L’ultimo canto del cigno: Macron in Europa. La politica europea della Francia dal 1958 ad oggi.

Come è noto, il 7 maggio scorso Emmanuel Macron è stato eletto ottavo presidente della V Repubblica francese: la sua campagna e la sua vittoria, originali e inedite, hanno spiazzato completamente lo spettro politico francese che, dai tempi di De Gaulle, governava il Paese. Una serie di fattori – anche casuali – gli hanno permesso di arrivare fino all’Eliseo: ma non meno importanti sono alcune sue ambiziose promesse, che di qui a cinque anni dovranno in qualche modo essere mantenute.

Particolarmente interessanti sono quelle in merito all’Unione europea: il giovane Presidente è stato a più riprese definito europeista, e non è un caso che la sera stessa del secondo turno, sulla spianata del Louvre, Macron sia entrato sul palcoscenico sulle note dell’Inno alla Gioia.  O ancora ne è simbolo il messaggio che, ai tempi ministro dell’economia, fece pervenire al suo omologo greco, Varoufakis “I do not want my generation to be the one responsible for Greece exiting Europe”.

Tale sensibilità per i temi europei non era scontata fino a qualche settimana fa: la maggioranza dei candidati a questa tornata elettorale poteva tranquillamente essere definita euroscettica, e la stessa sfidante di Macron, com’è noto, era Madame “Frexit” Marine Le Pen.

È utile, tuttavia, in attesa della conferma al secondo turno del risultato delle legislative, in programma per la prossima domenica, delle prime significative azioni di Macron presidente, ripercorrere da una prospettiva storica, quali siano state le istanze francesi in Europa: nelle Comunità prima, e nell’Unione poi.

Nel momento in cui tutto ebbe inizio, gli anni ’50, la Francia fu in prima linea nel sostegno verso la creazione della Comunità Europea del Carbone e dell’Acciaio: se oggi in Europa si parla tanto il tedesco, in quel momento invece erano gli uomini politici francesi ad occupare la scena europea e a giocarvi un ruolo chiave – Schuman, Monnet, Pleven, Mollet. Una riconciliazione con la Repubblica Federale Tedesca era più che auspicabile, necessaria, sia in termini della difesa, che per una ripresa economica. Dopo il fallimento del progetto per la CED, proprio a causa della mancata ratifica di quel trattato da parte del Parlamento transalpino, la Francia ebbe nuovamente un ruolo fondamentale nella stesura dei Trattati di Roma.

Quando però all’Eliseo tornò Charles De Gaulle, in molti negli ambienti europei si preoccuparono, consapevoli delle sue idee tutt’altro che sovranazionali. Il Generale, in realtà, avrebbe poi tenuto fede agli impegni presi appena un anno prima con la firma del 25 marzo, reimpostando tuttavia l’impianto della politica europea della Francia in una chiave assai più intergovernativa. Fece da subito la voce grossa in difesa degli interessi nazionali, avviando la Politica agricola comune in termini assolutamente favorevoli ai francesi; organizzò gli incontri tra Capi di Stato e di Governo dei Sei, si disimpegnò dall’EURATOM e rifiutò l’ingresso alla Gran Bretagna della CEE – senza peraltro aver consultato gli altri Cinque, cancellando lo spirito che si era creato a Roma e provocando le ire dei paesi del Benelux. Il punto più critico venne raggiunto con la “Crisi della sedia vuota”: l’Europa delle Nazioni gollista non poteva andare d’accordo con lo spirito sovranazionale che guidava la Commissione Hallestein.

L’eredità di De Gaulle sul panorama politico francese è stata pesantissima: in merito all’Europa, come in tanti altri campi, ognuno dei successori ne ha seguito le orme, cercando di apportarne delle novità significative.

