L’interesse nazionale al centro: la politica estera “legastellata”

Matteo Salvini (D-S), ministro dell’Interno, con Giuseppe Conte, presidente del Consiglio, e Luigi Di Maio, ministro del Lavoro, durante la discussione e la votazione di fiducia al Governo Conte alla Camera dei Deputati, Roma, 6 giugno 2018. ANSA/RICCARDO ANTIMIANI 

di Fabio Seferi

Dopo settimane convulse il governo Conte è finalmente riuscito ad insediarsi incassando nei giorni scorsi la fiducia di Senato e Camera. Un governo “programmatico” in quanto fortemente ancorato all’implementazione del contratto di governo concordato tra Lega e M5S. Particolare importanza assume in questa nuova legislatura la postura che l’Italia terrà in politica estera. In una congiuntura critica senza precedenti – nella quale si intersecano crisi migratorie, instabilità e conflitti nelle periferie del continente europeo, nuove forme di terrorismo, maggiore competizione in ambito economico ed un incremento del numero delle minacce alla sicurezza nazionale – la classe politica italiana è chiamata a rispondere ad una serie di interrogativi. Il contratto di governo, nelle poche righe dedicate alla sezione “esteri”, detta le linee guida di quello che dovremmo aspettarci nei prossimi cinque anni in ambito internazionale.

I due punti cardine sono rappresentati dalla “centralità dell’interesse nazionale” e dalla “promozione a livello bilaterale e multilaterale”. Nessun stravolgimento di sorta per quanto riguarda la cornice all’interno della quale si muove l’Italia: lo stesso contratto sottolinea l’appartenenza all’Alleanza atlantica e la forte e privilegiata partnership con gli Stati Uniti. Tuttavia il programma “legastellato” preconizza l’apertura nei confronti della Russia, innanzitutto in ambito economico-commerciale. Per questo motivo viene considerato come opportuno la rimozione delle sanzioni alla Russia, scaturite dopo l’annessione della Crimea da parte di quest’ultima. Una posizione questa che ha subito “allarmato” i grandi partner europei e transatlantici. Infatti sia la Germania che la Nato si sono espressi in merito: da una parte, la cancelliera tedesca Angela Merkel ha dichiarato che le sanzioni sono arrivate dopo precise scelte di Mosca; dall’altra, Jens Stoltenberg, segretario generale della Nato, il quale ha sottolineato l’importanza delle sanzioni per far cambiare comportamento alla Russia, secondo la doppia strategia parallela di deterrenza e dialogo politico. In ogni caso l’apertura nei confronti della Russia si inserisce in un clima politico più ampio di quello italiano. E’ stato lo stesso Presidente della Commissione Europea Jean-Claude Juncker a sollecitare ad una maggiore cooperazione con il gigante russo pochi giorni fa. Una mossa che sembra voler anticipare questa nuova fase della politica estera europea, più incline a maggiori rapporti con la Federazione Russa. Fase che riceve una spinta fondamentale proprio con l’insediamento del nuovo governo italiano – da tenere in conto anche il governo nazionalista di (ultra-)destra austriaco, che rappresenta un altro “amico” di Putin. Una posizione, quella italiana, che in ogni caso non stupisce più di tanto in quanto entrambi i partiti – sia Lega, sia M5S – si sono espressi in questi termini già in periodo di campagna elettorale. La stessa Russia inoltre è vista come un “interlocutore strategico” nelle varie crisi del Mediterraneo allargato: Siria, Libia, Yemen.

