Blackprotest a Varsavia: l’utero è mio, e se fosse possibile, lo vorrei gestire io

VARSAVIA – Lunedì 3 Ottobre la temperatura è scesa considerevolmente a Varsavia rispetto al soleggiato e tiepido weekend, la pioggia è scesa incessante per tutto il giorno e, uscendo per strada, pareva proprio di essere ad un funerale: la maggior parte delle persone era vestita di nero.

Ma non è questo che mi ha colpita – io mi vesto quasi sempre di nero; a colpirmi sono state le quattro enormi foto di feti abortiti che ho trovato davanti alla sede dell’Università di Varsavia. Le immagini erano terribili e nessuno, comprensibilmente, vi si soffermava. Un megafono lì parlava solitario. Era il movimento pro-life.

Ben più persone richiamava il megafono sull’opposto marciapiede, dove una donna vestita di nero distribuiva i volantini della protesta che si sarebbe svolta alle ore 15.30 in Stare Miasto, la grande piazza che delimita l’inizio della Città Vecchia.

Varsavia

Lunedì, in Polonia circa 45’000 di persone, in particolare donne, hanno scioperato, bloccando intere aziende ed esercizi, che si sono trovati costretti a chiudere la giornata lavorativa alle 15 per permettere ai propri lavoratori di andare a protestare, le bambine non sono andate a scuola e l’outfit per tutti era total black.

L’atmosfera era appunto quella di un funerale, ma per chi era questo lutto? Il lutto era, ancora, per l’ennesima volta, ancora nel 2016, ancora nello sviluppato occidente, per i diritti delle donne.

In particolare la protesta è stata contro il disegno di legge, proposto tramite iniziativa legislativa popolare dalla conservatrice “Ordo Iuris”, un istituto di consulenza legale. Questa proposta di legge è stata appoggiata da una buona percentuale dei rappresentanti del partito di governo “Diritto e Giustizia”, di Jarosław Kaczyński.

L’attuale legge sull’aborto in Polonia risale al 1993 e lo vieta se non in soli tre casi ben precisi: in caso di malformazione o malattia del feto, in caso di possibile morte della madre e in caso di stupro. Ci possiamo quindi rendere conto che già l’attuale legge va contro i diritti delle donne, che si trovano obbligate a portare avanti gravidanze indesiderate e crescere figli non voluti, se non vengono abbandonati subito dopo la nascita.

La proposta di legge discussa in questi giorni nel parlamento di Varsavia propone invece di eliminare anche questi tre casi e propone, per la donna che praticasse l’aborto e per il medico che lo permettesse, tre anni di carcere.

Lunedì eravamo circa 20’000 persone in Stare Misto, e il partito di governo non ha potuto non ascoltare una così forte voce proveniente dalla società civile polacca che ha addirittura fatto sentire la sua eco in tutto il mondo, addirittura in Kenya, dove un gruppo di donne è sceso in strada a dimostrare la propria solidarietà con le donne polacche. La proposta di legge è stata quindi bocciata dalla commissione specializzata per “Giustizia e Diritti Umani”, che l’aveva ricevuta in seguito all’approvazione del Parlamento di pochi giorni prima. Kaczyński, che fino a questo momento non si era espresso ufficialmente, ha dovuto ammettere che un passo indietro risulta oggi necessario.

La proposta legislativa è quindi tornata indietro al Parlamento, che dovrà votare, per la seconda volta lo stesso testo. Ma questa volta le opinioni sono molto più positive.

Mentre nei Paesi Bassi entra nel dibattito pubblico la possibilità di obbligare le coppie non reputate all’altezza della paternità alla contraccezione, in un altro paese dell’Unione Europea, ad esso poco distante, si discute di obbligare le donne a diventare madri, anche quando non lo vogliono, anche quando non possono, per ragioni economiche, per ragioni etiche, per ragioni morali.

