L’ultimo canto del cigno: Macron in Europa. La politica europea della Francia dal 1958 ad oggi.

Come è noto, il 7 maggio scorso Emmanuel Macron è stato eletto ottavo presidente della V Repubblica francese: la sua campagna e la sua vittoria, originali e inedite, hanno spiazzato completamente lo spettro politico francese che, dai tempi di De Gaulle, governava il Paese. Una serie di fattori – anche casuali – gli hanno permesso di arrivare fino all’Eliseo: ma non meno importanti sono alcune sue ambiziose promesse, che di qui a cinque anni dovranno in qualche modo essere mantenute.

Particolarmente interessanti sono quelle in merito all’Unione europea: il giovane Presidente è stato a più riprese definito europeista, e non è un caso che la sera stessa del secondo turno, sulla spianata del Louvre, Macron sia entrato sul palcoscenico sulle note dell’Inno alla Gioia.  O ancora ne è simbolo il messaggio che, ai tempi ministro dell’economia, fece pervenire al suo omologo greco, Varoufakis “I do not want my generation to be the one responsible for Greece exiting Europe”.

Tale sensibilità per i temi europei non era scontata fino a qualche settimana fa: la maggioranza dei candidati a questa tornata elettorale poteva tranquillamente essere definita euroscettica, e la stessa sfidante di Macron, com’è noto, era Madame “Frexit” Marine Le Pen.

È utile, tuttavia, in attesa della conferma al secondo turno del risultato delle legislative, in programma per la prossima domenica, delle prime significative azioni di Macron presidente, ripercorrere da una prospettiva storica, quali siano state le istanze francesi in Europa: nelle Comunità prima, e nell’Unione poi.

Nel momento in cui tutto ebbe inizio, gli anni ’50, la Francia fu in prima linea nel sostegno verso la creazione della Comunità Europea del Carbone e dell’Acciaio: se oggi in Europa si parla tanto il tedesco, in quel momento invece erano gli uomini politici francesi ad occupare la scena europea e a giocarvi un ruolo chiave – Schuman, Monnet, Pleven, Mollet. Una riconciliazione con la Repubblica Federale Tedesca era più che auspicabile, necessaria, sia in termini della difesa, che per una ripresa economica. Dopo il fallimento del progetto per la CED, proprio a causa della mancata ratifica di quel trattato da parte del Parlamento transalpino, la Francia ebbe nuovamente un ruolo fondamentale nella stesura dei Trattati di Roma.

Quando però all’Eliseo tornò Charles De Gaulle, in molti negli ambienti europei si preoccuparono, consapevoli delle sue idee tutt’altro che sovranazionali. Il Generale, in realtà, avrebbe poi tenuto fede agli impegni presi appena un anno prima con la firma del 25 marzo, reimpostando tuttavia l’impianto della politica europea della Francia in una chiave assai più intergovernativa. Fece da subito la voce grossa in difesa degli interessi nazionali, avviando la Politica agricola comune in termini assolutamente favorevoli ai francesi; organizzò gli incontri tra Capi di Stato e di Governo dei Sei, si disimpegnò dall’EURATOM e rifiutò l’ingresso alla Gran Bretagna della CEE – senza peraltro aver consultato gli altri Cinque, cancellando lo spirito che si era creato a Roma e provocando le ire dei paesi del Benelux. Il punto più critico venne raggiunto con la “Crisi della sedia vuota”: l’Europa delle Nazioni gollista non poteva andare d’accordo con lo spirito sovranazionale che guidava la Commissione Hallestein.

L’eredità di De Gaulle sul panorama politico francese è stata pesantissima: in merito all’Europa, come in tanti altri campi, ognuno dei successori ne ha seguito le orme, cercando di apportarne delle novità significative.

Dopo la breve parentesi della presidenza Pompidou, che finalmente tolse il veto francese sull’ingresso britannico nella CEE, nel 1974 venne eletto un candidato indipendente dai principali partiti francesi (gollista e socialista): Valéry Giscard d’Estaing. Prima del 7 maggio scorso era stato il più giovane Presidente della Repubblica, eletto a 48 anni; ma anche il più europeista sotto la V Repubblica, facendo parte del Comitato d’Azione per gli Stati Uniti d’Europa nel 1956 con, tra gli altri, Jean Monnet, e presiedendo molti anni più tardi, agli inizi del 2000, la Convezione per la Costituzione europea. Egli ottenne la creazione, seppure informale e al di fuori dei trattati CEE, del Consiglio Europeo, che si riunisce tre volte all’anno: ma sostenne anche l’allargamento dei poteri di bilancio del Parlamento europeo e la sua elezione a suffragio universale diretto da parte dei cittadini europei. Nonostante questo spirito federalista, fu sempre lui a frenare ogni tipo di progetto per un’Unione politica che andasse verso un allargamento a nuove competenze da parte della Commissione.

Più tardi, negli anni dell’Eurosclerosi, sarà ancora un altro presidente francese a rilanciare l’asse Parigi-Berlino per la costruzione di un’Europa unita: fu François Mitterrand a pronunciare quell’importante discorso nel 1984, davanti al Parlamento europeo riunito a Strasburgo, definendo l’Europa come un “cantiere abbandonato”, che doveva essere restaurato. Era presente al Congresso dell’Aia nel 1948, a cui avevano partecipato anche Spinelli, Adenauer, Spaak. Era europeista infatti, ma ugualmente ambiguo (votò ad esempio contro gli stessi Trattati di Roma): ma una volta salito all’Eliseo, si convinse che fosse l’Europa il terreno di gioco della potenza francese. La Francia mitterrandiana permise l’allargamento della CEE verso la Grecia nel 1981, mentre cercò di ostacolare quello verso la Spagna e il Portogallo, specie per temi sensibili come agricoltura, pesca e terrorismo basco: una chiara differenza con altri paesi, come il Regno Unito, da sempre sostenitore di quanti più allargamenti possibili, per poter diluire la forza centralizzante della Comunità. Mitterrand divenne ancora uno dei principali artefici del compromesso di Fontainebleau, che permise, tra le altre cose, di trovare un accordo con l’irrequieta Primo Ministro britannico Thatcher; e fu lui il principale sostenitore di Jacques Delors alla presidenza della Commissione, a partire dal 1985, il quale poi avrebbe premuto sull’acceleratore per la creazione del Mercato Unico e guidato la Commissione stessa fino oltre alla nascita dell’Unione europea.

Furono proprio gli anni sul finire del secondo mandato del presidente socialista, nell’immediato post-guerra fredda e in un momento di transizione, che la classe politica francese si immaginò nuovamente al centro del continente europeo. Ancora una volta l’asse franco-tedesco sui temi economico-politici e l’intesa con la Gran Bretagna sulla difesa europea e sul terzo pilastro dell’UE, rafforzarono questa visione. Eppure, proprio quegli anni segnarono dei cambiamenti epocali.