Un Mediterraneo che rappresenta lo scenario principale degli sforzi della politica estera italiana in quanto culla di tanti fattori di instabilità: dai flussi migratori all’estremismo islamico. Infatti il contratto di governo contiene due passaggi significativi a questo proposito: il primo concerne il “rifocalizzare l’attenzione sul fronte del Sud”, mentre il secondo riguarda il voler “intensificare la cooperazione con i Paesi impegnati contro il terrorismo”. Problema principale appare il controllo e la gestione dell’immigrazione nel bacino del Mediterraneo, con Matteo Salvini – neo-nominato Ministro dell’Interno – che sta già cercando di tessere una rete di alleanze in seno all’Unione Europea per ottenere i respingimenti dei migranti in mare. Tuttavia lo sforzo non dovrebbe esaurirsi qui, bensì bisognerebbe considerare politiche di più ampio respiro da implementare in cooperazione con i paesi di provenienza: soprattutto la fascia saheliana e del Corno d’Africa. Considerando le oscillazioni dell’altalenante missione in Niger – con un presunto stop, successivamente negato dallo Stato Maggiore della Difesa italiana – non sembra facile attuare una politica organica in Africa, svincolata dagli equilibri di forza presenti nel continente e che meglio tuteli l’interesse nazionale italiano. Equilibri di forza che passano dalla presenza ingente della Francia nelle sue ex-colonie, al probabile disimpegno progressivo degli Stati Uniti, al coinvolgimento sempre maggiore della Cina – in vaste porzioni dell’Africa subsahariana e, punto centrale, non come attore securitario.

In definitiva si tratta di una politica estera la quale, benché formalmente dal contratto di governo emerga come scarna ed asciutta, appare già dalle prime mosse fatte dall’esecutivo come più muscolare rispetto alle precedenti legislature. L’agenda di incontri in forum internazionali molto importanti da qui a fine anno è fittissima: il G7 in Canada dell’8-9 giugno, il Consiglio Europeo del 28-29 giugno, il summit della Nato l’11-12 luglio, il G20 in Argentina a fine novembre. Tutti momenti in cui le posizioni dell’Italia in merito ai temi più importanti della politica internazionale verranno chiarificati ulteriormente.

A dangerous game: History of the Iran nuclear deal and Trump’s era

by Luca Papini 

 

The election of Donald Trump as President of the United States has generated a new era of unprecedented political uncertainty. The new US president in fact has often severely addressed different top-priority international issues with violent overtones and actions increasingly out of step with his predecessor. Examples of this can be found in the new US policy towards North Korea, the US withdrew from the Paris climate treaty and, of course, the ongoing narrative over the Iranian nuclear treaty signed in 2015.

The latter has been continuously mentioned by Trump during public speeches over all his first year of presidency and has always been described with the harshest tones. But why does Trump refuse the deal and why is he trying so strongly to re-negotiate it? Moreover, what kind of consequences are likely to happen if he actually does so? This article tries to investigate these issues and, on the other hand, to explain the bilateral and global repercussions of an inconsiderate one-sided policy over the Iranian nuclear deal.

History of the crisis and US involvement.

The Iran nuclear treaty, otherwise called Joint Comprehensive Plan Of Action (JCPOA) was signed in Vienna in July 2015 by the Islamic Republic of Iran and six international negotiators: US, Russia, UK, France, China and Germany (P5+1) in order to solve the nuclear crisis started in the early 2000s. The involvement of these six external states is due to historical and political reasons developed over the 15 years in which the negotiations have been going on.

The crisis started in the august 2002 when the Mujahideen-e Khalgh Organization (MKO), a government’s opposition group, revealed to the world the existence of a facility close to Esfahan for uranium enrichment purposes that the government had not declared to the International Atomic Energetic Agency (IAEA) as it was supposed to do.[i] In the framework of the US war on terror after the 9/11 terrorist attacks, the situation escalated quickly, bringing deep worries in both the area’s and western powers about a possible Iran equipped with nuclear weapons.

On October 16 of 2003 the EU received assurances from Teheran that Iran would soon comply with IAEA’s requests and the negotiations with UK, France and Germany (EU/3) started. Thanks to this opening to the European side, Iran avoided the escalation of the crisis and a partial settlement of the dispute. However, over the following years, numerous propositions were rejected both from the Islamic Republic of Iran and the EU/3 negotiators mainly because of US interference and opposition over a specific topic: the Bush administration fiercely argued against the idea that Teheran’s government shall have been allowed to keep going on the development of nuclear plants for civil purposes. This issue is extremely important for today’s situation because is the lynchpin to understand Trump’s opposition to the JCPOA.

