La civiltà sonnambula e l’incubo ecologico

Stiamo scivolando lentamente verso un baratro che non riusciamo a percepire, come sonnambuli incapaci di svegliarsi prima di un precipizio ormai troppo vicino, prima di una caduta da cui non ci sveglieremo di soprassalto ma che ci sbatterà in faccia una realtà ineluttabile: il collasso dell’ecosistema planetario su cui per millenni le nostre civiltà si sono sviluppate e hanno prosperato. L’unica certezza è che nel prossimo futuro tutto cambierà e la natura di questo cambiamento dipende dalle azioni che la nostra specie compirà nei prossimi anni. La scelta da affrontare si riduce a un semplice bivio: la via della transizione economica, sociale e culturale che ci allontana dal precipizio o la strada, sempre più scoscesa, che ci porta dritti ad esso.

Non vi è minaccia tanto impellente quanto trascurata come quella che va sotto il nome di cambiamento climatico. È al tempo stesso la più grande sfida collettiva mai affrontata, il più stravolgente fallimento di mercato e il più diffuso caso di procrastinazione di massa che si sia mai verificato, in un contesto in cui le nazioni e i cittadini dell’intero pianeta sembrano come intrappolati in un profondo stato di inerzia. Stiamo vivendo quello che alcuni economisti chiamerebbero un fenomeno universale di free riding e moral hazard in cui la gran parte dei governi, imprese e cittadini è nella pratica poco incline a sobbarcarsi i costi ed intraprendere la via di un deciso cambio di rotta a beneficio dell’ecosistema e del nostro sistema economico-sociale mentre, a causa di incertezze ed egoismi individuali, si va incontro ad un malessere comune così grande che ogni inazione risulta inaccettabile.

Per cambiamento climatico si intende una variazione delle dinamiche e fenomeni climatici di lungo periodo causati dall’incremento della temperatura media planetaria. Il processo di riscaldamento globale è dovuto a sua volta alle emissioni di gas serra nell’atmosfera come conseguenza delle attività economiche umane. Tale fenomeno è iniziato a seguito della rivoluzione industriale ed è lentamente cresciuto per esplodere esponenzialmente nell’ultimo mezzo secolo, con un tasso di incremento delle emissioni che fino ad adesso, a livello globale, non mostra alcuna diminuzione sostanziale. Nell’era precedente la rivoluzione industriale il livello di gas serra presenti nell’atmosfera si aggirava intorno alle 270 parti per milione (ppm) di CO2 mentre, secondo le stime più accreditate, la soglia che non dovrebbe essere superata per scongiurare irreversibili e disastrosi effetti sugli ecosistemi si assesterebbe fra le 450 e le 550 ppm; sono in molti a sostenere che il superamento di tale limite innescherebbe fenomeni di aumento esponenziale del processo di riscaldamento che renderebbero il fenomeno ormai totalmente fuori controllo. Il mese di settembre 2016 è una data storica: per la prima volta si è raggiunta la soglia permanente delle 400 ppm, una concentrazione del 48% più elevata dei livelli del 1750. Solamente nel 2014 sono stati riversati nell’atmosfera più di 35,7 miliardi di tonnellate di CO2 equivalente. Il termine “equivalente” indica che oltre alla CO2, anidride carbonica o biossido di carbonio, vi sono altri gas serra quali metano, ossido nitroso e gas fluorati con un potere “serra” molto più profondo e duraturo rispetto alla comune CO2.