Essere genitori è ormai diventato un lusso, una condizione privilegiata, una condizione derivante, sì dal mercato del lavoro, ma anche dalla sempre più profonda individualizzazione che soprattutto la categoria femminile sta subendo grazie alla sempre più massiva scolarizzazione e la contemporanea flessibilizzazione del lavoro che le vede protagoniste.

Nella società post-moderna il figlio, e uno solo figlio, come teorizzava Ulrich Beck nel 1989, quando la Polonia stava ancora raggiungendo la sua indipendenza dall’URSS e la legge era come quella odierna, è l’alternativa finale alla solitudine, l’importanza del figlio cresce, è l’ultima relazione privata rimastaci, e non può essere assolutamente imposta.

Per non parlare di quanti danni un’educazione non adeguata può creare in una persona, quanta insicurezza e depressione.

Come ha detto il Ministro degli Esteri polacco, Witold Waszczykowski, dopo la protesta, “lasciamole divertire”. Ecco caro Witold sì, lasciateci divertire, ma lasciateci anche lavorare, lasciateci votare, lasciateci studiare ma soprattutto Witold, lasciateci l’autodeterminazione.

Brexit: the half-full glass

It is worrisome that the overwhelming majority of the most distinguished scholars of the European Union integration process propose the same, dramatic scenario.

Giandomenico Majone sees the future of the European Union as a “club of clubs”, meaning a network of networks very strictly task oriented.

Professor Jan Zielonka use the expression Neo-Medievalism in order to describe the consequent European arrangement due to the crisis of the European Union and of the Nation State. Neo-medievalism should be shaped, and will be shaped, in Zielonka vision, on Mitrany’s recommendations: multiple actors will be linked through territorial and task-oriented networks. Political and economic agents will form spontaneous alliances and networks to address their specific interests. The European Union will survive, but only as a “junction box”: perhaps the European Commission will administrate functional arrangements, but it will no longer be a sort of European government; the European Council will be a decision-maker at the same level of large cities and regions and the European Parliament will lose all their raison d’être. European laws will be suspended, repelled or simply ignored: these transactional networks will set up their own independent jurisdictions instead.

In Fritz Scharpf’s vision, the possibility of opt-outs and the variable geometry of integration will increase the Union’s capacity for effective action. Indeed, there will be a concrete possibility for reforms regarding existing legislation that no longer fits the interests or preferences of a majority of member governments. Equally important, the higher problem-solving capacity should not be achieved at the expense of democratic legitimacy. That will be the case if the politically salient preferences of national constituencies were to be overridden by majoritarian decisions at the European level. According to Scharpf, in order to reach the necessary effectiveness of the European integration, a greater variance in geographical coverage and hence an increasing patchwork character of European law is needed.

The price of effectiveness must seem high, as Scharpf points out, for those who still hold on to the original goal of a politically integrated “United States of Europe”, and who defend the perfection of economic integration and the unity of European laws as the most significant achievements of decades of struggles toward that finalité; and I completely agree with him.

In my opinion, the real and biggest mistake that has been made within the European integration process is the possibility of opt-outs clauses in the Maastricht Treaty. From that moment the goal of “united in diversity Europe” has vanished by admitting a Union of different geometries.

Today the United Kingdom and its citizens decided, unexpectedly, to leave the European Union. It is a sad news for everyone. It is the first time that article 50 of the Treaty of Lisbon is seen as a real possibility, and the fear that others in the EU could try to imitate the UK is high. But in my opinion it is a sad but strong possibility that is given to the reve europeen.

What can be done in order to keep the possibility of a united Union is, on the one hand, limiting the geographical size of the EU to that Member States which are really willing to share this project and, on the other hand, trying to create an European demos. I agree, unwillingly, with Professor Weiler, who admits that an European society still does not exist, but there is the evidence from the Eurobarometer surveys that the European policies can be identity-maker tools in order to create a common-feeling among the European citizens, as the single currency or the freedom of movement enhanced by the Schengen Agreement have done.