Nonetheless the first turning point on the issue arrived thanks to a more practical and constructive US involvement after Teheran’s menace to increase dramatically the cost of oil’s exportation in response to the first United Nations sanctions occurred in 2006. In fact the very same year, for the first time the US agreed to sit at the table of negotiations, due to both the necessity to address the Republican’s fall in the midterm elections and the impossibility to cope with oil prices upswing during their involvement in middle-east.[ii] In this period the Islamic Republic of Iran strongly believed into the necessity to bring to the table of negotiations a larger team of negotiators, in order to obtain more solid security guarantees for themselves. The natural choices were the others members of the UN Security Council: Russia and China, both active supporters of Teheran’s regime. It follows that the group which will conclude the JCPOA in 2015 was formed and, starting in 2006, the P5+1 tried to work out the Iranian situation throughout a wide range of proposal, initiatives and negotiation for the following 10 years.

The content of the deal.

In 2015 the signature of the deal was an incumbent necessity for Iran: during the settlement of the crisis and the finalisation of an agreement, Teheran’s regime had been vexed by UN’s as well as unilateral increasing sanctions over a wide range of products and raw materials, bringing the country on the edge of collapse. This has been the leverage that the group P5+1 has used against Iran, in exchange of a painstaking detailed regulations on Iran’s nuclear capacity the P5+1 agreed on the disruption of the international sanctions.

From a general perspective it is possible to summarize the regulation on which Iran had to agree on in four points:

  • To not build or develop any new nuclear turbine, with a limited exception for those with the sole purpose R&D (IR-6, IR-8) and under the IAEA strict surveillance. Moreover the only activities of enrichment allowed have to take place in the Nantaz facility and never over a 3.67% level of enrichment (very far from the 20% wanted by Teheran during the negotiations);
  • Always keep their stocks of uranium under the 300kg, the exceeding quantity has to be either sold to the international partners or impoverish them to the natural level;
  • Other measures to prevent the acquisition of nuclear devices. i.e: 15 years of impossibility to use or develop any kind of heavy-water reactor;
  • Implementation of transparency measures: 25 years compliance with any IAEA requests over all the production of uranium on the territory, unique use of IAEA approved technology for a period of 15 years and immediate resolution of concerns that might arise allowing deep international inspections on all the national territory.

In exchange to the above mentioned restriction on their nuclear capabilities Iran obtained the lifting of numerous sanctions such as:

  • All the UN sanctions from the resolutions n°: 1696 (2006), 1737 (2006), 1747 (2007), 1803 (2008), 1835 (2008), 1929 (2010) e la 2224 (2015);
  • All the EU sanctions, and their amendments, in matter of: Bank activities, financial support for trade and development, oil import and export, airports access for goods’ transport and exportations of valuable materials such as gold, silver etc..
  • All the unilateral US sanctions in matters of goods, precious raw materials and weapons, even though a 5 year embargo was still kept on for conventional arms and 8 years for ballistic missiles.[iii]

Today’s situation.

As already stated, since the election of Donald Trump the US administration has tried to review the JCPOA in order to obtain a “more favourable deal” for the US. The main reason behind it seems to be the time limit that was set on specific restrictions (i.e: implementation of transparency measures), this particular issue was called by the opponents of the deal “Sunset Clause” and, as mentioned already, finds its roots in the very early Bush administration opposition to a EU/3 – Iran deal in 2004 and 2005.

During his term so far Trump has threatened three times the unilateral US withdrawal from the JCPOA and an immediate stop to the lifting of sanctions agreed, last one in the earliest day of this year, adding as that would be the last time he complies with the deal, suggesting with this that if a change does not occur in a 4 months period, he will rip the deal off, with or without the EU partners.

The problem here are the foundation of the JCPOA itself: the so-called “sunset clause” is the very base on which the JCPOA has been signed. As perfectly explained by Gordon and Malley:

The real choice in 2015 was between achieving a deal that constrained the size of Iran’s nuclear program for many years and ensured intrusive inspections forever, or not getting one, meaning no restrictions at all coupled with much less verification.[iv]

The game played by Trump here is a dangerous one. Even though all the EU partners have continuously rejected the hard line of the US president, sustaining and enforcing the 2015 deal, Iran is growing skeptic and might soon enough stop as well complying with the restrictions imposed if Donald Trump does not stop this narrative and actually does withdraw the US from the JCPOA. In fact, Iran would consider any tentative of reintroduction of sanctions related to the nuclear crisis as sufficient enough to withdraw their adhesion to the implementation of the JCPOA.[v]

 

References:

[i] Farzan Sähet, Iran: Resolving The Nuclear Crisis, p. 77.