Rintracciare con esattezza e univocità quali siano le attività economiche più impattanti e il loro peso relativo risulta molto complesso ma, al fine di comporre un quadro generale, è possibile elencare a grandi linee i vari settori che contribuiscono all’emissione dei gas serra e il loro contributo alla progressiva destabilizzazione dell’ecosistema planetario. Come è facile aspettarsi, il primato spetta all’insieme di attività finalizzate alla produzione elettrica e di calore che, largamente alimentate da carbone e gas, generano circa il 25% delle emissioni totali (in questa cifra rientrano unicamente i consumi di elettricità e riscaldamento finali, ovvero non utilizzati come fattori di produzione industriale). La seconda causa in termini assoluti di emissioni è molto meno presente nell’immaginario comune: agricoltura e deforestazione. Questo comparto è responsabile del 24% delle emissioni di CO2e con la produzione di carne come vettore principale: secondo i dati forniti dalla FAO, il 14.5% delle emissioni totali di gas serra è causato dagli allevamenti e quindi dalla produzione di carne e prodotti caseari. All’interno di questo dato spicca con un determinante 65% l’allevamento di bovini da carne e da latte, rendendo quindi il consumo di carne bovina fortemente insostenibile. La terza fonte di emissioni è rappresentata invece alla produzione industriale (con l’esclusione del settore delle costruzioni che da solo genera il 6% di gas serra). Il comparto industriale genera un buon 21% complessivo di emissioni, dovute principalmente alla combustione di fossili a fini energetici e al settore metallurgico ed estrattivo. Infine, il settore trasporti è responsabile del 14% di CO2e, seguito da un restante 10% derivante da attività comunque collegate al settore energetico ed industriale.

Da un punto di vista geografico e politico, ad oggi, non esiste un attore più grande e determinante della rombante Cina. Dal paese del dragone si sollevano ogni anno miliardi di tonnellate di gas serra: in termini relativi, si stima che la Cina da sola sia responsabile del 27.4% delle tonnellate di CO2e emesse, seguita dagli USA (15.7%) ed UE-28 (10.8%). Con un semplice calcolo risulta chiaro che questi 3 attori contribuiscano oggi a più della metà del fenomeno di riscaldamento globale. Al fine di determinare chi debba farsi maggiormente carico della “responsabilità climatica” bisogna però considerare il tasso di emissioni su un arco storico ampio. Considerando le quantità di gas serra emesse dal 1850 al 2011, il podio della responsabilità assume proporzioni differenti: esso vede la Cina al gradino più basso (11%), il blocco europeo al secondo (25%) e la medaglia di carbonio saldamente al collo degli USA, con uno stupefacente 27%. Questo spiega alcune delle fratture evidenti nelle negoziazioni internazionali in tema climatico che si sono succedute negli ultimi decenni, con i paesi in via di sviluppo quali Cina, India e Brasile risoluti nel rivendicare il diritto di intraprendere un rapido e profondo sviluppo industriale supportato dell’impiego su larga scala delle energie fossili.

Sebbene le responsabilità storiche siano più che evidenti, assistiamo a un triste paradosso riguardante gli effetti, già attuali e ancor più futuri, del processo di cambiamento climatico. Coloro che subiranno maggiormente i sintomi della febbre planetaria sono e saranno quei paesi e società che meno di tutti hanno contribuito al fenomeno e che hanno quindi usufruito meno o nulla dello sviluppo industriale su base fossile degli ultimi secoli. I paesi poveri e in via di sviluppo saranno quelli maggiormente colpiti dagli effetti del surriscaldamento globale, sia per il grado di minore resilienza e maggiore esposizione dei loro ecosistemi al fenomeno, sia per la loro incapacità nell’affrontare e mitigarne i suoi effetti, dovuta alla condizione di arretratezza economica, tecnologica e di governance.

Fiumi d’inchiostro sono stati già riversati per descrivere gli effetti dello stravolgimento ambientale e le sue ricadute in termini economici e sociali, ma ancora oggi, questo torrente di avvertimenti sembra non aver sortito l’effetto desiderato. Fra le conseguenze ambientali si annoverano siccità, processi di desertificazione e degradazione del suolo, scioglimento dei ghiacciai e della calotta polare, acidificazione ed innalzamento dei livelli degli oceani come anche l’aumento in frequenza ed intensità di calamità naturali quali cicloni e inondazioni, fino al collasso di interi habitat ed ecosistemi. Il tasso di biodiversità, ovvero il patrimonio naturale e genetico di cui disponiamo e da cui dipendiamo, subirà, e sta subendo, crolli epocali. A ben vedere, stiamo ufficialmente già sperimentando la sesta ondata di estinzione di massa, la prima causata dall’uomo, con un tasso di estinzione delle specie esistenti fra le 1000 e 10.000 volte più rapido di quello naturale.