A smaller Union with a clear will of unity could be a realistic solution to the current crisis of the European Union and to the problem of the democratic deficit. Such a Union would surely allow to realize the necessary institutional reforms, thereby contributing to create a better place for the European citizens.

Today Britons have pushed us to take our responsibilities. Now, 59 years after the Treaties of Rome, Europeans must be brave and make the “ever closer Union” a reality. Otherwise all the negative scenarios exposed before will become true.

Alice Perini

This is the State of the Union, Eccellentissime Madri

eccellentissime

The State of the Union address di Ruth Rubio Marín

The State of the Union è una conferenza internazionale organizzata annualmente dall’Istituto Universitario Europeo (IUE) in occasione della Festa d’Europa (9 maggio). Rappresenta un’occasione di altissimo livello per affrontare e discutere circa le sfide che l’Unione Europea si trova ad affrontare. Quest’anno la State of the Union si è tenuta i giorni 5 e 6 Maggio tra la sede dell’IUE alla Badia Fiesolana e il Salone dei Cinquecento in Palazzo Vecchio, e si è conclusa con una giornata per famiglie nel parco di Villa Salviati, sede degli Archivi Storici dell’Unione Europea [che a breve ospiterà anche i dipartimenti di storia e legge dell’EUI.]

Il tema scelto per questa edizione è stato “Il ruolo delle donne in Europa e nel mondo”. Lo State of the Union Address è stato tenuto quest’anno da Ruth Rubio Marìn, professoressa di diritto costituzionale e pubblico comparato all’EUI.

Grazie al carisma e alla passione mostrati durante tutti e trenta i minuti del discorso, nonché alle sue elevatissime competenze accademiche, al discorso sono seguiti cinque minuti di applausi, sentito tributo di un Salone dei Cinquecento molto colpito dal discorso della professoressa Rubio Marin. Per queste ragioni consiglio vivamente la visione del discorso, disponibile sul sito della conferenza (https://stateoftheunion.eui.eu/).

Vi sarete chiesti, come mi sono chiesta io e come si è chiesta anche la Professoressa Ruth Rubio Marìn, come mai l’Unione Europea, e di conseguenza l’Istituto Universitario Europeo, abbiano scelto il tema delle donne come focus per il 2016.

E’, quello attuale, il contesto adatto per porsi la domanda sullo stato delle donne in Europa e nel mondo, vista la miriade di crisi che ci troviamo oggigiorno a fronteggiare? Ma ci potremmo anche chiedere se sia mai stato il giusto momento per porsi la “domanda delle donne”.

Secondo la Rubio sì: questo è il giusto momento per interrogarsi sul ruolo delle donne nella nostra società e nella nostra democrazia, poiché dipenderà da come verrà affrontata la questione delle donne che l’Unione Europea fallirà o vincerà la sfida della democrazia paritaria.

Vi chiederete allora cosa si intenda esattamente con questo interrogativo in Europa, dove le donne hanno formalmente ottenuto gli stessi diritti e libertà degli uomini; dove si sono finalmente cancellate dai nostri ordinamenti le tracce vergognose ed esplicite del patriarcato che per anni hanno reso le donne al pari dei minorenni. Questa la forma. La sostanza, sfortunatamente, racconta una storia diversa. Dice che oggi, in Europa, le donne continuano ad essere un gruppo oppresso.

La filosofa Iris Young scrisse che l’oppressione esiste in qualunque sistema che riduca il potenziale umano dei propri componenti, sia perché li de-umanizza, sia perché non consente loro di raggiungere la propria umanità, sia fisica che mentale. L’oppressione non si manifesta dunque solamente in situazioni di cruenta tirannia, ma anche nelle nostre società liberali che possono opprimere alcuni gruppi limitandone le libertà, non attraverso leggi scritte, ma attraverso consuetudini sociali, atteggiamenti e simboli.