Fu il presidente Chirac a togliere il veto all’entrata nell’UE dei paesi dell’Europa centrale e dell’Est, così come dovette accettare la riforma della PAC (giugno 2003). E proprio sotto tale presidenza arrivarono i segnali di un’Europa profondamente diversa – ad esempio molto più sbilanciata a Est: la Francia si ritrovava a metà strada tra il federalismo tedesco di una Germania finalmente riunita e l’approccio intergovernamentale britannico. L’esperienza della coabitazione paralizzò il sistema politico francese e polarizzò le posizioni tra il Presidente neogollista Chirac e il Primo ministro socialista Jospin. Risultato di qualche anno più tardi: nel 2005, il progetto di Costituzione europea venne respinto proprio da un referendum popolare in Francia.

Il delfino di Chirac, divenuto presidente nel 2007, con la mania del primo della classe, Sarkozy, si adoperò alacremente, assieme alla Cancelliera tedesca, nella stesura dei Trattati di Lisbona e rilanciò la cooperazione militare con la Gran Bretagna di David Cameron.

Con gli ultimi due presidenti (Sarkozy, Hollande), tuttavia, la politica europea della Francia non ha assunto quella coerenza necessaria per darle una credibilità logica: il primo ad esempio era contrario all’adesione turca all’UE, ma non mosse obiezioni per quella della Croazia; il secondo si è ritrovato a fronteggiare numerose differenze con la Germania della Merkel – dal rispetto dei criteri per l’appartenenza alla zona euro, alla gestione della crisi greca, alla crisi dei rifugiati e i rapporti con il Medio Oriente. Negli ultimi anni, inoltre, anche nel paese d’Oltralpe sono comparse e si sono radicate forze apertamente antieuropeiste: il Front National – partito nato nel 1972 – dal 2011, sotto la presidenza di Marine Le Pen, ha attuato una transizione importante, riuscendo a cavalcare efficacemente l’onda di malcontento nei confronti dell’UE.

In generale, dopo questa breve carrellata storica, si può affermare che una preferenza francese verso un’Europa delle nazioni e una visione più confederale che federale in senso stretto, è stata fatta propria dai due più importanti raggruppamenti politici della V Repubblica, sia i neogollisti, sia i socialisti. Una qualche forma di sovranismo è stata intesa come un rifugio dalla globalizzazione, un modo per perpetrare l’originalità della repubblica francese; mentre gli europeisti in senso stretto sono dal 1958 una componente minoritaria dello spettro politico transalpino. Inoltre, il sogno di De Gaulle di una Francia-potenza in un’Europa-potenza ha dovuto scontrarsi con la realtà, incompatibile con la visione britannica di un’Europa-mercato – quest’ultima invece è stata rafforzata dagli allargamenti verso i Paesi dell’Est Europa, gelosi di una sovranità ritrovata, dopo il 1989, che guardano molto più verso gli USA per difesa e sicurezza.

Proprio alla luce di quello che è stato appena ricordato, la presidenza Macron rappresenta un’inedita novità. Prima di tutto perché il neoeletto presidente è andato oltre l’impostazione classica della politica francese verso l’UE: vuole rilanciare l’Unione, ma non in maniera di facciata, bensì guidato da un solido pragmatismo, a partire dalla riforma della zona euro, che ha già trovato il sostegno di diversi economisti e le orecchie alzate di alcuni interlocutori europei. Con tutti i limiti del caso, non per nulla la prima visita internazionale di Macron si è tenuta, a poco più di una settimana dalla sua elezione, a Berlino con la Cancelliera tedesca Merkel. Chiaro segno della volontà del rilancio franco-tedesco.

Gran parte delle ambiziose promesse elettorali del nuovo presidente dipenderà anche dagli equilibri che nasceranno in Parlamento. Dopo le elezioni legislative di domenica scorsa, sembra ormai certo il delinearsi di un’altra vittoria schiacciante per Macron: aspettando il secondo turno del prossimo 18/6, le proiezioni assegnano al neonato partito del Presidente tra i 415 e i 455 seggi, una maggioranza straordinaria che perfino Charles De Gaulle non era riuscito a raggiungere. Com’è noto, l’Assemblea Nazionale francese ha giocato un ruolo di primo piano in tanti episodi fondamentali per la storia dell’unificazione europea (basti pensare alla mancata ratifica del Trattato CED). Proprio a partire da quelle aule dunque, si apriranno numerosi capitoli, sempre con lo sguardo rivolto all’Europa, dalla difesa e sicurezza, ai negoziati della Brexit: capitoli che saranno carichi di novità, che dovrebbero rendere nuovamente Parigi un attore centrale per Bruxelles, nella speranza che si giunga a quelle riforme necessarie che l’Unione europea da troppo tempo sta aspettando. I numeri vanno in questa direzione: giustificazioni e ritardi, ormai, non sono più ammessi. Staremo a vedere.

Riccardo Roba

Il punto sulle presidenziali in Francia.

Sempre più chiari i candidati, sempre meno scontato il risultato.

Rullo di tamburi. Colpo a sorpresa. Un altro, l’ennesimo. Dopo l’uscita di scena (almeno per le prossime elezioni) di Sarkozy, e quella del già consacrato (a torto) prossimo Presidente della Repubblica francese Juppé[1], le primarie hanno inferto un’altra sortita eccellente: questa volta dall’altra parte, tra i socialisti. La vittima è stata l’ex Primo Ministro Manuel Valls, che domenica ha perso lo scontro contro il rivale Benoit Hamon.

Una settimana prima, erano stati proprio loro due a passare al secondo turno, con qualche punto di vantaggio Hamon su Valls. Già quel risultato era stato sorprendente.

Valls, nato nel 1962 a Barcellona, è divenuto cittadino francese solo nel 1982, ma la sua passione politica incomincia già da prima, facendo parte, sin dagli anni liceali, della sezione giovanile del Partito Socialista francese. Candidato già una volta alle primarie socialiste, nel 2011 (dove tuttavia il vincitore sarebbe stato l’attuale Presidente della Repubblica Hollande), è stato Ministro degli Interni (2012-2014), successivamente Primo Ministro (2014-2016). I suoi anni di governo sono stati duramente criticati da grandi settori dell’opinione pubblica[2], poiché alcune importanti leggi di cui il suo governo è autore (Loi Macron[3], Loi Khormi[4]) vengono attaccate per la modalità attraverso cui sono state approvate[5] e per i contenuti, secondo i più, poco “socialisti”. Per le primarie si era candidato come fautore di una Repubblica forte, di uno Stato forte. Proponeva la soppressione della settimana lavorativa da 35 ore; gli piacerebbe andare oltre il Partito Socialista, costituendo un soggetto partitico più centrista. Vicino alle posizioni terza via blairiana, a destra della sinistra, è sostenitore di una maggiore flessibilizzazione del mercato del lavoro; ha assunto posizioni pro-business, dichiarando “J’aime l’entreprise”[6].