Le attività economiche umane saranno ampliamente influenzate. Elementi basilari quali produzione alimentare, resa agricola e approvvigionamento idrico saranno messi a serio repentaglio in molte zone del pianeta. A titolo di esempio, nei prossimi due decenni ci si aspetta un crollo del 50% della produzione agricola nell’area sub-sahariana, del 30% nell’asia meridionale entro il 2050. A causa dell’acidificazione degli oceani (diretta conseguenza del maggiore assorbimento di anidride carbonica) e del loro riscaldamento, si assisterà a una notevole diminuzione della quantità di pesce disponibile. Quasi un sesto della popolazione mondiale vedrà le proprie riserve idriche radicalmente diminuirsi o esaurirsi. Questo fenomeno interesserà specialmente il sub-continente indiano, parti della Cina e le zone andine, in cui paesi come la Bolivia, traggono la quasi totalità dell’acqua dai ghiacciai, ormai in via di scioglimento permanente. L’Europa stessa sarà interessata in modo profondo dalle dinamiche citate. Il cambiamento climatico creerà le condizioni per aumento nella diffusione di malattie tropicali e, in generale, comporterà il peggioramento delle condizioni sanitarie a livello globale. I flussi migratori, che al momento stanno destabilizzando lo scenario politico interno ed internazionale, assumeranno secondo alcune previsioni dimensioni epocali: si stima che i rifugiati o migranti ambientali (costretti a migrare a causa della perdita delle basi eco-sistemiche delle loro economie) potrebbero raggiungere la cifra di 200 milioni di persone entro il 2050. Ancora, da molti è stata evidenziata la connessione fra esaurimento delle risorse e conflitti, facendo del cambiamento climatico anche un forte catalizzatore di conflitti locali, guerre civili e internazionali.

I campanelli d’allarme che gli esperti e la comunità scientifica hanno evidenziato negli ultimi anni risultano ormai inequivocabilmente chiari. Il 2016 è stato l’anno più caldo mai registrato, più caldo del 2015 (precedente detentore del record), e ancora prima del 2014 (anch’esso, a suo tempo, rilevato come anno più caldo nella storia delle misurazioni). Il record di temperatura media planetaria è stato superato per 3 anni di fila e ci si aspetta che il 2017 non si lasci mettere in secondo piano in questa preoccupante corsa al record mondiale.  L’artico, uno degli ecosistemi più fragili del pianeta, sta già invece sperimentando aumenti di temperatura che sfiorano i 20 gradi, con una temperatura media del mare artico superiore di circa 4 gradi. Tutto ciò sta accadendo molto più velocemente di quanto ci si aspettasse: il processo di scioglimento ha visto diminuire l’estensione dei ghiacci nei mari del 30% rispetto a 25 anni fa. Gli scienziati hanno sottolineato un aspetto preoccupante: all’interno del permafrost artico e sub artico vi sono intrappolate enormi quantità di metano, gas naturale 30 volte più impattante del biossido di carbonio. Lo scioglimento di questi strati causerebbe l’innesco di una vera e propria bomba ecologica dagli effetti catastrofici. Questo processo non ha ovviamente allarmato le compagnie del settore petrolifero che, anzi, hanno visto lo scioglimento artico come un’opportunità per sfruttare i grandi giacimenti di gas lì presenti. Dopo tutto si tratta dello stesso comparto industriale che da più di quaranta anni è a conoscenza della relazione fra cambiamento climatico e combustibili fossili ma, in nome del dio profitto, ha investito milioni di dollari nel finanziare campagne di negazione del fenomeno (esemplare e vergognoso il caso riguardante la ExxonMobil).