Secondo la Young l’oppressione ha cinque facce: la violenza, lo sfruttamento, la marginalizzazione, la mancanza di potere e l’imperialismo culturale.

Basandosi su questa teorizzazione, sui dati del “Survey on violence against women” della European Union Agency for Fundamental Rights del 2014 e sul “Report on Equality between Men and Women” riportato dall’European Institute for Gender Equality nello stesso anno, la Rubio spiega come ancora oggi le donne in Europa continuino ad essere oppresse.

Violenza Nell’Unione Europea una donna su tre ha sperimentato violenza fisica e/o sessuale almeno una volta prima del raggiungimento dei 15 anni di età, il che comporta quasi 6 milioni di vittime. Una donna su venti (9 milioni di donne) è stata stuprata dopo i 15 anni. Tra il 45% e il 55% delle donne ha subito molestie sessuali e il 18% delle donne ha sperimentato fenomeni di stalking e cyberstalking. Un dato particolarmente preoccupante è che per una donna su cinque questa violenza viene perpetrata per mano dell’attuale o di un passato partner ed ancora più preoccupante è che solo il 14% di queste donne denuncia il suo aggressore. Quindi milioni di donne europee vivono in uno stato di terrore ed oppressione nel proprio contesto familiare, scolastico e lavorativo.

Sfruttamento e Marginalizzazione La percentuale di donne nella forza lavoro è del 63.5% e per ogni euro guadagnato da un uomo, una donna, con la stessa posizione lavorativa e lo stesso livello di educazione, guadagna 84 cent. Il dislivello salariale è causato dalla generale poca trasparenza riguardo ai pagamenti di quasi tutti i datori di lavoro. Inquietante è anche il dislivello di genere per quanto riguarda le pensioni (38%) o il fatto che una donna su tre non la percepisca affatto.

La segregazione occupazionale relega la forza lavoro femminile nei settori meno remunerativi. E’ molto più facile per le donne che per gli uomini essere lavoratori part-time ed è più facile per loro dover combinare lavori domestici non retribuiti con lavori pagati (26 ore settimanali contro solo 9 per gli uomini). Allo stesso tempo moltissime donne immigrate svolgono lavori a bassa retribuzione e a nero nell’ambito della “cura della casa”, il che impedisce ai paesi in via di sviluppo, da cui queste donne provengono, di ricevere alcun ritorno e quindi di svilupparsi ed educare queste persone. Questo, come sottolinea la Rubio, si chiama sfruttamento e marginalizzazione.

Mancanza di Potere Le donne tutt’oggi rappresentano meno di un quarto dei membri dei consigli aziendali delle maggiori società quotate in borsa. Costituiscono il 28% dei membri eletti di parlamenti e governi nazionali; la nuova Commissione Europea è composta da 19 uomini e 9 donne, solo il 21% dei giudici della Corte di Giustizia dell’Unione Europea è donna e il consiglio governativo della BCE è composto da 22 uomini e 2, solo 2 donne.

Imperialismo Culturale Alla base delle ingiustizie di genere vi è l’androcentrismo. I valori androcentrici sono infatti espressamente codificati in molte aree della legge, della politica di governo, ma anche dalla cultura popolare, dall’uso della lingua e nelle interazioni di ogni giorno, comprese quelle economiche: i lavori da donne sono, secondo gli stereotipi, quelli più relazionali e che riguardano la cura dell’altro. Lavori, questi, ad alta intensità di mano d’opera e con basso potenziale di aumento di produttività. Il problema centrale, dunque, è che il valore sociale dei lavori di cura degli altri, essenziali al sostegno delle nostre società di mercato e delle nostre economie, semplicemente non è debitamente riconosciuto e valorizzato.