Il vincitore della scorsa domenica, Hamon[7], invece, si presentava come molto distante dalle posizioni di Valls. A sinistra del PS, ecologista, ha messo al centro della sua campagna elettorale la sicurezza sociale, proponendo di riformarla e renderla adeguata al 21° secolo, attraverso la creazione, ad esempio, del salario universale. Anche il sistema sanitario ha occupato un’importante posizione nel programma di Hamon. Critico verso l’azione del governo Valls, è stato un oppositore ad entrambe le già citate leggi Macron e El Khormi. Insomma, una posizione molto diversa dall’ex Primo Ministro. Una posizione che in realtà si avvicina a quello che sarà un altro candidato alle prossime presidenziali, Mélénchon: un personaggio conosciuto nella politica francese, marxista, protezionista, contro il libero mercato. Dopo il primo turno, infatti, è stata lanciata una petizione su Change.org, che ha quasi raggiunto le 50mila firme, per chiedere che Hamon e Mélénchon si candidino in una stessa coalizione[8].

Sarà dunque Hamon ad affrontare gli altri pretendenti all’Eliseo nella prossima primavera. Una vittoria naturalmente sorprendente, che riapre numerosi scenari. È lecito, tuttavia, chiedersi come abbia fatto a vincere e ragionare su alcune possibili conseguenze. Perché, seppure nel piccolo, la divisione che si è consumata all’interno del PS, la ritroviamo ormai periodicamente in tutti gli appuntamenti elettorali da qualche tempo a questa parte: libero mercato o intervento statale; liberismo o protezionismo. Ancora una volta, in questa occasione, esce sconfitto il fronte di chi, in qualche misura, aveva sostenuto quell’ordine neoliberale che a partire dagli anni ’80 regge il mondo, con gli imperativi di flessibilizzazione, liberalizzazioni, privatizzazioni e quant’altro. Manuel Valls, insieme al non ricandidato François Hollande, si va ad aggiungere a quella lista di vinti come il decaduto Tony Blair, gli sconfitti Clinton, il perdente Pedro Sanchez, l’assente SPD, il dimissionario Renzi. Tutti rappresentanti di una sinistra che si è improvvisata destra, e infine ha perso. Ha la meglio, invece, chi quell’ordine lo critica, proponendo soluzioni, o semplicemente attaccando l’Ancien regime.

Hamon, quindi, è un’altra pedina sulla scacchiera: se piacciono i paragoni, insieme a Mélénchon, è in linea con Bernie Sanders, Pablo Iglesias, o Alexis Tsipras, che da sinistra hanno aggredito il sistema. Per ora nei sondaggi, il candidato socialista è ancora lontano per avere un peso effettivamente rilevante nella corsa per la Presidenza[9], sebbene proprio a partire dal giorno stesso della vittoria alle primarie, Hamon si ritrova in netta risalita[10]. Il Partito Socialista sconta il peccato originale di essere stato al governo in questi anni: in effetti poi, neanche Sanders o Podemos hanno mai vinto le elezioni. Poco importa, tuttavia, in questo ragionamento.

Lasciandoci alle spalle la divisione novecentesca dell’asse destra-sinistra, la frattura che è emersa dopo Brexit e soprattutto dopo le presidenziali USA, è quella tra apertura e chiusura[11]. La Francia non è il mondo anglosassone, storicamente bipolare (Regno Unito), se non addirittura bipartitico (Stati Uniti), dove dunque la differenza è netta: i paesi del continente europeo, da sempre, sono caratterizzati dall’emergere di più cleaveges, dunque più partiti, che rendono più variegato e meno definito lo scenario politico. E tuttavia, anche qui, in Francia, possiamo applicare lo stesso schema di cui si è detto, ai più candidati alle presidenziali: Fillon e Macron hanno diverse e profonde differenze tra loro, eppure entrambi sono assertori del liberalismo (addirittura per il primo l’eroe politico è Margaret Thacher, fatto inedito per un politico francese); Le Pen e Hamon (e Mélénchon), con storie, idee e background politici completamente diversi, sono fautori di radicali cambiamenti, sociali ed economici del sistema odierno.

Come è noto, inoltre, il sistema elettorale francese prevede un doppio turno, il che permette diversi riposizionamenti tra la prima e la seconda votazione. È tuttavia lecito chiedersi: se dovessero passare al secondo turno Marine Le Pen (molto realistico), e Fillon (la cui immagine sta venendo minata da uno scandalo di rimborsi legato alla moglie[12], e il cui passaggio al secondo turno non è ormai così certo) oppure Macron[13], lo schema di cui si è parlato prima sarebbe veramente calzante. Allora, un elettore socialista, un sostenitore delle critiche mosse da Hamon al sistema economico odierno, un vincitore sul già più liberale Valls, un giovane propugnatore di riforme profonde in senso più egalitario, o ancora un operaio disoccupato di Lille: sarebbero tutti questi attori poi disposti a votare per l’ex Primo Ministro o per il fondatore di En Marche ! ? Come i blue collars del tradizionale stato democratico del Michigan il 9 novembre scorso volsero le spalle a Hillary Clinton, a maggio prossimo un successo del Front National potrebbe ormai non essere inevitabile.

 

Riccardo Roba

[1] http://www.huffingtonpost.fr/2016/01/31/juppemania-juppe-seduit-soulever-foules_n_9120588.html

[2] http://www.lefigaro.fr/actualite-france/2016/05/10/01016-20160510ARTFIG00382–l-appel-de-nuit-debout-des-milliers-de-manifestants-contre-le-recours-au-49-3.php

[3] http://www.gouvernement.fr/action/le-projet-de-loi-pour-la-croissance-l-activite-et-l-egalite-des-chances-economiques

[4] http://travail-emploi.gouv.fr/grands-dossiers/LoiTravail/

[5] http://www.lemonde.fr/les-decodeurs/article/2016/05/10/qu-est-ce-que-l-article-49-3_4916730_4355770.html

[6] http://www.lesechos.fr/28/08/2014/LesEchos/21759-001-ECH_manuel-valls—–moi–j-aime-l-entreprise–.htm

[7] https://www.facebook.com/lemonde.videos/videos/1256149984454698/

[8] https://www.change.org/p/pour-une-coalition-entre-beno%C3%AEt-hamon-jean-luc-m%C3%A9lenchon-et-yannick-jadot?recruiter=503219165&utm_source=share_petition&utm_medium=facebook&utm_campaign=share_page&utm_term=des-lg-share_petition-no_msg

[9] http://www.lefigaro.fr/elections/presidentielles/2017/01/29/35003-20170129ARTFIG00201-presidentielle-fillon-et-macron-au-coude-a-coude-le-pen-en-tete.php

