europe of Nations and Freedom” (ENF), Europe of Freedom and Direct
Democracy” (EFDD) and “European Conservatives and Reformists” (ECR). Remarkable in this case
is the fact that it does not exist a common fraction for all EU-skeptics which could be explained by
the diverse forms of Euro(pe)-Skepticism (Grabow/Hartleb 2013: 37).
However, compared with all the Member States named above, where populist right-wing parties seem
to be established, Germany, as one of the leading countries in the EU, has not been touched
significantly by these anti-European developments until the last European elections and the last stateelections in Germany in 2016. These two important political moments marked the rise of the
“Alternative for Germany” (AfD), which ended these times of a political space without anti-Europe
parties.
The following article gives an overview about history, programmatic issues and elections results of
the AfD and at least It will try to make expectations for the future.

 

History, ideas and disputes

How did everything begin? Of course there are and there were right-populist and anti-Europe
parties in Germany, i.e. the National Democratic Party (NPD), The Republicans (REP) or the
islamophobic Pro-Movement (PRO). But none of them has never reached only one seat in the
federal parliament. Every time when a german right-populist party had some success in stateelections – they fade away as soon as they came up (Decker 2004: 148; Herth 2014: 26). So
the German Political Science was relaxed as they noticed the foundation of the AfD 2013 by
the Economic professor Bernd Lucke.

At the beginning the AfD was a so-called “one-issue party”, primarily focused on the crisis-
politics of Angela Merkel. The AfD claimed for example the exit from Germany out of the Euro
and the Economic and Monetary Union and it was against paying for the European Stability
Mechanism. Moreover, the party strongly supported the idea of a common financial market only
with countries from the northern Europe – so called “healthy countries”. And next to that topic,
one can find first nationalist, xenophobic and ultra-conservative points in the first party program.

AfD’s members also contributed to create an atmosphere against the established parties
and the European Union and proclaimed more influence for the “real” citizens by the use of direct
democracy. They used populist communication strategies with oversimplifications and
polarization in political debates and the media attention was solely focused on the head of the
party, Bernd Lucke. Moreover, the party was supported by many academics and people from the
“upper-class”, the economic- and the media- sector or as well from former partisan activists –
people that just have influence in the German society: For example Olaf Henkel (former president
of the German industrial Association (BDI) or the former CDU-politicians Alexander Gauland
and Horst Hemzal.

 

Between anti-europe and anti-migration – AfD tries to find itself

However, in summer 2015 the AfD has been split up. This is important for understanding
the present status of the party. The reason for the division was that an increasing numbers of
members started to support totally right-wing ideas. A new nationalist wing had established in the
party. The more economic-liberal wing, led by the founder Bernd Lucke, left the AfD and
founded a new party named ALFA, which has no more influence in Germany today.

The result of the splitting-up was a new programmatic approach: next to the anti-Europe
attitude, which still exists, the party underlines now a harder nationalist and anti-migration point
of view. The current program says for example: “More children than mass-immigration”,
“German culture than multiculturalism”, “imported cultural drifts are a danger for our culture”,
they are speaking of an “expiration of the European cultures” because of the current refugee
crisis. The AfD proclaims furthermore a “complete close-down of the European borders” and “a
limit the free movement of persons in the EU” to prohibit the exploitation of the German welfare
system (see all in Alternative für Deutschland 2016). The top of that new programmatic approach
was a statement from Frauke Petry, one of the new leaders of the AfD, in January 2016 as she
said, it should be allowed, that police officers can shot at refugees when they want to enter the
country (Beale 2016).

Besides that one still find clear anti-Europe attitudes in the program: the AfD is indeed
claiming the “reintroduction of the Deutsche Mark (former German currency)” as well as the
necessity of changing the European Treaties making it easier for the Member states to leve the
EU. To put it in their own words: “we want a sovereign Germany that guarantees Freedom and
security and wealth for its citizens.” (Alternative für Deutschland 2016)

 

Newest surveys: 10 % would vote for AfD – Are they established?

So what do the voters say in Germany? How did and do people in Germany react on the AfD? In
2013, shortly after their foundation, the AfD got 4,7 % in federal elections. Only 0,3% were
missing for entering the parliament (Bundestag). In 2014 in the EP-election the AfD reached
7,1%, hence 7 seats (because of the splitting-up there is now only one AfD-member in the EP, the
rest has changed to ALFA or is without a fraction). In Addition to that, the AfD entered first state
parliaments in 2014 in Brandenburg, Thüringen and Sachsen-Anhalt – all located in the eastern
part of Germany.