L’Unione Europea ha sostenuto, sin dai Trattati di Roma, la crescita economica e la coesione sociale anche attraverso l’abbattimento delle ineguaglianze economico-sociali, ma purtroppo, ultimamente, l’attenzione verso la parità di genere è divenuta meno prominente e meno adeguata poiché ci si è concentrati principalmente su politiche volte ad affrontare la recente crisi economico-finanziaria. Anche la percezione della crisi riflette l’oppressione delle donne come gruppo. Essa è stata infatti percepita come una crisi maschile, causando così una quasi totale mancanza di attenzione per la gender equality. Nonostante ciò, è possibile notare che la crisi ha portato ad una maggiore uguaglianza nell’ambito lavorativo tra uomini e donne, non attraverso un miglioramento della posizione femminile, ma attraverso un peggioramento di quella maschile. Il calo dell’occupazione ha infatti portato ad una maggiore partecipazione femminile alla forza lavoro, che rende di fatto impossibile un ritorno al modello familiare maschio-centrico nelle economie avanzate. In secondo luogo, le disuguaglianze nell’occupazione si sono in qualche modo livellate grazie alla maggiore presenza di uomini in posizioni lavorative part-time o comunque più flessibili, ai preponderanti tagli nei salari e al deterioramento generale delle condizioni di lavoro.

La Professoressa individua quindi due possibili scenari per l’Unione Europea, ma ci avverte che a suo avviso solo uno, il secondo, potrà portare l’Unione a ricoprire il ruolo che essa stessa si è prefissa come baluardo della democrazia.

Nel primo scenario il neoliberismo e la convinzione che l’economia e le politiche economiche generino benessere e produttività, mentre le politiche sociali siano improduttive e costose, continueranno ad essere i paradigmi dominanti. In questo scenario ci muoveremmo verso società sempre più polarizzate secondo logiche di classe ed etnia: ci sarà un’equalizzazione delle condizioni finanziarie e lavorative tra i meno scolarizzati e specializzati ed immigrati, mentre il gender gap si chiuderà fra i più abbienti, come già è successo negli USA. Le donne meno scolarizzate aumenteranno il loro tempo dedicato a lavori non retribuiti o part-time; le donne più scolarizzate faranno sempre più affidamento su lavori domestici a pagamento o sulla loro condivisione non retribuita con il proprio partner. Quindi, in questo scenario, i più bisognosi, ovvero le donne provenienti da classi sociali inferiori, le donne immigrate, le giovani donne e le madri single, sarebbero le prime a rimetterci: i tassi di fertilità rimarrebbero bassi e le ideologie conservatrici riguardanti la famiglia e il genere persisterebbero, con buona probabilità causando un’ulteriore frattura nell’Unione Europea.

In uno scenario differente, invece, la crisi globale potrebbe essere percepita come l’occasione per uscire dall’attuale modello di capitalismo neoliberale e passare ad un modello più inclusivo di sviluppo, capace di introdurre una prospettiva di genere e di dare valore economico alle attività fuori mercato, compresa la cura della casa e della famiglia. Questa nuova visione porterebbe a un abbattimento degli stereotipi di genere e ad una rappresentanza egualitaria delle donne in tutti gli stadi del decision-making. Ciò significherebbe, finalmente, democrazia paritaria. Per ottenere ciò è necessaria una modernizzazione delle politiche di parità di genere e delle politiche di bilanciamento tra lavoro e tempo libero, il che comporta una maggiore provvidenza sociale, permessi congedo parentale non trasferibili, sia per gli uomini che per le donne, soluzioni lavorative flessibili e incentivi che consentano una condivisione sia del lavoro che delle cure familiari tra donne e uomini.

Solo in questo secondo scenario sarà possibile chiudere il gender gap che a tutt’oggi porta le donne a subire le cinque facce dell’oppressione femminile. Solo in questo secondo scenario sarà possibile sperare di scongiurare il deterioramento delle condizioni della bassa e media classe sociale così come la paura, l’insicurezza, il senso di espropriazione che colpiscono i giovani. Questi sentimenti possono solo portare al fondamentalismo religioso, al razzismo, alla xenofobia, al populismo ed a un esistenza deumanizzante per gli immigrati che si troveranno a pagare le nostre pensioni, a portare avanti la crescita delle nostre popolazioni e a prendersi cura dei nostri figli e dei nostri anziani; e una sorte ancora peggiore per i richiedenti asilo, che affogano nelle nostre. Se queste forze prevarranno, l’Europa avrà perso non solo la sua battaglia per la giustizia e per l’uguaglianza, ma anche le sue credenziali democratiche. È per questo che ora, più che mai, è il tempo di porsi la “domanda sulle donne”.