[ii] R. Guolo, La Via dell’imam, p.155

[iii] Joint Comprehensive Plan of Action, Vienna, 14 July 2015: http://eeas.europa.eu/statements-eeas/docs/iran_agreement/iran_joint-comprehensive-plan-of-action_en.pdf Paragrafs 18-24, Section A, Chapter 1 amd  2. For a complete list of the sanctions see “Annex II” pp. 51-135

[iv] Philip Gordon and Robert Malley, Destroying the Iran Deal While Claiming to Save It, First published on “The Atlantic” on JAN 21, 2018 https://www.theatlantic.com/international/archive/2018/01/trump-iran-deal-jcpoa/551066/

[v] Joint Comprehensive Plan of Action, Vienna, 14 July 2015: http://eeas.europa.eu/statements-eeas/docs/iran_agreement/iran_joint-comprehensive-plan-of-action_en.pdf Paragrafs 26, Section A, Chapter 2 “Sanctions”.

IL CONFLITTO SIRIANO: UNA PARTITA (anche) FRA GIOCATORI ESTERNI, parte 2

Gli attori regionali e i loro interessi

Al fianco di Hezbollah, l’impegno dell’Iran nel conflitto siriano è tutto a sostegno delle forze governative. È doveroso ricordare che la famiglia di Assad è una delle più potenti all’interno della minoranza siriana degli alauiti, piccola numericamente ma molto influente in Siria, di confessione sciita e per questo legata alla Repubblica Islamica dell’Iran. Tuttavia, la Repubblica Araba Siriana pone le proprie basi non su questioni religiose, poiché la Siria è uno stato secolarizzato e pluriconfessionale in cui cristiani, musulmani sunniti e sciiti vivono a fianco gli uni degli altri, ma sul socialismo nazionale arabo, l’ideologia del partito del presidente, il Baath’ (il cui significato è rinascita). Questo ha dato uno stimolo per la minoranza etnica curda che risiede in Siria a reclamare maggiore autonomia e a controllare una buona fetta del territorio della Siria settentrionale al confine con la Turchia e impegnata a combattere lo Stato Islamico, a volte al fianco e a volte in opposizione alle forze governative.

La Turchia guarda alla Siria come area per espandere la propria influenza nella regione, insieme all’obbiettivo di eliminare e reprimere il più duramente possibile la presenza curda nell’area, sempre stata una minaccia per l’integrità dello Stato turco sin dalla sua transizione ad una forma di governo repubblicana nel 1923. Per fare ciò la Turchia ha più volte effettuato incursioni in territorio siriano e, spesso, ha offerto supporto a miliziani ribelli e gruppi terroristici, giungendo perfino a finanziare lo Stato Islamico acquistandone il petrolio sul mercato nero.

Per questioni di petrolio (ma non solo), all’interno del conflitto siriano partecipano anche Qatar e Arabia Saudita, attraverso il finanziamento, l’armamento e il supporto mediatico dei ribelli e delle milizie islamiste. Il Qatar, fido alleato degli USA, che dispongono sul territorio del piccolo Emirato della base aere di Al Udeid, la più grande del Golfo Persico, e della Gran Bretagna, a causa delle alte importazioni di combustibili fossili provenienti da questa piccola penisola (nel 2012 l’ammontare di gas qatariota importato dalla Gran Bretagna ammontava al 26% delle importazioni totali secondo l’Agenzia Internazionale dell’Energia), è stato accusato da Russia e Germania di finanziare i terroristi in Siria ed attraverso la propria emittente Al-Jazeera, e la web tv politicamente corretta AJ+, sua creatura molto popolare su Facebook (la cui pagina conta più di 9,3 milioni di sostenitori), dipinge i ribelli siriani e gli elmetti bianchi come organizzazioni umanitarie impegnate nella lotta contro la dittatura per la democrazia, quando, in realtà, mettono in atto vere e proprie operazioni di propaganda, se non islamista, quantomeno filo-occidentale e anti-siriana, tanto penetranti da riuscire a far vincere un Oscar al controverso documentario sui White Helmets. L’interesse del Qatar, insieme a quello dell’Arabia Saudita, è quello di costruire un gasdotto che dal Golfo Persico giunga direttamente in Europa senza dover passare dal Canale di Suez e, più in generale, dal Mediterraneo. Anche la Turchia ha interessi legati alla costruzione di questo gasdotto, dal momento che diverrebbe un transito cruciale per la redistribuzione dei fossili verso l’Europa.