[10] http://www.lesechos.fr/elections/primaire-a-gauche/0211757760876-sondage-hamon-en-dynamique-forte-2061852.php

[11] http://www.economist.com/news/leaders/21702750-farewell-left-versus-right-contest-matters-now-open-against-closed-new

[12] http://www.lemonde.fr/politique/article/2017/01/24/la-femme-de-francois-fillon-a-percu-500-000-euros-comme-attachee-parlementaire_5068488_823448.html

[13] http://www.lesechos.fr/elections/emmanuel-macron/0211758000829-sondage-macron-devient-le-favori-de-la-presidentielle-2061850.php

Il terzo incomodo: la sorpresa Macron

Se l’anno che ci chiudiamo alle spalle, il 2016, è stato l’anno dell’incertezza, qualcuno ha già rinominato il 2017 come l’anno della paura. In realtà, per gli osservatori del fondo campo, i mesi che ci attendono riserbano ancora molte sorprese. In particolare, dopo le presidenziali americane, i riflettori saranno di nuovo rivolti sul Vecchio Continente, per una tornata elettorale davvero complessa e imprevedibile: elezioni anticipate in Italia (forse), elezioni nei Paesi Bassi, in Germania, in Romania, in Francia. Insomma, appuntamenti centralissimi e di fondamentale importanza per gli equilibri europei.

Quelle francesi si annunciano le votazioni più incerte di sempre. Basti ricordare le primarie del centro-destra avvenute lo scorso autunno, le prime nella storia dell’area gollista: tutti i sondaggisti e gli esperti erano sicuri che chi sarebbe andato al secondo turno sarebbero stati l’ex Presidente della Repubblica Nicolas Sarkozy e l’ex primo ministro Alain Juppé. Il vincitore di quella sfida, com’è noto, è stato invece François Fillon, non solo scalzando ogni pretesa dell’ex Messieur le President, ma prendendo, al secondo turno, più del doppio dei voti del sindaco di Bordeaux.

Da allora, la maggioranza dei media, specie quelli internazionali, danno per scontato che nella prossima primavera, i due veri pretendenti per l’Eliseo saranno lo stesso Fillon e Marine Le Pen, a capo del Front National.

L’unica vera assente dal dibattito politico francese di oggi appare la sinistra: dopo la rinuncia di François Hollande a non ricandidarsi alla Presidenza della Repubblica (un altro fatto inedito per la V Repubblica; è vero anche che risulta essere stato il presidente più impopolare dal 1958), nessuno tra i candidati alle primarie della Gauche riesce a sfondare. Dopo il primo dibattito televisivo di giovedì scorso, molta delusione è emersa tra gli elettori socialisti: neanche l’ex primo ministro Manuel Valls (in realtà già molto contestato) è riuscito a convincere di misura i telespettatori. Nessuno tra i sette partecipanti, riuscirebbe infatti, stando a quanto dicono i sondaggi, a passare al secondo turno e dunque essere competitivo per l’Eliseo. Tutto ciò sarebbe naturalmente un disastro per i socialisti francesi.

Tuttavia, soprattutto nelle ultime settimane, qualcosa a sinistra è iniziato a muoversi. Ancora una volta fuori dalle sedi parlamentari, fuori dai dibattiti televisivi, fuori dai partiti tradizionali. È emerso un outsider, Emmanuel Macron, che potrebbe posizionarsi in ottime posizioni già al primo turno.

Chi è Emmanuel Macron? Giovane, classe 1977, nasce ad Amiens, nel nord della Francia. La sua formazione è degna di un vero e proprio cursus honorum francese, essendosi diplomato all’Institut d’Etudes Politiques di Parigi, e successivamente anche all’Ecole Nationale d’Administration di Strasburgo.

Per alcuni anni membro del Partito Socialista francese (2006-2009), diventa Ministro dell’Economia del secondo governo Valls fino a fine agosto dello scorso anno. Molto vicino all’attuale Presidente della Repubblica, dapprima sostiene una sua ricandidatura per l’Eliseo, ma una volta che Hollande decide di non presentarsi più, ufficializza la propria. Tuttavia, prima di buttarsi in politica, quella con la P maiuscola, ha lavorato per lo stesso ministero che avrebbe poi diretto come dirigente, ma anche per la banca d’affari Rothschild & Cie, fatto singolare per un socialista.

Durante l’esperienza di governo, lega il proprio nome alla legge conosciuta in Francia come la Loi pour la croissance, l’activité et l’égalité des chances économiques, una misura atta a liberalizzare numerosissimi settori, attraverso, ad esempio, l’apertura delle attività commerciali anche la domenica e di notte, o, ancora, la vendita di grosse quote di aziende partecipate pubbliche. Tale legge è stata oggetto di molte polemiche e proteste, che hanno riguardato diverse città francesi, come la stessa Parigi, ma anche altri centri importanti come Lione e Marsiglia. Viene approvata definitivamente nel luglio 2015, suscitando però ancora contestazioni per le modalità attraverso cui è stata votata.

Nel marzo scorso fonda un proprio movimento politico, En Marche ! ; qualcuno già allora lo accusò di volersi preparare per la corsa alle presidenziali. Solo nell’agosto 2016 però presenta le dimissioni da ministro e in novembre ufficializza la propria candidatura. Da allora, cerca di essere presente in numerosi talk show televisivi; utilizza moltissimo i social network; ma soprattutto batte ogni angolo della Francia, se non anche dell’Europa, con i propri comizi: prima Parigi, poi Clermont-Ferrand, ancora Lille, e poi l’Università Humboldt a Berlino. Il suo dinamismo contrasta l’immagine di immobilismo delle primarie tra i pretendenti socialisti.

Definito il più liberale tra i membri del governo Valls, Macron si presenta come progressista, ma vuole raccogliere consensi tra i delusi della politica, ecologisti, socialdemocratici o centristi che siano. Senza un partito alle spalle, nel giro di pochi mesi, entra a pieno titolo nel dibattito delle elezioni presidenziali: risulta essere il politico più amato di Francia, e qualche settimana fa alcuni sondaggi riportavano la possibilità per lui di accedere al secondo turno alle elezioni.

Questi numeri evidentemente hanno fatto accendere qualche campanello di allarme tra le fila degli altri candidati. La campagna di François Fillon fatica a decollare e la sua squadra è passata subito al contrattacco del terzo possibile incomodo alle elezioni. Ma anche in casa del Front National, Macron preoccupa, tant’è che Marine Le Pen lo accusa di essere il “candidato di Bruxelles e dell’Austerità”.

Uno dei punti centrali della campagna elettorale dell’ex Ministro dell’Economia, in effetti, è proprio l’Europa. Ciò che sorprende, in un momento storico in cui i vincitori di ogni tornata elettorale sembrano essere gli inarrestabili euroscettici, è che Macron si schiera decisamente a favore di posizioni europeiste. Durante un’intervista a La Repubblica di qualche giorno fa, Macron ha detto che sarà l’Europa stessa a salvarci. E a Lille, città post-industriale, divenuto un serbatoio di voti importante per il Front National, il 14 gennaio, durante un suo comizio, il presidente di En Marche ! sostiene che “abbiamo bisogno dell’Europa” e “l’Europa siamo noi”.