Dopo la breve parentesi della presidenza Pompidou, che finalmente tolse il veto francese sull’ingresso britannico nella CEE, nel 1974 venne eletto un candidato indipendente dai principali partiti francesi (gollista e socialista): Valéry Giscard d’Estaing. Prima del 7 maggio scorso era stato il più giovane Presidente della Repubblica, eletto a 48 anni; ma anche il più europeista sotto la V Repubblica, facendo parte del Comitato d’Azione per gli Stati Uniti d’Europa nel 1956 con, tra gli altri, Jean Monnet, e presiedendo molti anni più tardi, agli inizi del 2000, la Convezione per la Costituzione europea. Egli ottenne la creazione, seppure informale e al di fuori dei trattati CEE, del Consiglio Europeo, che si riunisce tre volte all’anno: ma sostenne anche l’allargamento dei poteri di bilancio del Parlamento europeo e la sua elezione a suffragio universale diretto da parte dei cittadini europei. Nonostante questo spirito federalista, fu sempre lui a frenare ogni tipo di progetto per un’Unione politica che andasse verso un allargamento a nuove competenze da parte della Commissione.

Più tardi, negli anni dell’Eurosclerosi, sarà ancora un altro presidente francese a rilanciare l’asse Parigi-Berlino per la costruzione di un’Europa unita: fu François Mitterrand a pronunciare quell’importante discorso nel 1984, davanti al Parlamento europeo riunito a Strasburgo, definendo l’Europa come un “cantiere abbandonato”, che doveva essere restaurato. Era presente al Congresso dell’Aia nel 1948, a cui avevano partecipato anche Spinelli, Adenauer, Spaak. Era europeista infatti, ma ugualmente ambiguo (votò ad esempio contro gli stessi Trattati di Roma): ma una volta salito all’Eliseo, si convinse che fosse l’Europa il terreno di gioco della potenza francese. La Francia mitterrandiana permise l’allargamento della CEE verso la Grecia nel 1981, mentre cercò di ostacolare quello verso la Spagna e il Portogallo, specie per temi sensibili come agricoltura, pesca e terrorismo basco: una chiara differenza con altri paesi, come il Regno Unito, da sempre sostenitore di quanti più allargamenti possibili, per poter diluire la forza centralizzante della Comunità. Mitterrand divenne ancora uno dei principali artefici del compromesso di Fontainebleau, che permise, tra le altre cose, di trovare un accordo con l’irrequieta Primo Ministro britannico Thatcher; e fu lui il principale sostenitore di Jacques Delors alla presidenza della Commissione, a partire dal 1985, il quale poi avrebbe premuto sull’acceleratore per la creazione del Mercato Unico e guidato la Commissione stessa fino oltre alla nascita dell’Unione europea.

Furono proprio gli anni sul finire del secondo mandato del presidente socialista, nell’immediato post-guerra fredda e in un momento di transizione, che la classe politica francese si immaginò nuovamente al centro del continente europeo. Ancora una volta l’asse franco-tedesco sui temi economico-politici e l’intesa con la Gran Bretagna sulla difesa europea e sul terzo pilastro dell’UE, rafforzarono questa visione. Eppure, proprio quegli anni segnarono dei cambiamenti epocali.

Fu il presidente Chirac a togliere il veto all’entrata nell’UE dei paesi dell’Europa centrale e dell’Est, così come dovette accettare la riforma della PAC (giugno 2003). E proprio sotto tale presidenza arrivarono i segnali di un’Europa profondamente diversa – ad esempio molto più sbilanciata a Est: la Francia si ritrovava a metà strada tra il federalismo tedesco di una Germania finalmente riunita e l’approccio intergovernamentale britannico. L’esperienza della coabitazione paralizzò il sistema politico francese e polarizzò le posizioni tra il Presidente neogollista Chirac e il Primo ministro socialista Jospin. Risultato di qualche anno più tardi: nel 2005, il progetto di Costituzione europea venne respinto proprio da un referendum popolare in Francia.

Il delfino di Chirac, divenuto presidente nel 2007, con la mania del primo della classe, Sarkozy, si adoperò alacremente, assieme alla Cancelliera tedesca, nella stesura dei Trattati di Lisbona e rilanciò la cooperazione militare con la Gran Bretagna di David Cameron.

Con gli ultimi due presidenti (Sarkozy, Hollande), tuttavia, la politica europea della Francia non ha assunto quella coerenza necessaria per darle una credibilità logica: il primo ad esempio era contrario all’adesione turca all’UE, ma non mosse obiezioni per quella della Croazia; il secondo si è ritrovato a fronteggiare numerose differenze con la Germania della Merkel – dal rispetto dei criteri per l’appartenenza alla zona euro, alla gestione della crisi greca, alla crisi dei rifugiati e i rapporti con il Medio Oriente. Negli ultimi anni, inoltre, anche nel paese d’Oltralpe sono comparse e si sono radicate forze apertamente antieuropeiste: il Front National – partito nato nel 1972 – dal 2011, sotto la presidenza di Marine Le Pen, ha attuato una transizione importante, riuscendo a cavalcare efficacemente l’onda di malcontento nei confronti dell’UE.