Uno dei principali motivi per cui questo gasdotto è tanto voluto si rifà anche la possibilità di indebolire l’Iran, che perderebbe una grossa fetta di mercato (recentemente ristabilita dopo l’accordo sul nucleare) più o meno garantita dalle rendite petrolifere. Inoltre, la Siria rifiutò, nel 2009, di partecipare al progetto congiunto di Qatar e Arabia Saudita, per il quale è invece evidente l’interesse turco, mentre nel 2011 firmò un accordo con Iraq e Iran per la costruzione di un gasdotto che avesse come sbocco il Mediterraneo, ma come sorgente i giacimenti di metano persiani. Ciò sarebbe stato un colpo durissimo per Arabia Saudita e Qatar: dando uno sguardo alle date, possiamo capire molte cose, e come tantissime questioni siano intrecciate fra di loro. L’Arabia Saudita, insieme a Qatar e Turchia, è accusata di finanziare e non di combattere il terrorismo, mentre il suo ruolo nel supportare e armare i ribelli siriani è palese. Le milizie islamiste supportate dalla famiglia Saudita ne condividono l’ideologia confessionale, e peggio ancora, questa ideologia è condivisa dallo Stato Islamico stesso. L’Arabia Saudita è inoltre il primo acquirente di armi al mondo, e i suoi rivenditori sono soprattutto Francia, Italia, Germania, Gran Bretagna e Stati Uniti, uniti anche nel business generato dal terrorismo. Insieme ad Israele, l’Arabia Saudita è uno dei principali nemici dell’Iran, con il quale si sta contendendo la supremazia nella regione non solo in Siria ma anche nello Yemen. La rivalità con l’Iran deriva anche da motivazioni religiose, in quanto l’Arabia Saudita si rifà ad una visione estrema dell’Islam sunnita, il wahhabismo, mentre l’Iran è il più grande stato sciita al mondo. L’Arabia Saudita è inoltre alleato strategico degli Stati Uniti nel Golfo Persico, che garantisce loro il controllo su un’area da cui anche India e Cina si riforniscono, mentre l’Iran ha, come proprio alleato maggiore, l’erede del più grande nemico degli USA: la Russia.

L’interesse russo nel conflitto siriano ha ragioni geostrategiche: la Siria di Bashar al-Assad non solo è un alleato di vecchia data, ma rappresenta anche la possibilità russa di mantenere una flotta nel Mediterraneo senza dover attraversare costantemente il Mar Nero e gli stretti controllati dalla Turchia. In particolare, la Russia dispone di ben tre basi militari sul territorio siriano: la base navale di Tartus, presente fin dai tempi dell’Unione Sovietica, la base aerea di Humaymim, di recentissimo utilizzo, e la stazione d’ascolto di Lataqia. Oltre alla presenza nel Mediterraneo, la Russia può, attraverso il proprio coinvolgimento nel conflitto siriano, avere maggiore voce in capitolo all’interno di un’area che, fino a pochi fa, era sotto la quasi totale egemonia occidentale, con la sola eccezione dell’Iran.