Alice Perini

Lettura Cesare Alfieri 13 Aprile 2016

L’Italia e l’Europa: dove siamo dopo sette anni dalla grande crisi?

Lucrezia Reichlin

Lucrezia Reichlin, classe 1954, è un’importante economista italiana attualmente professore ordinario alla London Business School, co-fondatrice e consigliere di Now-Casting Economics limited, consigliere non esecutivo di Unicredit Banking Group, Ageas Insurance Group e Gruppo Messaggerie Italiane, membro della Commission Economique de la Nation di Francia, presidente del Consiglio Scientifico di Bruegel Bruxelles nonché editorialista per il Corriere della Sera.

La Dottoressa Reichlin ha tenuto una breve ma sicuramente esaustiva conferenza sulla situazione dell’Euro-Zona a otto anni dallo scoppio della crisi economica ed ha poi esposto la sua proposta di ristrutturazione dell’architettura europea per poterci finalmente risollevare.

A tutt’oggi la maggior parte dei paesi dell’Euro-zona non è tornata al livello di reddito reale del 2008: la ripresa c’è, ma è però molto modesta e i dati suggeriscono che non torneremo, nel breve periodo, al livello medio che eravamo in grado di sostenere prima della crisi, e queste prospettive di reddito non eccezionali ci rendono ancora vulnerabili.

L’Italia è particolarmente fragile a causa dell’elevato debito pubblico, della crisi del sistema bancario e della crescita a livelli inferiori rispetto alla media europea ed il problema principale è il crollo dell’investimento privato.

Ci troviamo davanti ad una delle recessioni peggiori da prima della Grande Guerra.

Il reddito nominale era già in calo dagli anni 80, l’inflazione è debole, il debito pubblico è in crescita e non sembra stabilizzarsi. Una parte di questa crescita è dovuta al legacy debt, che è difficile da sbolognare e rimane nell’economia anche dopo la ripresa.

La Reichlin si chiede se lo sforzo di approfondimento di riforma che abbiamo fatto dal 2008 è sufficiente, e la risposta che si da è no: la lezione fondamentale che ci ha dato la crisi, dal punto di vista istituzionale, è che la governance basata su una politica monetaria centralizzata, le regole finanziarie e la trinità sono impossibili da attuare, non c’è bail-out né la possibilità di ristrutturazione del debito.

Soprattutto le regole finanziarie sono risultate inadeguate perché sono molto dure ex ante ma inutili ex post, e questo è stato verificato già nel 2001 con le infrazioni fatte da Francia e Germania.

Inoltre il debito che accumuliamo non è nella nostra valuta, ma è come se fosse in una valuta estera, perché non abbiamo possibilità di stampare moneta, siamo vulnerabili a crisi di liquidità anche se solventi. Se un paese invece non è solvente non si può ristrutturare il suo debito, le risposte che vengono date sono caotiche e ritardate, caratterizzate da un’eccessiva austerità e segmentazione dei mercati finanziari.

La politica monetaria centralizzata, inoltre, non può funzionare quando ci si balcanizza, quando si rompe l’integrazione finanziaria.