In 2015 the AfD came in the first western parliament in the city-states Hamburg and
Bremen and in spring 2016 the AfD reached 15,1% in Baden-Württemberg, 12,6% RheinlandPfalz and 24,3% in the east located Sachsen-Anhalt where it is now the second major party. Still,
also the parliament in Sachsen-Anhalt has voted an AfD-member for the deputy-president of the
parliament.

Year Election Results in % Seats in Parliament
2013 Federal-Election (Bundestagwahl) 4,7 0
State-Election (Essen) 4,1 0
2014 EP-Election 7,1 7
State-Election (Brandenburg) 12,2 11
State-Election (Sachsen) 9,7 14
State-Election (Thüringen) 10,6 11
2015 State-Election (Bremen) 5,5 4
State-Election (Hamburg) 6,1 8
2016 State-Election (Baden-Württemberg) 15,1 23
State-Election (Rheinland-Pfalz) 12,6 14
State-Election* (Sachsen-Anhalt) 24,3 25
2013-2016 Average 10,1 11 (10,6)

Overview about election-type and results of the AfD in Germany. * Second major party in parliament
To sum up: the AfD is now represented in 8 out of 16 state parliaments in Germany, on average
they get 10% of the votes which means nearly 11 seats in a parliament. The newest survey from
FORSA (13.04.2016) says: if now were elections for the federal Parliament, 10% of the
Germans would vote for the AfD (http://www.wahlrecht.de/umfragen/forsa.htm).

What can we say about the future? First, the AfD can be seen as established. After a long
abstinence of anti-Eeurope/right-populist parties Germany has now and will have in the future
that kind of a question to reckon with, although the AfD is still not present in the Bundestag.
The “fanbase” for these kind of parties exists in Germany, like in entire Europe. Second, the
AfD and the other populist parties in Europe will increase their influence in their national partysystems and in Europe as long as Europe will not find common and european solutions for
major problems like the financial or refugee crises. Third, Europe must worry about Germany
and the AfD in the same way as Europe worries about the Front National, Lega Nord and the
other populist-right parties. As a result of that, established and old parties, like the social
democrats or the conservatives, must underline more intensively that the only solution for a
future in wealth is more Europe instead of less, more Europe instead of a fallback in old
nationalist habits.

Michael Herth

 

References

Alternative für Deutschland (2016): Grundsatzprogramm [main program for the upcoming party congress], in: Homepage of the AfD: URL: https://www.alternativefuer.de/bpt-stuttgart/  (04/2016).

Beale, Charlotte (2016): German Police should shoot refugees, says leader of AfD party Frauke  Petry, in: Independent online: http://www.independent.co.uk/news/world/german-police-shouldshoot-refugees-says-german-party-leader-a6844611.html (04/2016).

Canovan, Margaret (2004): Populism for political theorists? in: Journal of Political Ideologies,  (9/3), pp. 241-252.

Decker, Frank (2004): Der neue Rechtspopulismus [The New Right-Populism], second edition, Opladen.

Grabow, Karsten / Hartleb, Florian (2013): Mapping Present-day Right-wing Populists, in: Grobows, Karsten/ Hartleb, Florian (Ed.): Exposing the Demagogues. Right-wing and national Populist Parties in Europe, Brussels/Berlin 2013, pp. 13-45.

Herth, Michael (2014): Welche Chancen hat eine populistische Partei im deutschen Parteiensystem? Das Beispiel „Alternative für Deutschland“ [What chances has a populist party in Germany? The example „Alternative for Germany“], unpublished Bachelor-Thesis.

Mudde, Cas (2007): Populist Radical Right Parties in Europe, Camebridge

L’Europa delle destre

Delle forze regressive si muovono e prendono forza in Europa. Malcontento, frustrazione e chiusure reazionare che si pensava appartenessero ad una fase storica superata sono ormai una realtà con cui bisogna fare i conti, analizzare e capire. Proprio per questo il 12 aprile si è tenuta qui al polo di Novoli una conferenza organizzata dal sindacato studentesco UDU dal titolo “L’Europa delle destre. Un’analisi comparativa dell’ascesa delle destre in Europa”, durante la quale sono intervenuti Olivier Roy, professore all’Istituto Universitario Europeo e Antonio Padellaro, presidente della società editoriale Il Fatto ed ex direttore de Il Fatto Quotidiano.

I temi toccati sono stati molteplici: dall’antieuropeismo all’identità Europea, dall’immigrazione alla diffusione della xeno-islamofobia a testimonianza del fatto che l’ascesa delle destre in Europa è un fenomeno complesso e sfaccettato che abbraccia molti aspetti della realtà sociale odierna.