Le operazioni condotte dalla Russia prevedono il supporto aereo per l’Esercito Arabo Siriano principalmente contro le postazioni ribelli e jihadiste, mentre gli scontri diretti con lo Stato Islamico avvengono principalmente in zone strategicamente rilevanti. La ragione è semplice: la prima minaccia per Assad non è il Daesh in sé, ma la ribellione, in quanto interessata ad averne la testa anche in ragione del supporto dei paesi NATO e delle Monarchie del Golfo, mentre il sedicente Stato Islamico rappresenta, per Assad, un nemico secondario (ma pur sempre un nemico) che deve essere combattuto ma che è schiacciato anche su altri fronti: quello settentrionale, dove combatte contro i curdi del Rojava, e quello orientale, dove si scontra con i Peshmerga e l’esercito iracheno. Sebbene contro lo Stato Islamico sia schierata anche la coalizione internazionale guidata dagli Stati Uniti, che supporta l’esercito iracheno allo stesso modo di quanto fa la Russia con quello siriano, è capitato che la stessa coalizione colpisse l’Esercito Arabo Siriano a Deir el-Zor, centro petrolifero controllato dai governativi, favorendo l’avanzata dell’ISIS. Non sarebbe inoltre la prima volta che la coalizione colpisce le truppe di Assad e, purtroppo, nemmeno l’ultima. Il lancio dei missili tomahawk ordinato dal Presidente Trump avrebbe favorito l’avanzata dei terroristi, mentre il supporto aereo russo, per quanto localizzato, li ha generalmente respinti. Questo ha consentito alla Russia di fregiarsi del titolo di baluardo contro il terrorismo, insieme alle truppe governative, utile da spendere soprattutto in politica interna. La Russia ha infine un interesse di fondamentale sicurezza: fare in modo che la regione sia stabile e cessi di essere una culla per il terrorismo internazionale. Anche la Russia, come la Siria e l’Iraq, combatte costantemente contro gruppi jihadisti domestici diffusi soprattutto nel Caucaso settentrionale, il cosiddetto Emirato del Caucaso. Dalla Russia e il resto della Comunità degli Stati Indipendenti, inoltre, provengono circa 10.000 foreign fighters, ed è nell’interesse della sicurezza nazionale che questi non tornino a combattere nel territorio della Federazione.

Sarebbe ingenuo, tuttavia, non considerare che anche la Russia ha forti interessi energetici nell’area, legati principalmente alla sua fornitura di gas verso l’Europa: nel 2014, l’Unione Europea importava ben 119 miliardi di metri cubi di gas naturale proprio dalla Federazione Russa, pari a circa il 42% delle importazioni totali. Alcuni paesi, in particolare i più russo-critici come i paesi baltici, ne dipendono fino al 100%. La costruzione di un gasdotto che possa trasferire ingenti risorse di combustibile fossile dalle monarchie del Golfo in Europa è vista dalla Russia come fumo negli occhi, non solo per questioni economiche ma soprattutto d’influenza geopolitica. È meglio che sia un alleato strategico come l’Iran ad esportare le stesse risorse, piuttosto come competitori rivali o addirittura nemici, quali Arabia Saudita e Qatar, e che la sicurezza energetica russa nei confronti dell’Unione Europea sia pesantemente compromessa, a vantaggio, invece, sia dell’UE sia della Turchia, che avrebbe anzi modo di rafforzare la propria influenza in Europa, soprattutto nei Balcani, dove la competizione tra Bruxelles, Mosca ed Ankara si fa sempre più dura.

Conclusione

Come descritto in questo articolo, il conflitto siriano assume le dimensioni una partita a Risiko dove i variegati interessi di numerosi attori esterni si sovrappongono e si scontrano. Interessi di carattere energetico, strategico, geopolitico ed ideologico si intrecciano in quella che è stata definita, con dubbio successo, la guerra dei trent’anni del Medio Oriente. Le differenze con i conflitti di religione che dilaniarono l’Europa moderna e che sfociarono nel sistema vestfaliano, però, sono numerose e, in realtà, più che per il richiamo a fedi religiose, tutti (o quasi) gli attori in campo e fuori campo sembrano seguire una logica più affine alla raison d’Etat. Certo questo porta a molte contraddizioni, soprattutto per quanto riguarda l’Europa: se è comprensibile come il supporto alle milizie ribelli e ad un cambio di regime possa portare ad una maggiore sicurezza energetica nei confronti della Russia – ma non ad una totale liberazione dalla sua influenza, in quanto le infrastrutture d’epoca sovietica presenti nell’Europa orientale non verranno certo sostituite, tantomeno il flusso di combustibile – risulta tuttavia difficile riuscire a capire come questa strategia venga favorita alla crescita del radicalismo islamico e degli attacchi terroristici entro i confini dell’Unione Europea, insieme alla crisi migratoria che sta distruggendo l’Unione stessa sia all’interno dei suoi Stati membri, con una situazione aggravata dal suo sovrapporsi alle preesistenti crisi economica e frattura Nord/Sud, sia sul fronte Est/Ovest, che l’ha portata a firmare il discutibile accordo sui rifugiati con la Turchia.