Una posizione inedita, dunque, nel panorama politico francese: non solo il gollismo con l’Europa delle Nazioni, ritornato in auge con la vittoria alle primarie di Fillon, ma anche il più netto euroscetticismo della stessa Le Pen, ci avevano abituato a ben altri toni. Certo, l’Unione europea deve avviare un processo di riforme importanti, dice Macron, a partire dallo spazio Schengen (senza però chiudere le frontiere interne), passando per lo stesso euro, fino ad arrivare all’Europa della Sicurezza e della Difesa. Tali proposte, ancora una volta, vanno comunque nella direzione opposta a quanto gli altri due più importanti candidati sostengono.

Voci di corridoio dicono che lo stesso Hollande sia pronto a votare per lui e, tra i possibili sostenitori illustri, c’è anche Bernard Kouchner, cofondatore di Medici senza frontiere, che ha affermato di essere pronto a votare per il neonato movimento.

Gli avversari di Macron, tuttavia, hanno più di un’argomentazione su cui incalzarlo: a partire dall’inesperienza di governo, non avendo mai ricoperto cariche elettive dirette; o di essere onnipresente sui media, ma avere poi poca presa nella realtà. O forse peserà ancora il suo essere “troppo liberale” per essere di sinistra; oppure il suo stesso troppo europeismo, in un momento in cui l’UE non gode di troppa popolarità.

Per ora il 23 aprile, giorno del primo turno alle presidenziali, sembra ancora lontano. E in queste elezioni, così ricche di colpi di scena, si aspettano ancora molti passaggi: il voto delle primarie a sinistra, l’inizio ufficiale della campagna di Marine Le Pen. I numeri, per ora, sembrano andare verso Macron (che supererebbe tutti i candidati socialisti): vedremo se la realtà gli potrà poi dare ragione.

 

Riccardo Roba

A European migration crisis or a European crisis? Interview with Jean-Barthélemi Debost.

The Association of European Migration Institutions (AEMI) Conference took place in Santiago de Compostela from September 28th to October 1st. AEMI, which was founded after the end of the Cold war in 1991 in Germany, is a network of organizations, such as research centers, universities, museums and so on, that focuses its attention on the history of migrations. Currently present in more than twenty countries (mainly in Europe), the AEMI Members meet together once a year at a conference, set in one of the Member States, during which projects and researches on migrations conducted by individuals are presented.

The Conference in Santiago tackled the issue of European migrant diasporas and cultural identities; the last panel was dedicated to the European migration crisis. During the last session, one of the speakers was Jean-Barthélemi Debost, the current director of the Department of Network and Partnership of the Musée national de l’histoire de l’immigration, situated in Paris. Post-graduated in contemporary African History at the University of Paris I Sorbonne, he coordinated for 10 years (1990-2000) a youth image education system on the territories under the urban policy in the Ile-de-France carried out by the Ministry of Culture and the Ministry of Social Affairs and then he joined the Seine-Saint-Denis county to participate in the creation of the Cultural Heritage Department. Representing the National Museum of Immigration History, he gave a presentation about the reactions of the institution by which he has been working to the migration crisis in Europe, taking as an example the temporary exhibition they organized last year, Frontières.

At the end of the second day of the conference, we found some time to have a discussion together, and that moment launched the idea of the interview. I consider a honor to have had on open debate with him about the current migration crisis, the refugees issue and the work the Museum where he works does.

R: Hello Jean. You spoke yesterday during the last panel, that was actually strictly linked to the current events, and this is the main reason why its title was “Open discussion on European migration crisis”. Yet, during your speech you contested this title, arguing it would have been better to talk of a “European crisis”. Why?

J: What is the problem? Is the problem the fact that hundreds of thousands of Syrians are leaving their country because of war? Is this the problem? Or is the problem the fact that Europe, which is supposed to be a contract among twenty-eight – very soon twenty-seven – Member States of a same organization, is not able to have a common and united policy, on how to receive these people. And what we can see is that Hungary has a point a view, Germany has a point a view, France has a point a view, the United Kingdom has a point of view. Actually this refugees question reveals that the problem is directly connected with the European Union, its institutions, and the way they have been acting. It shows that the EU has no foreign policy, that it is not able to manage properly the external borders. Indeed, the problem is a European problem.

R: I think it could be a good point to open the discussion again. But anyway: “migration” as a word is nowadays overwhelmingly present on television, on social networks, in the political debate. nevertheless, as you pointed out, it is not the case  in France. Even if your country has a long history of immigration, which are the main difficulties you have to face when dealing with migrations in France today?

J: Next year we are going to open a new temporary exhibition dedicated to a hundred years of Italian immigration in France, from 1860 to 1960. This is a story that began very badly with murders and racism, against the Italians, from at the mid-19th century until the 20th century. But it is a story that ended nicely: these Italians or their descendants in France are nearly invisible, or if they are visible, they are seen a positive way. Delicacy, elegance, shops, restaurants; the very idea of latin-lover represented by Marcello Mastroianni and other Italian actors. All these elements contributed to change our representation of Italians since the beginning of the 20th century. So, after three, four, five generations, this huge flow of Italians is completely integrated, to speak roughly. This clearly shows to what extent time can make things better. Let us talk about nowadays. The job of exploring the history of people coming from the former French empire, understanding what kind of representation colonization has made in the eyes of the white, or the so-called white, upon the people coming from Africa or Far East are some of the difficulties. If we don’t dig this history, I’m sure that we will keep the same point of view on these people that the colonial system had. However, to answer your question, the main factor, in my opinion, is the lack of employment, which creates in suburb areas, as our Prime Minister told us, a social, ethnic and geographical apartheid. It is not because they want to be over there, the system put them over there, and they have no chance to escape from there, if they have no jobs. Then, as in any other peoples, you have crazy individuals, and for me, the terrorists who organized the attacks in Paris, they mainly come from migrants families, but first of all they are crazy. That’s it.

R: Thank you. You have mentioned Ciao Italia, the temporary exhibition about Italian migration in France. It will be an itinerant exhibition: why this choice?

J: I have been working in the Museum since 2013 in the Department which tries to build partnership inside and outside the Museum. Two years ago, we thought that an itinerant exhibition could be very interesting to build partnerships; that is why we created Frontières. It is a way for us to work in close contact with the territories. We lend it for free; and we also give tools that can help the territories to make these exhibitions something of their own. For example, in “on the road” Ciao Italia there will be about 20 panels but some will be empty. Visitors will have the framework, the titles and so people in Marseille, or in Lorraine, or people around Toulouse will be able to make their own contribution to the national exhibition, documenting what is going on in their home territories. It is a way to help those territories to manage the history of migration. And that’s a good tool to fight against discrimination.