In generale, dopo questa breve carrellata storica, si può affermare che una preferenza francese verso un’Europa delle nazioni e una visione più confederale che federale in senso stretto, è stata fatta propria dai due più importanti raggruppamenti politici della V Repubblica, sia i neogollisti, sia i socialisti. Una qualche forma di sovranismo è stata intesa come un rifugio dalla globalizzazione, un modo per perpetrare l’originalità della repubblica francese; mentre gli europeisti in senso stretto sono dal 1958 una componente minoritaria dello spettro politico transalpino. Inoltre, il sogno di De Gaulle di una Francia-potenza in un’Europa-potenza ha dovuto scontrarsi con la realtà, incompatibile con la visione britannica di un’Europa-mercato – quest’ultima invece è stata rafforzata dagli allargamenti verso i Paesi dell’Est Europa, gelosi di una sovranità ritrovata, dopo il 1989, che guardano molto più verso gli USA per difesa e sicurezza.

Proprio alla luce di quello che è stato appena ricordato, la presidenza Macron rappresenta un’inedita novità. Prima di tutto perché il neoeletto presidente è andato oltre l’impostazione classica della politica francese verso l’UE: vuole rilanciare l’Unione, ma non in maniera di facciata, bensì guidato da un solido pragmatismo, a partire dalla riforma della zona euro, che ha già trovato il sostegno di diversi economisti e le orecchie alzate di alcuni interlocutori europei. Con tutti i limiti del caso, non per nulla la prima visita internazionale di Macron si è tenuta, a poco più di una settimana dalla sua elezione, a Berlino con la Cancelliera tedesca Merkel. Chiaro segno della volontà del rilancio franco-tedesco.

Gran parte delle ambiziose promesse elettorali del nuovo presidente dipenderà anche dagli equilibri che nasceranno in Parlamento. Dopo le elezioni legislative di domenica scorsa, sembra ormai certo il delinearsi di un’altra vittoria schiacciante per Macron: aspettando il secondo turno del prossimo 18/6, le proiezioni assegnano al neonato partito del Presidente tra i 415 e i 455 seggi, una maggioranza straordinaria che perfino Charles De Gaulle non era riuscito a raggiungere. Com’è noto, l’Assemblea Nazionale francese ha giocato un ruolo di primo piano in tanti episodi fondamentali per la storia dell’unificazione europea (basti pensare alla mancata ratifica del Trattato CED). Proprio a partire da quelle aule dunque, si apriranno numerosi capitoli, sempre con lo sguardo rivolto all’Europa, dalla difesa e sicurezza, ai negoziati della Brexit: capitoli che saranno carichi di novità, che dovrebbero rendere nuovamente Parigi un attore centrale per Bruxelles, nella speranza che si giunga a quelle riforme necessarie che l’Unione europea da troppo tempo sta aspettando. I numeri vanno in questa direzione: giustificazioni e ritardi, ormai, non sono più ammessi. Staremo a vedere.

Riccardo Roba

Il punto sulle presidenziali in Francia.

Sempre più chiari i candidati, sempre meno scontato il risultato.

Rullo di tamburi. Colpo a sorpresa. Un altro, l’ennesimo. Dopo l’uscita di scena (almeno per le prossime elezioni) di Sarkozy, e quella del già consacrato (a torto) prossimo Presidente della Repubblica francese Juppé[1], le primarie hanno inferto un’altra sortita eccellente: questa volta dall’altra parte, tra i socialisti. La vittima è stata l’ex Primo Ministro Manuel Valls, che domenica ha perso lo scontro contro il rivale Benoit Hamon.

Una settimana prima, erano stati proprio loro due a passare al secondo turno, con qualche punto di vantaggio Hamon su Valls. Già quel risultato era stato sorprendente.