Ma l’Unione Europa, in realtà, non è nemmeno un vero giocatore in questo contesto, poiché la voce dell’Occidente è in realtà quella di Washington, alla quale Bruxelles (quartier generale sia di UE e NATO) si accoda. Gli Stati Uniti, come mostrato, hanno interessi mirati al rafforzamento dei propri alleati nella regione (Arabia Saudita, Qatar, Turchia e Israele) e all’indebolimento dei nemici di entrambi, cioè Iran e Russia, la cui alleanza passa anche per la questione siriana. La conflittualità con Teheran è evidente sotto moltissimi aspetti, dalle difficoltà legate alla questione del nucleare iraniano alla guerra in Yemen, mentre quelle con Mosca hanno radici storiche e geopolitiche radicate nella Guerra Fredda, persistenti fino ad oggi, forse, anche a causa del conflitto geopolitico fra Terra e Mare teorizzato da Carl Schmitt, che vedono nelle crisi ucraina e, parzialmente, siriana una loro escalation.

In seguito all’intervento statunitense dei primi di aprile, dopo il quale si temeva un intervento stile Iraq anche sul suolo siriano, sembra che le acque siano tornate ad essere un po’ meno turbolente. La soluzione al conflitto siriano può essere militare solo se applicata dal fronte governativo con la sconfitta totale della ribellione, delle milizie estremiste e dello Stato Islamico. Se la soluzione militare fosse invece operata dagli oppositori del regime (soprattutto attraverso un intervento statunitense), il risultato sarebbe una nuova Libia, catapultata in un contesto di caos assoluto senza nessuna forma di tutela per i civili, che avrebbe ripercussioni negative su tutta l’area circostante e, in particolare, l’Europa. L’alternativa alla soluzione militare, sebbene sia ancora più difficile da ottenere, esiste, ed è quella politica: il 3 e 4 maggio si terranno ad Astana, capitale del Kazakistan, nuovi colloqui di pace a cui anche il Qatar ha dato il suo sostegno, che seguiranno i recenti incontri di Teheran fra Russia, Turchia e Iran. Quale possa essere il risultato di queste negoziazioni, che hanno di fatto sostituito in importanza quelle di Ginevra, ancora non ci è dato saperlo. Sembrerebbe però che, fra gli attori esterni, siano proprio Mosca, Ankara e Teheran a fare da padrone. Almeno fino a quando Washington non cercherà di dire la propria, avendo già dimostrato, a suon di missili, che la sua opinione non può essere ignorata.

IL CONFLITTO SIRIANO: UNA PARTITA (anche) FRA GIOCATORI ESTERNI, parte 1

Il lancio dei missili Tomahawk ordinato da Donald Trump in merito alle sue preoccupazioni circa quanto successo all’inizio di Aprile ad Idlib, Siria, dovrebbe far suonare molti campanelli d’allarme. Non è la prima volta che Bashar al-Assad viene accusato di aver usato armi chimiche contro la popolazione civile, fatto poi smentito da inchieste successive che individuarono i responsabili nei ribelli siriani e nei gruppi terroristi oppositori del regime, con lo specifico obbiettivo di fornire un casus belli per un intervento degli Stati Uniti. Fallirono allora, ma sembra che ci stiano riprovando adesso, sempre mettendo a repentaglio le vite dei civili che vivono nelle zone da loro controllate. Per poter capire le dinamiche di questo conflitto, tuttavia, non basta incolpare senza uno straccio di prove il presidente siriano: La verità va ricercata un po’ più a fondo, andando ad analizzare e capire quali possono essere le sue cause, gli interessi delle parti coinvolte e gli effetti delle loro azioni.