A questo punto bisogna chiedersi cosa sia stato fatto fino ad adesso per scongiurare lo scenario catastrofico che si va profilando sempre più distintamente. La lotta al cambio climatico rappresenta l’archetipo delle sfide transnazionali, l’esempio più compiuto di una questione che, avendo cause ed effetti globali, non può che essere affrontata a livello globale, attraverso la partecipazione e collaborazione di tutti gli attori della società mondiale. Da circa 25 anni sono ormai tenuti regolarmente dei vertici internazionali atti al raggiungimento di accordi comuni riguardo le azioni e gli strumenti necessari. Dopo il fallimento del famoso protocollo di Kyoto e il disastroso summit di Copenaghen del 2009, i riflettori del mondo sono stati puntati su la COP21, tenutasi a Parigi nel dicembre del 2015. Il raggiungimento di un accordo, arrivato unicamente all’ultimo minuto, è stato presentato come un successo storico: 195 nazioni si sono impegnate nel mantenere l’aumento delle temperature planetarie al di sotto dei 2 gradi, aspirando inoltre a mantenere la soglia di riscaldamento all’interno degli 1.5 gradi Celsius. Non vi è dubbio, l’accordo di Parigi rappresenta un passo storico. Ciò che è stato concordato però non è assolutamente abbastanza. Considerando lo stadio e la magnitudine del processo di cambiamento climatico, la COP21 ha partorito un accordo debole ed inadeguato, non all’altezza della gravità e della complessità della sfida.

Il testo è affetto da una forte sconnessione fra le ambizioni riportate, e quindi il mantenimento della temperatura al di sotto dei 2 gradi, e gli impegni presi a questo fine. Recentemente un report emesso dall’UNEP ha suggerito come gli impegni presi a Parigi non combacino con l’obbiettivo dichiarato e che, mantenendoli tali, si arriverebbe comunque ad aumento di 3 gradi Celsius. Dello stesso avviso è la famosa rivista Nature, la quale in uno studio sottolinea che, anche se l’accordo venisse rispettato, sperimenteremo un aumento della temperatura media globale fra i 2.6 e i 3.1 gradi entro il 2100.  Non figura all’interno dello strumento adottato una precisa scadenza per il raggiungimento del picco delle emissioni, ma ci si limita ad un ambiguo ed indeterminato “as soon as possible”. Inoltre, gli impegni presi, che vanno sotto il nome di Intended Nationally Determined Contributions, non sono legalmente vincolanti e costituiscono più che altro delle promesse di buona condotta. Fra l’altro, solo una minima percentuale delle nazioni ha avanzato piani concreti su come, e con che strumenti, voglia mantenere le proprie promesse in materia climatica. Fra le critiche maggiori che si sono levate vi è anche quella di una totale assenza di un serio meccanismo di enforcement dell’accordo, manca quindi uno schema di sanzioni utili in caso di defezione come anche degli incentivi economici, quali un’appropriata Carbon Tax, atti a favorire una rapida diminuzione delle emissioni. Il proposito a lungo termine di non superare i 2 gradi di aumento (ottimisticamente 1.5) non è supportato da alcuno strumento efficace né da alcuna iniziativa o azione congiunta che possa essere attuabile nel breve periodo. Questa, nonostante gli applausi e gli entusiasmi di Parigi, è la dura realtà da affrontare. Mentre discutiamo ancora di cosa vada fatto, e chi debba sobbarcarsene i costi, il “contatore” del nostro “carbon budget”, la quantità di gas serra che possiamo ancora riversare nell’atmosfera prima di superare la soglia dei 2 gradi, sta scorrendo senza sosta. Secondo alcuni calcoli, abbiamo già superato la quantità soglia dei 1.5 gradi. Se i capi di stato temporeggiano sui tassi di riduzione delle emissioni, la comunità scientifica ci informa che forse dovremmo già essere al punto di non solo azzerare le emissioni, ma di cominciare ad immagazzinare, in qualche modo, la CO2e emessa in precedenza.