R: Going back to yesterday and talking about your presentation, you told us about the exhibition Frontières, that was focused on the issue of borders. But you also said that migration crisis in France took place in the same period of the terrorist attacks. So, in a few words, how did you manage to separate these two phenomena in that exhibition?

J: The exhibition was on borders and their history. It was about territories nearby borders and about people working there. It showed how security is planned in border zones and the kind of business it is. It was also about how it is going through borders and how to protect them. Both at national scale and at European level. So the question was not about immigrants, the question was not about terrorists, but it was: “What is a border?”, “When did it take place in the birth of the Nation?”, “Which form has nowadays the EU which originally promised us a free circulation space for people and goods?”. In fact, Europe pushed the borders to the end of the Europe, and it was the Schengen area. So it was about giving the visitors plenty of information about the landscape in which the migrant problem takes place. Of course, we had some pictures related to the issue of migrants, of course we had newspapers dealing with this matter for weeks and even more after the body of young Aylan was found on a Turkish beach, but the core of the exhibition is about how all these events are happening because of where we decided to set our borders.

Talking about the terrorist attacks: yesterday I told the audience that the European migrant crisis and the terrorist attacks were two different things and the Frontières exhibition instead did not deal with terrorist Paris attacks, nor was it about security problems and about alleged connections between immigrants and terrorists. What I was saying is that after the Paris attacks, the National Museum of Immigration History was considered as a place where people could learn how to think about secularism, about liberté, egalité, fraternité, about these territories, these suburbs where the Republic is poorly represented. In some places post offices are disappearing.

Suburbs cities are fading away from the center. People came to the museum to try to have ideas on these facts. Yet, Frontières was not a response to that; we tried to organize some talks, some workshops. We called people to help us to discuss about it (for example, we had an historian of secularism, another historian who helped us to work on the concept of racism, etc). But Frontières had nothing to do with terrorist attacks.

R: Yesterday, you also told me that with Frontières, you went to Sziget Festival last summer, in Budapest; a music festival, frequented by the young European generation, the so-called “Erasmus generation”. As an external observer, what are the general feelings you perceived there regarding migration and the European crisis, from the point of view of young people?

J: Sziget Festival was a very good experience. Especially because it was the time when the PM Orbán decided to launch the referendum campaign on the European Commission plan for the relocation of refugees coming to Greece or Italy. So first of all, it was very impressive to witness the fact that this festival asked us (Musée national de l’histoire de l’immigration) to be there in August in Budapest, at the same time of the campaign. I do not want to say that in France there are no problems between citizens and the State, between citizens and the political establishment, but in Hungary, in August, the climate was rather tense: the wall was conceived and the referendum was on. So we were on a kind of an ideological front. We spent one week there, we were not in the center of the festival, but at the museums corner, quite far from the main stage; we were in a tent shared with the Museum of Ethnography of Budapest, and the tent was called “Tent without Borders”. We counted about 700 visitors: people who read about the exhibition, a bit or a lot. I personally met a dozen of visitors and discussed with them: they were very involved in what was going on, and I think the atmosphere of the festival made them think about that situation. And this fact is impressive for me. Why? Because the Sziget festival was, in my opinion, an image of what Europe could be: people living peacefully, discussing together, enjoying their time together, drinking together, listening to the music together, sleeping together, and so on. People from everywhere: you could listen to all the languages from any part of Europe. It was a bit too much white for me; but, voilà, maybe it costs a lot of money, maybe the selection of music made it that it was more white music than other music, even if I watched Rachid Taha born in Algeria and raised in France on stage. But it was a really good image to watch the young generation of Europe, the one you have called “Erasmus generation”. They were there discovering or rediscovering how we could have a discussion with French, British, Czech, Italian or Spanish boys and girls. And there that was possible and everything was friendly. People were very sad looking at the exhibition, because the main point was make us think that we could build a Europe without borders and then also consider that borders are coming up again. For instance, one guy asked me: “What can we do?”, just after Brexit. “You have to continue traveling and meeting people to show that it is possible to live with others and it’s also a pleasure”. All in all, the Sziget experience was really impressive for me.

R: Thank you for your time, Jean. I really hope to meet again, maybe in Prato, where Ciao Italia will be hosted.

Riccardo Roba

Orbán e il referendum del 2 ottobre

Il “ladro di cavalli” che ha messo il laccio all’Europa

Erano i primi di luglio di quest’anno, quando János Áder, presidente dell’Ungheria, con la frase “in quanto Presidente della Repubblica, io decreto che il referendum si terrà il 2 Ottobre” sanciva l’ufficialità di un imminente referendum. L’appuntamento elettorale in questione, da mesi invocato dal primo ministro Viktor Orbán, avrà come oggetto il piano della Commissione europea per il ricollocamento dei rifugiati, approdati in Grecia e in Italia. Tale piano era stato approvato dalla maggioranza degli Stati membri esattamente il settembre dell’anno scorso, ma durante la votazione, la stessa Ungheria, assieme ad altri paesi dell’Est Europa, si era schierata contro. Pur essendo in minoranza, il carismatico e discusso primo ministro magiaro non si è dato per vinto, e anzi, a distanza di mesi, ricopre un ruolo di primo piano nel cosiddetto Gruppo di Visegrád (gruppo a cui l’Ungheria appartiene, assieme alla Polonia, alla Slovacchia e alla Repubblica ceca).

Insieme alla data del 2 ottobre, l’estate scorsa è stato reso pubblico anche il testo del quesito referendario, che recita così: “Volete che l’UE prescriva il ricollocamento obbligatorio di cittadini non ungheresi in Ungheria senza l’approvazione del parlamento ungherese?”. Una domanda già dal tono provocatorio, che non affronta il cuore della questione migratoria, ma ne amplifica la retorica.

Retorica, la parola chiave per comprendere la campagna che si è svolta attorno a questo referendum. Dall’esito quasi scontato – una vittoria per Orbán è infatti molto più che una possibilità – il referendum ha visto crescere attorno a sé fronti squisitamente xenofobi e razzisti contro i rifugiati, alimentati in misura preponderante proprio dal governo: basti pensare agli opuscoli che ha stampato e distribuito il governo stesso, in cui compaiono file sterminate di immigrati alle porte del paese; immagini che si sono già viste alle spalle di Nigel Farage prima del referendum britannico del 23 giugno.

Non solo la forma, in questo periodo, ha avuto importanza, ma anche la sostanza: il governo ungherese si è infatti occupato di tracciare una mappa delle città europee dove non andare, perché, sostengono gli uomini del partito di governo Fidesz, caratterizzate da crimini collegati alla presenza di immigrati. Di nuovo, poco importa se tra queste sono capitati alcuni quartieri di Londra, dove scattarono delle rivolte urbane nell’estate del 2011, quindi prima dello scoppio della guerra civile in Siria, e molto prima dell’emergenza dei rifugiati: il messaggio che è passato ai più è che i migranti portano un innalzamento della criminalità.