Valls, nato nel 1962 a Barcellona, è divenuto cittadino francese solo nel 1982, ma la sua passione politica incomincia già da prima, facendo parte, sin dagli anni liceali, della sezione giovanile del Partito Socialista francese. Candidato già una volta alle primarie socialiste, nel 2011 (dove tuttavia il vincitore sarebbe stato l’attuale Presidente della Repubblica Hollande), è stato Ministro degli Interni (2012-2014), successivamente Primo Ministro (2014-2016). I suoi anni di governo sono stati duramente criticati da grandi settori dell’opinione pubblica[2], poiché alcune importanti leggi di cui il suo governo è autore (Loi Macron[3], Loi Khormi[4]) vengono attaccate per la modalità attraverso cui sono state approvate[5] e per i contenuti, secondo i più, poco “socialisti”. Per le primarie si era candidato come fautore di una Repubblica forte, di uno Stato forte. Proponeva la soppressione della settimana lavorativa da 35 ore; gli piacerebbe andare oltre il Partito Socialista, costituendo un soggetto partitico più centrista. Vicino alle posizioni terza via blairiana, a destra della sinistra, è sostenitore di una maggiore flessibilizzazione del mercato del lavoro; ha assunto posizioni pro-business, dichiarando “J’aime l’entreprise”[6].

Il vincitore della scorsa domenica, Hamon[7], invece, si presentava come molto distante dalle posizioni di Valls. A sinistra del PS, ecologista, ha messo al centro della sua campagna elettorale la sicurezza sociale, proponendo di riformarla e renderla adeguata al 21° secolo, attraverso la creazione, ad esempio, del salario universale. Anche il sistema sanitario ha occupato un’importante posizione nel programma di Hamon. Critico verso l’azione del governo Valls, è stato un oppositore ad entrambe le già citate leggi Macron e El Khormi. Insomma, una posizione molto diversa dall’ex Primo Ministro. Una posizione che in realtà si avvicina a quello che sarà un altro candidato alle prossime presidenziali, Mélénchon: un personaggio conosciuto nella politica francese, marxista, protezionista, contro il libero mercato. Dopo il primo turno, infatti, è stata lanciata una petizione su Change.org, che ha quasi raggiunto le 50mila firme, per chiedere che Hamon e Mélénchon si candidino in una stessa coalizione[8].

Sarà dunque Hamon ad affrontare gli altri pretendenti all’Eliseo nella prossima primavera. Una vittoria naturalmente sorprendente, che riapre numerosi scenari. È lecito, tuttavia, chiedersi come abbia fatto a vincere e ragionare su alcune possibili conseguenze. Perché, seppure nel piccolo, la divisione che si è consumata all’interno del PS, la ritroviamo ormai periodicamente in tutti gli appuntamenti elettorali da qualche tempo a questa parte: libero mercato o intervento statale; liberismo o protezionismo. Ancora una volta, in questa occasione, esce sconfitto il fronte di chi, in qualche misura, aveva sostenuto quell’ordine neoliberale che a partire dagli anni ’80 regge il mondo, con gli imperativi di flessibilizzazione, liberalizzazioni, privatizzazioni e quant’altro. Manuel Valls, insieme al non ricandidato François Hollande, si va ad aggiungere a quella lista di vinti come il decaduto Tony Blair, gli sconfitti Clinton, il perdente Pedro Sanchez, l’assente SPD, il dimissionario Renzi. Tutti rappresentanti di una sinistra che si è improvvisata destra, e infine ha perso. Ha la meglio, invece, chi quell’ordine lo critica, proponendo soluzioni, o semplicemente attaccando l’Ancien regime.

Hamon, quindi, è un’altra pedina sulla scacchiera: se piacciono i paragoni, insieme a Mélénchon, è in linea con Bernie Sanders, Pablo Iglesias, o Alexis Tsipras, che da sinistra hanno aggredito il sistema. Per ora nei sondaggi, il candidato socialista è ancora lontano per avere un peso effettivamente rilevante nella corsa per la Presidenza[9], sebbene proprio a partire dal giorno stesso della vittoria alle primarie, Hamon si ritrova in netta risalita[10]. Il Partito Socialista sconta il peccato originale di essere stato al governo in questi anni: in effetti poi, neanche Sanders o Podemos hanno mai vinto le elezioni. Poco importa, tuttavia, in questo ragionamento.