Forse, uno degli ostacoli più grandi per l’attuazione di un serio piano di salvataggio del nostro ecosistema, risiede proprio nel modo in cui percepiamo gli obbiettivi. Da sempre ci si è concentrati sulla limitazione e diminuzione delle emissioni e si è trascurato, volutamente o no, un aspetto fondamentale. Ogniqualvolta dei nuovi giacimenti fossili vengono sfruttati, allora i combustibili estratti vengono prima o dopo utilizzati, logica questa semplice e innegabile. Secondo l’Earth League, network di scienziati ed istituti di maggior esperienza ed affidabilità a livello internazionale, se si vuole contenere l’aumento di temperatura entro i famosi 2 gradi Celsius, allora è indispensabile mantenere il 75% delle riserve fossili conosciute all’interno del sottosuolo. In uno studio si stima che tale cifra corrisponderebbe a un terzo di tutte le riserve di petrolio conosciute, il 50% di quelle di gas naturale e più dell’80% di quelle di carbone. I tre quarti dei fossili a nostra disposizione sarebbero da considerarsi quindi (in termini tecnici) “stranded assets”, ovvero dei beni che non possono (o non dovrebbero) essere sfruttati da un punto di vista di sostenibilità climatica. Ovviamente, tradurre in politiche reali un tale approccio avrebbe delle ripercussioni economiche e finanziarie di enorme impatto. Risulta lampante che in un tale contesto, esplorazioni atte ad aumentare il bacino di riserve conosciute sono totalmente incongruenti con il piano di salvataggio climatico auspicato. Ad opporsi a tale approccio sono ovviamente in primis le potenti compagnie del settore petrolifero come anche i loro investitori quali banche, hedge funds e fondi di investimento e, non ultimi, i centri finanziari che vedrebbero in tale operazione una potente fonte di instabilità e crisi.

Risulta quindi di fondamentale importanza un lucido e radicale processo di riallocazione di capitali dal settore fossile, attraverso il disinvestimento, a quello delle energie rinnovabili che negli ultimi anni stanno dimostrando un dirompente sviluppo in termini di efficienza e costi. Nei successivi vertici internazionali è assolutamente necessario raggiungere un accordo vincolante su tutte le parti che non solo preveda misure mirate a rendere non estraibile la gran parte delle riserve accumulate, ma in cui si stabilisca una tassa globale sulle emissioni che ci porti nel giro di pochi anni a raggiungere il loro picco e una progressiva radicale diminuzione. Se realmente vogliamo evitare scenari ecologicamente, economicamente e socialmente catastrofici, le nostre società devono essere pronte a prendere parte a una sostanziale diminuzione dei consumi e revisione degli stili di vita e modelli socio-economici dominanti. Non si può più pensare di delegare le scelte per una crisi così impellente all’azione dei governi e degli attori economici. Il sogno di una società dei consumi insostenibili di massa è ormai finito e ha lasciato il posto ad un incubo ecologico imminente. Abbiamo il peso e l’opportunità di essere l’ultima generazione capace di fare la differenza, l’ultima generazione che potrà dimostrare lucidità e responsabilità in una civiltà sonnambula ed in pericolo.

 

Giulio Porrovecchio

Il vortice della disuguaglianza

Fra le diverse crisi e sfide che caratterizzano il nostro tempo una in particolare è spesso taciuta o non riceve l’attenzione e l’analisi che meriterebbe. Il livello della disuguaglianza economica globale ha raggiunto livelli inauditi e altamente destabilizzanti. Il Global wealth databook Credit Suisse del 2015 mostra un quadro allarmante: l’1% della popolazione mondiale ha accumulato più ricchezza della restante parte dell’umanità. Stando ai calcoli dell’Oxfam del 2015, i 62 individui più abbienti posseggono le stesse risorse finanziarie di 3,6 miliardi di persone, la metà più povera della popolazione mondiale. Allo stesso tempo, la ricchezza di questi 62 ultra-ricchi è aumentata del 45% dal 2010, un aumento di 542 miliardi di dollari. Questa enorme sproporzione ha ricadute pesantissime sull’assetto economico, sociale ed istituzionale tanto globale quanto nazionale, e risulta chiaro come i maggiori beneficiari di tale assetto siano gli appartenenti a questa élite. Va riconosciuto che le recenti e attuali politiche adottate non hanno creato un sistema economico che favorisca la prosperità comune, la salute del pianeta e le opportunità delle generazioni future, ma, al contrario, favoriscono il proliferare di crescenti disuguaglianze, crisi economiche, sociali ed ecologiche.