O ancora: l’Ungheria, che si trova in un momento di particolare fervore economico, deve anche affrontare un aumento della domanda di lavoratori, causati da un’emorragia di giovani menti che emigrano in altri paesi europei più ricchi. La relativa crescita economica che vede protagonista il paese, dunque, è a corto di forza lavoro. La risposta, però, non pare poter arrivare, come in quasi tutti i paesi europei, dall’interno dei confini nazionali: l’Ungheria ha un tasso di fertilità più basso della media europea, e anche inferiore a quello tedesco (nel 2015, i numeri di figli per donna erano rispettivamente: media UE 1,57564, Germania 1,47486, Ungheria 1,43752). A 10 anni dalla propria entrata nell’Unione europea, la popolazione ungherese, nel 2014, era diminuita di quasi 250mila persone; e le previsioni sono ancora più pessimiste, perché, guardando al lungo periodo, nel 2080, ci saranno 8.685.213 residenti in Ungheria, rispetto ai 10.116.742 del 2004 (così come crescerà la speranza di vita per gli ungheresi, passando dai 72,4 anni del 2015, agli 85,4 anni sempre nel 2080).

Questi problemi, tuttavia, che meriterebbero una discussione più pacata, scientifica e approfondita, sono invece trattati alla stregua dell’esasperazione, come in tante altre parti d’Europa, anche a Budapest: se in molti paesi, però, le forze anti-immigrati sono (almeno per ora) all’opposizione o in minoranza, qui invece sono al governo. E la crisi migratoria, in realtà, ha funto da volano per il premier Orbán, che proprio per il suo pugno duro contro i rifugiati, ha catalizzato sempre più consensi. Se allora si passa dal lungo al breve periodo, i voti contano, eccome. Per un paese come l’Ungheria, dove molti altri problemi premerebbero per essere messi all’ordine del giorno, trovare una valvola di sfogo su cui concentrarsi, è la migliore soluzione per volgere lo sguardo su altri orizzonti. L’Ungheria nel 2015 è scivolata al 50esimo posto nella classifica mondiale della corruzione e il governo non pare intenzionato ad approvare misure che combattano tale fenomeno. Quest’anno, inoltre, il paese magiaro è sceso ancora di due gradini anche nella lista mondiale di libertà di stampa, redatta da Reportes sans frontieres, passando dal 65° al 67° posto. Anche su questo, Orbán tace, anzi è stato proprio lui a rendersi protagonista di un pericoloso arretramento in merito alle libertà d’espressione, vanificando gli sforzi fatti a partire della caduta del blocco sovietico. Come in molti paesi africani, o nella stessa Russia, il bersaglio preso di mira è stata un’altra minoranza, gli omosessuali, per nascondere fallimenti economici, mancanze di visioni, corruzione e altro ancora, così il governo ungherese – caso non unico – si è focalizzato sull’arrivo dei rifugiati in Europa.

Da una parte, dunque, motivi interni. Dall’altro, ovviamente, i nuovi equilibri che si stanno delineando all’interno dell’Unione europea. Già durante l’estate del grande afflusso (nel luglio 2015), quando l’Ungheria era proprio passaggio della rotta balcanica, il percorso che vide protagonisti centinaia di migliaia di rifugiati provenienti dal Medio Oriente, il primo ministro magiaro si erse a difensore dell’Europa cristiana e fece approvare la decisione di costruire una recinzione di ferro al confine serbo. L’euroscettico Orbán poteva finalmente incalzare le istituzioni europee su una questione davvero contingente.

Il vero punto di svolta, però, è occorso molto più recentemente, in particolare dopo la Brexit: questo evento, dove, come si sa, ha prevalso il fronte per l’uscita, è stato reso possibile anche per gli elementi fortemente anti-immigratori del fronte del Leave. Tutto ciò non poteva che essere linfa vitale alle energie di Orbán, che ancora più risoluto, ha sostenuto il referendum come strumento legittimo in cui il popolo si possa esprimere, e ha condotto una campagna veramente razzista, dove la distorsione e le menzogne continuano a fare da padrone e non importa se non rappresentano la realtà (tant’è che accogliere meno di 1.300 rifugiati per un paese con 10 milioni di abitanti, come prevedrebbe il piano della Commissione, non è propriamente un disegno impossibile).

La ritrovata collaborazione col vicino polacco, poi, gli ha permesso di alzare ancora di più la voce di fronte alle istituzioni europee: più di una volta richiamato all’ordine da Bruxelles (con scambi che sono diventati sempre più velenosi, come la frase del Ministro degli esteri lussemburghese che chiedeva l’espulsione dell’Ungheria dall’UE), ora Orbán non è più un lupo solitario, e con Kaczyński, uomo forte a Varsavia, ha trovato un’intesa che punta allo scontro frontale con la Commissione europea, proprio a partire dalle politiche migratorie. Non solo: la Brexit ha dimostrato che il percorso verso l’integrazione non è a senso unico, anzi l’Europa può prendere un altro verso: proprio per questo, prima del vertice di Bratislava del 16 settembre scorso, il primo ministro ungherese, facendosi portavoce del Gruppo di Visegrád, chiedeva una revisione dei trattati dell’Unione, verso un’ “Europa dei popoli”, dove gli Stati nazionali si riapproprino di prerogative che oggi possiede la Commissione.

Insomma, il 2 ottobre prossimo è molto probabile che giunga da Budapest un ennesimo colpo basso all’Unione europea, che andrà a minare la credibilità e la legittimità della Commissione. Un colpo su una questione attualissima, ma per cui le istituzioni comunitarie sono sembrate davvero paralizzate nell’intervenire efficacemente. Un colpo, ancora, che andrà a fomentare maggiormente le fila di quegli, ormai tanti, che ritengono che da questa Europa non possa provenire nulla di buono. Mai come oggi manca invece una leadership europea, manca una visione di insieme, un progetto sul lungo periodo, che invece di diventare ostaggio di un referendum basato su di una campagna xenofoba, sulla paura e sulle falsità, possa invece proporre delle politiche costruttive e pragmatiche, dei valori positivi e concreti, azzarderei a dire solidali e giusti; che possa guardare al futuro e non al passato, che possa rigettare il terrore e abbracciare la speranza.