Secondo il prof. Roy un elemento importante da tenere in considerazione è quello della mutazione che questi partiti e movimenti di destra hanno subito rispetto a quella che è la loro matrice originaria, così come la forte eterogeneità che distingue le diverse realtà nelle varie nazioni del continente. I partiti di destra e di estrema destra dal dopoguerra ad oggi hanno avuto come fonte ideologica i regimi fascisti del secolo scorso, ossia strutture altamente autoritarie o totalitarie che sono state protagoniste di alcune delle pagine più nere e tragiche della storia europea. A questa controversa e pericolosa eredità si ispirava infatti il Front National francese, fondato nei primi anni ’70 ed espressione di una parte non indifferente della società nazionalista e di estrema destra nei successivi decenni. Ma durante gli anni ‘90 si assiste ad una trasformazione di queste forze che, con gradi differenti, assumono tutte una connotazione populista e semplificatrice dato che, come ha suggerito il dottor Padellaro, ad oggi la destra europea non può che essere populista ed assumere un linguaggio diretto, semplicistico se non aggressivo al fine di espandersi e cavalcare il malcontento popolare e la crisi di legittimità dei partiti moderati.

Nel corso di questa mutazione ideologica le destre europee hanno però intrapreso sentieri differenti, a volte discordanti, e da qui derivano l’eterogeneità e i nuovi valori di riferimento delle destre europee. Vi è l’esempio del Front National, nazionalista e sotto certi aspetti liberale, tanto da aver rifiutato di partecipare ad una manifestazione contro l’attribuzione di determinati diritti civili agli omosessuali, la quale era organizzata da associazioni cattoliche, che riesce ad attrarre, anche un elettorato di sinistra. Analogamente ma in maniera diversa vi è l’esempio italiano della Lega Nord, al contempo un partito che nasce come secessionista per portarsi da posizioni più indipendentiste a federaliste, che pone un grande accento sulle autonomie locali, e di fortemente conservatore, soprattutto per quanto riguarda la tradizione cristiano-cattolica. Lo scenario risulta differente nell’Europa dell’est, dove in Stati quali l’Ungheria e la Polonia ritroviamo destre ultraconservatrici che si fondano su basi prettamente cristiane e che presentano una forte posizione euroscettica che, come è stato sottolineato, diventa quest’ultimo un elemento comune alla variegata galassia delle destre europee, dove non è raro trovare, come nell’esempio greco di Alba Dorata che pone l’accento su concetti xenofobi spesso avvicinandosi, se non rientrando a pieno titolo, in ambienti neonazisti, programmi e proseliti ricchi di propaganda islamofoba e radicali posizioni antimmigrazione. Queste forze sfruttano lo spaesamento e le paure dei cittadini europei, i quali si ritrovano di fronte a un mondo scosso da fenomeni complessi e destabilizzanti che, secondo quanto sostenuto dai relatori, andrebbero affrontati con approcci e politiche diametralmente opposte rispetto al pregiudizio razziale, la chiusura delle frontiere e gli attacchi all’Unione Europea, fortemente osteggiata da questi movimenti e partiti.

Ma è una domanda, semplice e diretta, che chiaramente turba chi ha una visione sociale diversa, aperta e progressista e i numerosi studenti che ascoltano i due relatori: “Che fine ha fatto la sinistra?” Dove sono finite quelle forze che facevano da contrasto e da alternativa alle forze nazionaliste e conservatrici? La sinistra, suggerisce le Roy, sta vivendo una profonda fase di crisi da cui sembra difficile riprendersi. Se da un lato valori che da sempre hanno formato il corpus dei movimenti di sinistra quali la laicità o addirittura la libertà individuale in una società solidale sono stati fatti propri dalle destre populiste, spesso a fini meramente propagandistici, è anche vero che il momento di una seria autocritica è ormai giunto: i partiti di sinistra sono divenuti elitari e distaccati da quella che è la loro base elettorale, il loro legame col territorio e le realtà che dovrebbero rappresentare, vittime di un pensiero unico neoliberista che nulla ha a che vedere con le loro radici e valori di riferimento. Valori quali uguaglianza e giustizia sociale sembrano essere stati svuotati e ridotti a belle parole da utilizzare unicamente in campagna elettorale mentre si è barattata la solidarietà con il calcolo e la convenienza politica in un contesto dove i movimenti di sinistra, extraparlamentare e sindacale, sembrano più impegnati a collidere e risolvere frizioni intestine piuttosto che far fronte comune contro la degradazione e la deriva della società europea.

Giulio Porrovecchio, Elia Bescotti