Le cause dell’attuale scenario sono, fra le altre cose, da ricercarsi nelle politiche e misure implementate negli ultimi decenni che hanno rappresentato un cambio di rotta rispetto a ciò che si era fatto per scongiurare l’estrema disuguaglianza che ha caratterizzato la fine del XIX secolo, la profonda e duratura crisi del ‘29 e le tragedie che hanno caratterizzato la prima metà del secolo scorso. I processi di deregolamentazione, privatizzazione su larga scala, globalizzazione finanziaria ed apertura selvaggia dei mercati nazionali hanno portato nuovamente all’attuale concentrazione di ricchezza e potere che rispecchia una agenda politica fortemente influenzata da quello che è possibile chiamare “fondamentalismo di mercato”. A testimonianza di tale andamento vi è il fatto che nell’arco di tempo che va dal 1988 al 2008, il 10% più abbiente ha beneficiato del 46% della crescita del reddito totale mentre solo lo 0.6% di tale aumento è andato al 10% più bisognoso. L’idea di libero mercato soggetta a un minimo intervento pubblico è stata presentata come il modo più efficiente di gestire l’economia, lasciando alle forze di domanda e offerta e agli attori economici il più ampio margine di libertà nel provvedere ai bisogni di intere società. Tale approccio ha dominato con forza il pensiero economico, in particolare dagli anni ’80 a questa parte, concretizzandosi in quello che è stato definito come il Washington consensus ossia un insieme di misure, generalmente privatizzazioni, deregulation e stabilità macro-economica, che i paesi in via di sviluppo dovevano applicare in cambio della concessione di finanziamenti. È già negli anni ’90, e in modo più eclatante nell’odierna fase post-crisi, che l’idea di un approccio di mercato fortemente neoliberista e orientata al capitalismo del lassez-faire risulta non solo inopportuna e semplicistica ma anche nociva e destabilizzante.

La disuguaglianza economica rappresenta un problema comune dal momento che non incide negativamente solo su quelle società o fette della popolazione più svantaggiate, ma genera effetti collaterali multipli, come ad esempio flussi migratori incontrollati e il deterioramento del tessuto istituzionale di intere nazioni. È inoltre importante sottolineare il legame fra disuguaglianza e coesione sociale, come anche il forte impatto sul versante della crescita e del recupero economico.

Un’ulteriore questione che sta oggi assumendo notevole rilievo a livello accademico, e che può essere considerata una delle concause della crescente disuguaglianza economica, è la divergenza fra i redditi derivanti da lavoro e quelli derivanti da attività finanziarie e d’investimento. Nel corso degli ultimi tre decenni, infatti, la porzione di reddito da lavoro è progressivamente regredita in quasi tutti i paesi, mentre le rendite da attività non legate al lavoro quali dividendi, interessi e profitti, in particolare delle grandi aziende transnazionali, sono aumentate. Questo è l’argomento centrale di uno dei testi di carattere economico e politico del 2014 “Il Capitale nel XXI secolo” del famoso economista francese Thomas Piketty. Nel suo lavoro, l’economista francese, indica come i profitti dei possessori del capitale siano cresciuti a un tasso superiore rispetto alla crescita economica, facendo sì che il reddito da lavoro benefici sempre meno dell’aumento del PIL.