Sono stati però fatti enormi progressi di costruzione del governo europeo, che presenta oggi un’architettura complessa grazie, tra gli altri, al Patto di Crescita e Stabilità, alla Macroeconomics Embalance Procedure, al Meccanismo Europeo di Stabilità, che prevede i famosi prestiti condizionati alle riforme, al Meccanismo di Supervisione Bancaria, all’Agenzia Comune, ma il processo risulta decisamente complicato e ci si chiede se sia comunque sufficiente, perché in realtà rimaniamo ancora fragili, la crisi greca non è finita, la crisi del debito sovrano risulta ancora non risolvibile in un paese insolvente, per non parlare della zavorra del legacy debt, sia privato che pubblico, che siamo condannati a portarci dietro. Abbiamo bisogno di una soluzione di lungo periodo ma tutto ciò che facciamo ci fa traballare nel breve periodo.

Cosa dobbiamo quindi fare in più? Molti problemi non sono europei ma nazionali, altri invece, come il Brexit e la crisi dei rifugiati sono comuni, basta mettersi d’accordo. Innanzitutto , secondo la Reichlin, va cambiato il framework fiscale. I cinque presidenti europei, in un autorevole rapporto, individuano nell’accelerazione dell’integrazione europea la soluzione alle attuali crisi che l’Unione si trova a fronteggiare; in questo rapporto vengono fornite le tappe per un unione sempre più approfondita, che prevede un’unione bancaria, dei mercati, fiscale (con un vero e proprio ministro delle finanze) e politica, che dia legittimità a questo processo. Lei ha confessato di essere scettica rispetto a questa soluzione, l’ha valutata con un’alta probabilità di insuccesso, di grande consumo di capitale politico e, anche se fosse raggiunta questa unione, mancherebbe comunque, a suo avviso, di legittimità democratica e il tutto sarebbe reso ancora più difficile dalla legacy, dalla mancanza di fiducia.

I due principali problemi dell’Euro-Zona che lei sottolinea sono quello del debito e la necessaria riforma dell’architettura fiscale. Gli stati non hanno meccanismi di bilanciamento, tutto è scaricato sul lato fiscale e questo porta al rischio del contagio.

Le nuove istituzioni non risolvono il problema del debito e della ripartizione del rischio, le regole fiscali invece non sono credibili, sono eccessivamente complesse, tutti cercano di calpestarle, pesano comunque e quindi limitano la capacità di aggiustamento dei paesi.

La proposta della Reichlin è una proposta “a mezza strada”: eliminazione di una parte di debito per i paesi, e nello specifico il legacy debt, unita alla creazione di un framework fiscale di lungo periodo che ci metta in sicurezza: è necessario un meccanismo centralizzato per affrontare il problema del debito eccessivo e della sua ristrutturazione. È vero che abbiamo già delle istituzioni che possono intervenire, ad esempio il Fondo Monetario Internazionale, o il Meccanismo di Stabilità ma il problema è che l’intervento scatta solo se i paesi in crisi sono solventi rispetto a determinate clausole, ma non abbiamo niente per intervenire in paesi insolventi. Quindi il problema è di divisione tra solvenza e liquidità. Abbiamo bisogno di un framework simile a quello che sta scrivendo il IMF a livello globale. Non averlo porta a procrastinare la soluzione, a diagnosi errate, e a fornire prestiti a paesi che non possono restituirli. Questo invece risolverebbe le tensioni tra paesi debitori e creditori e rafforzerebbe la disciplina di mercato, è una via più equa e rafforzerebbe il consenso verso le riforme.

Per quanto riguarda il problema della transizione verrebbe attuato il meccanismo di ristrutturazione ma in cambio ci rimangeremmo la legacy debt e lo faremmo in modo ordinato. Abbatteremmo il debito attraverso un fondo di stabilità: gli stati si impegnerebbero a devolvere le entrate future a ripagare il debito in maniera diversa che con gli eurobond. Non ci sarebbero quindi problemi di instabilità di transizione e il debito sarebbe finanziato da entrate future.

A detta della stessa Reichlin la sua soluzione sarebbe politicamente molto controversa ma più realistica di quella dei cinque presidenti dell’Unione Europea, e sarebbe una riforma necessaria ma non sufficiente.

Alice Perini