Lasciandoci alle spalle la divisione novecentesca dell’asse destra-sinistra, la frattura che è emersa dopo Brexit e soprattutto dopo le presidenziali USA, è quella tra apertura e chiusura[11]. La Francia non è il mondo anglosassone, storicamente bipolare (Regno Unito), se non addirittura bipartitico (Stati Uniti), dove dunque la differenza è netta: i paesi del continente europeo, da sempre, sono caratterizzati dall’emergere di più cleaveges, dunque più partiti, che rendono più variegato e meno definito lo scenario politico. E tuttavia, anche qui, in Francia, possiamo applicare lo stesso schema di cui si è detto, ai più candidati alle presidenziali: Fillon e Macron hanno diverse e profonde differenze tra loro, eppure entrambi sono assertori del liberalismo (addirittura per il primo l’eroe politico è Margaret Thacher, fatto inedito per un politico francese); Le Pen e Hamon (e Mélénchon), con storie, idee e background politici completamente diversi, sono fautori di radicali cambiamenti, sociali ed economici del sistema odierno.

Come è noto, inoltre, il sistema elettorale francese prevede un doppio turno, il che permette diversi riposizionamenti tra la prima e la seconda votazione. È tuttavia lecito chiedersi: se dovessero passare al secondo turno Marine Le Pen (molto realistico), e Fillon (la cui immagine sta venendo minata da uno scandalo di rimborsi legato alla moglie[12], e il cui passaggio al secondo turno non è ormai così certo) oppure Macron[13], lo schema di cui si è parlato prima sarebbe veramente calzante. Allora, un elettore socialista, un sostenitore delle critiche mosse da Hamon al sistema economico odierno, un vincitore sul già più liberale Valls, un giovane propugnatore di riforme profonde in senso più egalitario, o ancora un operaio disoccupato di Lille: sarebbero tutti questi attori poi disposti a votare per l’ex Primo Ministro o per il fondatore di En Marche ! ? Come i blue collars del tradizionale stato democratico del Michigan il 9 novembre scorso volsero le spalle a Hillary Clinton, a maggio prossimo un successo del Front National potrebbe ormai non essere inevitabile.

 

Riccardo Roba

[1] http://www.huffingtonpost.fr/2016/01/31/juppemania-juppe-seduit-soulever-foules_n_9120588.html

[2] http://www.lefigaro.fr/actualite-france/2016/05/10/01016-20160510ARTFIG00382–l-appel-de-nuit-debout-des-milliers-de-manifestants-contre-le-recours-au-49-3.php

[3] http://www.gouvernement.fr/action/le-projet-de-loi-pour-la-croissance-l-activite-et-l-egalite-des-chances-economiques

[4] http://travail-emploi.gouv.fr/grands-dossiers/LoiTravail/

[5] http://www.lemonde.fr/les-decodeurs/article/2016/05/10/qu-est-ce-que-l-article-49-3_4916730_4355770.html

[6] http://www.lesechos.fr/28/08/2014/LesEchos/21759-001-ECH_manuel-valls—–moi–j-aime-l-entreprise–.htm

[7] https://www.facebook.com/lemonde.videos/videos/1256149984454698/

[8] https://www.change.org/p/pour-une-coalition-entre-beno%C3%AEt-hamon-jean-luc-m%C3%A9lenchon-et-yannick-jadot?recruiter=503219165&utm_source=share_petition&utm_medium=facebook&utm_campaign=share_page&utm_term=des-lg-share_petition-no_msg

[9] http://www.lefigaro.fr/elections/presidentielles/2017/01/29/35003-20170129ARTFIG00201-presidentielle-fillon-et-macron-au-coude-a-coude-le-pen-en-tete.php

[10] http://www.lesechos.fr/elections/primaire-a-gauche/0211757760876-sondage-hamon-en-dynamique-forte-2061852.php

[11] http://www.economist.com/news/leaders/21702750-farewell-left-versus-right-contest-matters-now-open-against-closed-new

[12] http://www.lemonde.fr/politique/article/2017/01/24/la-femme-de-francois-fillon-a-percu-500-000-euros-comme-attachee-parlementaire_5068488_823448.html

[13] http://www.lesechos.fr/elections/emmanuel-macron/0211758000829-sondage-macron-devient-le-favori-de-la-presidentielle-2061850.php