Di fronte a questo scenario risulta evidente che, come già fatto in passato, è opportuno un cambio di rotta in quelle che sono le politiche implementate a livello globale e nei vari contesti nazionali. Tale compito presenta notevoli punti di criticità e complessità facendo sì che solo un approccio di ampio respiro possa realmente incidere sull’insostenibile stato attuale. Ciò di cui c’è bisogno è una strategia che miri al ribilanciamento delle forze in campo, una re-inclusione delle realtà sociali e politiche le cui istanze sono state sistematicamente inascoltate e disattese. Il sistema economico va riorientato verso i bisogni della collettività e in particolare verso le necessità degli strati della popolazione e delle realtà sociali più disagiate. I governi, e in generale le autorità pubbliche, devono impegnarsi in difesa dei cittadini verso cui sono legalmente e politicamente responsabili e non in favore dei grandi gruppi di interesse facenti capo alla grande industria ed ai grandi centri di potere finanziario. L’interesse pubblico dovrà essere la reale linea guida e principio cardine di ogni iniziativa di riforma economica.

L’innalzamento dei salari minimi, che siano adeguati al costo della vita e al libero sviluppo dell’individuo, come anche la loro introduzione nei contesti nazionali in cui essi non siano previsti, la tutela del diritto di associazione e dissenso dei lavoratori come mezzo per difendere interessi legittimi, sono ovviamente elementi cardine di questo processo. Il controllo e la regolamentazione delle attività di lobbying dei potenti attori economici è necessario affinché sia raggiunto un congruo grado di trasparenza nei processi decisionali delle autorità pubbliche e, collegato a questo, l’introduzione di riforme nel sistema fiscale nazionale e globale, che siano il più possibile basate su elementi di progressività e redistribuzione, rappresentano una questione tanto complessa quanto necessaria ai fini della lotta alla disuguaglianza. Inoltre, investimenti pubblici o comunque degli incentivi efficaci dovrebbero essere messi in moto nel campo dell’istruzione, della ricerca e sviluppo e dell’assistenza sanitaria universale; servizi questi di interesse generale che rappresentano uno degli elementi essenziali di ogni democrazia che possa realmente meritare tale nome.

La disuguaglianza che colpisce il nostro sistema non è una condizione inevitabile, ma è il frutto di determinate scelte politiche e pressione di interessi particolari. Non vi è alcun dubbio che ad oggi stiamo vivendo una delle più profonde crisi di disuguaglianza che il mondo moderno abbia sperimentato. Aggiustare gli ingranaggi del sistema economico è ormai un imperativo morale e un obbligo imprescindibile. È tempo di spingere verso una economia più umana, dove i bisogni delle persone e gli interessi della maggioranza abbiano priorità sul profitto e sulla retorica del progresso cieco ad ogni costo, in un mondo in cui per ognuno valga la pena vivere.

Giulio Porrovecchio

L’Europa delle destre

Delle forze regressive si muovono e prendono forza in Europa. Malcontento, frustrazione e chiusure reazionare che si pensava appartenessero ad una fase storica superata sono ormai una realtà con cui bisogna fare i conti, analizzare e capire. Proprio per questo il 12 aprile si è tenuta qui al polo di Novoli una conferenza organizzata dal sindacato studentesco UDU dal titolo “L’Europa delle destre. Un’analisi comparativa dell’ascesa delle destre in Europa”, durante la quale sono intervenuti Olivier Roy, professore all’Istituto Universitario Europeo e Antonio Padellaro, presidente della società editoriale Il Fatto ed ex direttore de Il Fatto Quotidiano.

I temi toccati sono stati molteplici: dall’antieuropeismo all’identità Europea, dall’immigrazione alla diffusione della xeno-islamofobia a testimonianza del fatto che l’ascesa delle destre in Europa è un fenomeno complesso e sfaccettato che abbraccia molti aspetti della realtà sociale odierna.