Riccardo Roba

Brexit: la vittoria di Pirro delle periferie

Si è inaugurato martedì scorso (20/9) presso il polo di Scienze sociali di Novoli, un ciclo di conferenze sul tema della Brexit. Gli incontri (sei in totale) affronteranno un aspetto particolare del tema che oggi, più di ogni altro argomento, sta scaldando le relazioni internazionali, e in particolare le questioni europee.
Durante il primo incontro è intervenuto il professor Neil Winn (University of Leeds, UK), che ha tenuto una lezione intitolata The end of the affair: Britain, the EU and the Politics of divorce. Nell’ora e mezza di dissertazione, sono emersi diversissimi spunti: l’incontro è stato focalizzato, in particolare, sulle implicazioni dal punto di vista squisitamente britannico (se non addirittura inglese, poiché il capitolo della Scozia è stato accennato solo in conclusione) che avrà il risultato del voto del 23 giugno scorso, quando, ormai è ben noto, ha vinto chi voleva uscire dall’Unione europea.
Oltre ad uno scenario catastrofico sul fronte britannico (ma non certo positivo anche sul versante europeo), previsto dopo che l’articolo 50 del Trattato di Lisbona sarà invocato, l’ospite inglese ha descritto efficacemente in poche decine di minuti il percorso storico delle relazioni britannico-europee dal secondo dopoguerra, i profili dei protagonisti della campagna referendaria e quelli degli attori del nuovo gabinetto del PM May e la mappatura del voto del referendum britannico.
A riguardo di quest’ultimo punto sono giunte alcune degli spunti più innovativi e interessanti dell’intervento di Winn, avendo il risultato del referendum sulla permanenza o meno del Regno Unito nell’UE rispecchiato innumerevoli tendenze e dato origine a numerose interpretazioni. Un dato su cui pare utile focalizzare l’attenzione è che in Inghilterra la contrapposizione tra i centri urbani e la periferia inglese è stata stridente: Brighton, Manchester, Liverpool, Bristol dal lato del Remain; Cornovaglia, Yorkshire, Northampton da quello del Leave; e ancora per il primo i centri universitari di Oxford, Cambridge e Warwick; per i secondi gli ex distretti industriali di Birmingham, Peterborough, Stafford. Ma soprattutto, balza all’occhio anche ai meno esperti, che il maggiore contrasto nell’esito del voto si è consumato tra Londra e la Northern England, così chiamata dal professor Winn.
È stato proprio quest’ultimo a ricordare quanto la Gran Bretagna sia, non semplicemente dal punto di vista economico, imperniata sulla capitale: tale osservazione gli ha permesso di definire il Regno Unito come lo stato più centralizzato tra le democrazie occidentali (infatti è vero che all’interno dell’Unione europea la Gran Bretagna è il paese con il più largo divario tra la parte più povera e la parte più ricca del paese), ma soprattutto di ricordare che fin dai tempi dell’impero britannico, le decisioni, che riguardassero il porto di Mumbai, le strade di Nairobi o i carceri di Sydney, venivano prese a Londra. Ma ancora: gli stessi Galles e Scozia, parti integranti delle isole britanniche, per lunghi secoli sono stati concepite come periferia dell’impero, e solo con il processo di devolution, inaugurato dal governo laburista di Tony Blair nel 1997, tale rapporto tra queste due Nazioni e la capitale Londra è cominciato a riequilibrarsi.
L’Economist di qualche giorno fa ricorda come l’isola di Anglesey, in Galles, abbia un reddito procapite uguale al 57% della media UE, al di sotto di quello di molte parti della Sicilia (mentre a Londra il reddito è di 186% quello della media UE). Ancora più significativo è osservare come, con una buona dose di immaginazione, se il Regno Unito fosse privato della propria capitale, al PIL britannico verrebbe a mancare oltre l’11% del proprio valore.
Questa panoramica, breve ma necessaria, ha messo dunque in luce l’esistenza di una contrapposizione tra il centro e le periferie inglesi. Tale spaccatura non è un concetto nuovo in scienza politica. Essa corrisponde infatti ad uno dei cosiddetti “cleavages” elaborati da Lipset e Rokkan; una frattura che contrappone il centro urbano, politico, economico, la città, la capitale, alle aree periferiche, quindi agli ex bacini industriali, alle regioni che subiscono le decisioni centrali invece di promuoverle. Un contrasto che ha prodotto movimenti e, soprattutto, partiti regionalisti e separatisti (si veda la Lega Nord o il separatismo catalano).
Non si può negare dunque che una contrapposizione tra centro e periferia esista anche e proprio in Inghilterra. Non solo il modo di organizzare la vita politica del paese, ma anche i dati economici, come si è ricordato, lo dimostrano. E certamente il malessere, l’abbandono, il disagio che hanno vissuto e continuano a vivere le periferie inglesi hanno portato gli enti locali a organizzarsi e muoversi congiuntamente contro Londra (si ricordi la già citata devolution, ma anche l’interessante caso della lobby Core Cities). Questo fermento, è importante dirlo, non ha prodotto però in Inghilterra, come forse avrebbero previsto proprio Lipset e Rokkan, un partito separatista. La reazione più eclatante, invece, si è consumata proprio nelle cabine elettorali del 23 giugno: le periferie che sfidano il centro; che si riappropriano (con non poca retorica di noti personaggi inglesi, come Farage) di un proprio diritto, quello di scegliere; che tentano un colpo di coda contro l’establishment londinese, che si è resa protagonista negli ultimi decenni di un’enorme crescita di ricchezza (grazie soprattutto all’adesione al percorso dell’integrazione europea), ma che non ha saputo o voluto ridistribuirla equamente all’interno del proprio Paese. Poco importano i ragionamenti storici, i calcoli economici sui danni che avrebbe comportato, e che a questo punto comporterà, a livello politico e commerciale-finanziario, la Brexit: gli elettori delle periferie inglesi, lasciati in disparte da una Londra che si arricchiva, hanno creduto che votare l’uscita dall’Unione europea significasse anche un’inversione di rotta delle politiche dirette dal centro. Un voto anche contro l’ormai ex primo ministro, l’urbanissimo e proprio londinese, David Cameron e contro l’establishment che egli rappresenta.
Difficile sarà comunque rispettare le attese degli elettori che per tali motivi si sono schierati tra i Brexiters: paradossalmente, quelle aree economicamente depresse, come ad esempio la Cornovaglia dove, di nuovo, Brexit ha stravinto, sono proprio le regioni che sopravvivevano grazie all’aiuto dei Fondi Strutturali, provenienti dall’Unione europea. Inutile, si è quasi certi, per Theresa May sostenere, nel discorso del primo giorno di insediamento, che il Governo aiuterà ogni singola città britannica, ogni singolo cittadino del Regno Unito: uscire dall’Unione europea significa anche uscire dalla “fortezza” ed essere ancora più esposti alle regole del commercio internazionale (che vuol dire, ad esempio, più liberalizzazioni).
Insomma, quelle periferie che tanto ambivano a rendersi protagoniste di un cambiamento a loro favore, saranno ancora una volta le prime vittime di quel risultato che hanno contribuito a rendere realtà: la Brexit.

Riccardo Roba