Il terzo incomodo: la sorpresa Macron

Se l’anno che ci chiudiamo alle spalle, il 2016, è stato l’anno dell’incertezza, qualcuno ha già rinominato il 2017 come l’anno della paura. In realtà, per gli osservatori del fondo campo, i mesi che ci attendono riserbano ancora molte sorprese. In particolare, dopo le presidenziali americane, i riflettori saranno di nuovo rivolti sul Vecchio Continente, per una tornata elettorale davvero complessa e imprevedibile: elezioni anticipate in Italia (forse), elezioni nei Paesi Bassi, in Germania, in Romania, in Francia. Insomma, appuntamenti centralissimi e di fondamentale importanza per gli equilibri europei.

Quelle francesi si annunciano le votazioni più incerte di sempre. Basti ricordare le primarie del centro-destra avvenute lo scorso autunno, le prime nella storia dell’area gollista: tutti i sondaggisti e gli esperti erano sicuri che chi sarebbe andato al secondo turno sarebbero stati l’ex Presidente della Repubblica Nicolas Sarkozy e l’ex primo ministro Alain Juppé. Il vincitore di quella sfida, com’è noto, è stato invece François Fillon, non solo scalzando ogni pretesa dell’ex Messieur le President, ma prendendo, al secondo turno, più del doppio dei voti del sindaco di Bordeaux.

Da allora, la maggioranza dei media, specie quelli internazionali, danno per scontato che nella prossima primavera, i due veri pretendenti per l’Eliseo saranno lo stesso Fillon e Marine Le Pen, a capo del Front National.

L’unica vera assente dal dibattito politico francese di oggi appare la sinistra: dopo la rinuncia di François Hollande a non ricandidarsi alla Presidenza della Repubblica (un altro fatto inedito per la V Repubblica; è vero anche che risulta essere stato il presidente più impopolare dal 1958), nessuno tra i candidati alle primarie della Gauche riesce a sfondare. Dopo il primo dibattito televisivo di giovedì scorso, molta delusione è emersa tra gli elettori socialisti: neanche l’ex primo ministro Manuel Valls (in realtà già molto contestato) è riuscito a convincere di misura i telespettatori. Nessuno tra i sette partecipanti, riuscirebbe infatti, stando a quanto dicono i sondaggi, a passare al secondo turno e dunque essere competitivo per l’Eliseo. Tutto ciò sarebbe naturalmente un disastro per i socialisti francesi.

Tuttavia, soprattutto nelle ultime settimane, qualcosa a sinistra è iniziato a muoversi. Ancora una volta fuori dalle sedi parlamentari, fuori dai dibattiti televisivi, fuori dai partiti tradizionali. È emerso un outsider, Emmanuel Macron, che potrebbe posizionarsi in ottime posizioni già al primo turno.

Chi è Emmanuel Macron? Giovane, classe 1977, nasce ad Amiens, nel nord della Francia. La sua formazione è degna di un vero e proprio cursus honorum francese, essendosi diplomato all’Institut d’Etudes Politiques di Parigi, e successivamente anche all’Ecole Nationale d’Administration di Strasburgo.

Per alcuni anni membro del Partito Socialista francese (2006-2009), diventa Ministro dell’Economia del secondo governo Valls fino a fine agosto dello scorso anno. Molto vicino all’attuale Presidente della Repubblica, dapprima sostiene una sua ricandidatura per l’Eliseo, ma una volta che Hollande decide di non presentarsi più, ufficializza la propria. Tuttavia, prima di buttarsi in politica, quella con la P maiuscola, ha lavorato per lo stesso ministero che avrebbe poi diretto come dirigente, ma anche per la banca d’affari Rothschild & Cie, fatto singolare per un socialista.

Durante l’esperienza di governo, lega il proprio nome alla legge conosciuta in Francia come la Loi pour la croissance, l’activité et l’égalité des chances économiques, una misura atta a liberalizzare numerosissimi settori, attraverso, ad esempio, l’apertura delle attività commerciali anche la domenica e di notte, o, ancora, la vendita di grosse quote di aziende partecipate pubbliche. Tale legge è stata oggetto di molte polemiche e proteste, che hanno riguardato diverse città francesi, come la stessa Parigi, ma anche altri centri importanti come Lione e Marsiglia. Viene approvata definitivamente nel luglio 2015, suscitando però ancora contestazioni per le modalità attraverso cui è stata votata.