Secondo il prof. Roy un elemento importante da tenere in considerazione è quello della mutazione che questi partiti e movimenti di destra hanno subito rispetto a quella che è la loro matrice originaria, così come la forte eterogeneità che distingue le diverse realtà nelle varie nazioni del continente. I partiti di destra e di estrema destra dal dopoguerra ad oggi hanno avuto come fonte ideologica i regimi fascisti del secolo scorso, ossia strutture altamente autoritarie o totalitarie che sono state protagoniste di alcune delle pagine più nere e tragiche della storia europea. A questa controversa e pericolosa eredità si ispirava infatti il Front National francese, fondato nei primi anni ’70 ed espressione di una parte non indifferente della società nazionalista e di estrema destra nei successivi decenni. Ma durante gli anni ‘90 si assiste ad una trasformazione di queste forze che, con gradi differenti, assumono tutte una connotazione populista e semplificatrice dato che, come ha suggerito il dottor Padellaro, ad oggi la destra europea non può che essere populista ed assumere un linguaggio diretto, semplicistico se non aggressivo al fine di espandersi e cavalcare il malcontento popolare e la crisi di legittimità dei partiti moderati.

Nel corso di questa mutazione ideologica le destre europee hanno però intrapreso sentieri differenti, a volte discordanti, e da qui derivano l’eterogeneità e i nuovi valori di riferimento delle destre europee. Vi è l’esempio del Front National, nazionalista e sotto certi aspetti liberale, tanto da aver rifiutato di partecipare ad una manifestazione contro l’attribuzione di determinati diritti civili agli omosessuali, la quale era organizzata da associazioni cattoliche, che riesce ad attrarre, anche un elettorato di sinistra. Analogamente ma in maniera diversa vi è l’esempio italiano della Lega Nord, al contempo un partito che nasce come secessionista per portarsi da posizioni più indipendentiste a federaliste, che pone un grande accento sulle autonomie locali, e di fortemente conservatore, soprattutto per quanto riguarda la tradizione cristiano-cattolica. Lo scenario risulta differente nell’Europa dell’est, dove in Stati quali l’Ungheria e la Polonia ritroviamo destre ultraconservatrici che si fondano su basi prettamente cristiane e che presentano una forte posizione euroscettica che, come è stato sottolineato, diventa quest’ultimo un elemento comune alla variegata galassia delle destre europee, dove non è raro trovare, come nell’esempio greco di Alba Dorata che pone l’accento su concetti xenofobi spesso avvicinandosi, se non rientrando a pieno titolo, in ambienti neonazisti, programmi e proseliti ricchi di propaganda islamofoba e radicali posizioni antimmigrazione. Queste forze sfruttano lo spaesamento e le paure dei cittadini europei, i quali si ritrovano di fronte a un mondo scosso da fenomeni complessi e destabilizzanti che, secondo quanto sostenuto dai relatori, andrebbero affrontati con approcci e politiche diametralmente opposte rispetto al pregiudizio razziale, la chiusura delle frontiere e gli attacchi all’Unione Europea, fortemente osteggiata da questi movimenti e partiti.

Ma è una domanda, semplice e diretta, che chiaramente turba chi ha una visione sociale diversa, aperta e progressista e i numerosi studenti che ascoltano i due relatori: “Che fine ha fatto la sinistra?” Dove sono finite quelle forze che facevano da contrasto e da alternativa alle forze nazionaliste e conservatrici? La sinistra, suggerisce le Roy, sta vivendo una profonda fase di crisi da cui sembra difficile riprendersi. Se da un lato valori che da sempre hanno formato il corpus dei movimenti di sinistra quali la laicità o addirittura la libertà individuale in una società solidale sono stati fatti propri dalle destre populiste, spesso a fini meramente propagandistici, è anche vero che il momento di una seria autocritica è ormai giunto: i partiti di sinistra sono divenuti elitari e distaccati da quella che è la loro base elettorale, il loro legame col territorio e le realtà che dovrebbero rappresentare, vittime di un pensiero unico neoliberista che nulla ha a che vedere con le loro radici e valori di riferimento. Valori quali uguaglianza e giustizia sociale sembrano essere stati svuotati e ridotti a belle parole da utilizzare unicamente in campagna elettorale mentre si è barattata la solidarietà con il calcolo e la convenienza politica in un contesto dove i movimenti di sinistra, extraparlamentare e sindacale, sembrano più impegnati a collidere e risolvere frizioni intestine piuttosto che far fronte comune contro la degradazione e la deriva della società europea.

Giulio Porrovecchio, Elia Bescotti