Nel marzo scorso fonda un proprio movimento politico, En Marche ! ; qualcuno già allora lo accusò di volersi preparare per la corsa alle presidenziali. Solo nell’agosto 2016 però presenta le dimissioni da ministro e in novembre ufficializza la propria candidatura. Da allora, cerca di essere presente in numerosi talk show televisivi; utilizza moltissimo i social network; ma soprattutto batte ogni angolo della Francia, se non anche dell’Europa, con i propri comizi: prima Parigi, poi Clermont-Ferrand, ancora Lille, e poi l’Università Humboldt a Berlino. Il suo dinamismo contrasta l’immagine di immobilismo delle primarie tra i pretendenti socialisti.

Definito il più liberale tra i membri del governo Valls, Macron si presenta come progressista, ma vuole raccogliere consensi tra i delusi della politica, ecologisti, socialdemocratici o centristi che siano. Senza un partito alle spalle, nel giro di pochi mesi, entra a pieno titolo nel dibattito delle elezioni presidenziali: risulta essere il politico più amato di Francia, e qualche settimana fa alcuni sondaggi riportavano la possibilità per lui di accedere al secondo turno alle elezioni.

Questi numeri evidentemente hanno fatto accendere qualche campanello di allarme tra le fila degli altri candidati. La campagna di François Fillon fatica a decollare e la sua squadra è passata subito al contrattacco del terzo possibile incomodo alle elezioni. Ma anche in casa del Front National, Macron preoccupa, tant’è che Marine Le Pen lo accusa di essere il “candidato di Bruxelles e dell’Austerità”.

Uno dei punti centrali della campagna elettorale dell’ex Ministro dell’Economia, in effetti, è proprio l’Europa. Ciò che sorprende, in un momento storico in cui i vincitori di ogni tornata elettorale sembrano essere gli inarrestabili euroscettici, è che Macron si schiera decisamente a favore di posizioni europeiste. Durante un’intervista a La Repubblica di qualche giorno fa, Macron ha detto che sarà l’Europa stessa a salvarci. E a Lille, città post-industriale, divenuto un serbatoio di voti importante per il Front National, il 14 gennaio, durante un suo comizio, il presidente di En Marche ! sostiene che “abbiamo bisogno dell’Europa” e “l’Europa siamo noi”.

Una posizione inedita, dunque, nel panorama politico francese: non solo il gollismo con l’Europa delle Nazioni, ritornato in auge con la vittoria alle primarie di Fillon, ma anche il più netto euroscetticismo della stessa Le Pen, ci avevano abituato a ben altri toni. Certo, l’Unione europea deve avviare un processo di riforme importanti, dice Macron, a partire dallo spazio Schengen (senza però chiudere le frontiere interne), passando per lo stesso euro, fino ad arrivare all’Europa della Sicurezza e della Difesa. Tali proposte, ancora una volta, vanno comunque nella direzione opposta a quanto gli altri due più importanti candidati sostengono.

Voci di corridoio dicono che lo stesso Hollande sia pronto a votare per lui e, tra i possibili sostenitori illustri, c’è anche Bernard Kouchner, cofondatore di Medici senza frontiere, che ha affermato di essere pronto a votare per il neonato movimento.

Gli avversari di Macron, tuttavia, hanno più di un’argomentazione su cui incalzarlo: a partire dall’inesperienza di governo, non avendo mai ricoperto cariche elettive dirette; o di essere onnipresente sui media, ma avere poi poca presa nella realtà. O forse peserà ancora il suo essere “troppo liberale” per essere di sinistra; oppure il suo stesso troppo europeismo, in un momento in cui l’UE non gode di troppa popolarità.

Per ora il 23 aprile, giorno del primo turno alle presidenziali, sembra ancora lontano. E in queste elezioni, così ricche di colpi di scena, si aspettano ancora molti passaggi: il voto delle primarie a sinistra, l’inizio ufficiale della campagna di Marine Le Pen. I numeri, per ora, sembrano andare verso Macron (che supererebbe tutti i candidati socialisti): vedremo se la realtà gli potrà poi dare ragione.

 

Riccardo Roba