Il contesto originario

Le radici della guerra civile siriana risalgono al 2011, quando in Nord Africa si assiste al fenomeno delle cosiddette “primavere arabe”. Queste consistettero principalmente in cambi di regime in Tunisia, Egitto e Libia, alcuni frutto di una spinta dal basso, come in Tunisia, l’unica primavera di successo, altri di pressioni esterne, come la Libia, trasformatasi dallo Stato africano con l’indice di sviluppo umano più alto dell’intero continente ad una landa priva di qualsivoglia ordine costituito, in cui il governo di cui l’Italia si è fatto garante è costretto ad esercitare le proprie funzioni in una base navale a Tripoli per l’incapacità manifesta di mantenere l’ordine sul territorio libico. Le stesse primavere arabe vanno a collocarsi in un contesto ben più ampio, ovvero quello della pratica del regime change, nota anche come “esportazione della democrazia”, applicata dagli Stati Uniti e dai loro alleati sin dalla “guerra globale al terrore” e l’intervento in Afghanistan del 2001, e duramente criticata anche da voci accademiche americane fuori dal coro come quella di John Mearsheimer.

Parallelamente a ciò che stava succedendo nel Nord Africa, il vento delle primavere arabe si spostò nel Levante per approdare in Siria, dove iniziarono una serie di proteste contro il regime di Assad, che represse duramente il dissenso della piazza. Un po’ come capitò in Libia, i clamori verso il pugno di ferro delle autorità siriane, accusate di violare i diritti umani dei manifestanti, giunse a prospettare la necessità di un intervento umanitario per fermare il massacro. Il casus belli, in Libia, fu l’assunzione di mercenari da parte di Gheddafi per combattere i gruppi in ribellione; in Siria, sarebbe stato l’uso di armi chimiche contro la popolazione, e la necessità di eliminare e distruggere queste armi chimiche (insieme al suo governo), sulla stessa falsa riga di quello che accadde nel 2003 con le armi di distruzione di massa di Saddam Hussein. Armi di distruzione di massa che non furono mai ritrovate e, viste le deboli prove presentate da Colin Powell al Consiglio di Sicurezza dell’Onu per giustificare l’invasione dell’Iraq, su cui si hanno addirittura dei dubbi riguardo la loro esistenza. In ogni caso, dopo la dura repressione esercitata da Assad, la piazza decise di reagire alla violenza con altrettanta violenza, imbracciando le armi e iniziando a combattere una guerra contro il governo.

I casi precedenti: l’ingerenza occidentale

Quando una piazza composta da cittadini comuni inizia a sparare contro il proprio governo significa che dispone di armi e addestramento per farlo. E per poter capire chi potrebbe avere avuto l’interesse ad armare ed addestrare una piazza non ci si può limitare ad analizzare i soli confini della Repubblica Araba Siriana, ma bisogna spingersi un po’ oltre. Per l’esattezza, la Siria si trova nel mirino di diversi attori, alleati e contrapposti per diverse ragioni, ma tutti quanti legati fra loro.

Guardando ai fatti più recenti e alle maggiori pressioni provenienti dall’esterno, uno degli attori senza dubbio interessati ad un cambio di regime in Siria sono gli Stati Uniti, con la partecipazione delle principali vecchie potenze coloniali europee: Gran Bretagna e Francia. Come detto in precedenza, la guerra civile siriana va collocata nel contesto delle primavere araba e dell’esportazione della democrazia operata dagli Stati Uniti e dai loro alleati fin dal 2001. Un forte parallelismo può essere individuato fra Assad e Gheddafi, dal momento che gli attori impegnati contro i Rais sono gli stessi. Nel 2011, gli interessi degli anglofrancesi furono di carattere principalmente economico, legato allo sfruttamento dei pozzi petroliferi in Libia che sarebbe stato ottenuto da Shell, British Petroleum e Total nel dopo Gheddafi, e a cui l’Italia si accodò nell’intervenire per non perdere una parte del bottino, che prima indirettamente possedeva già per intero. In questo contesto, gli Stati Uniti si fecero da patrocinatori dell’intervento, principalmente per due ragioni: Gheddafi era un dittatore, quindi non democratico, e in quanto tale andava eliminato, ed era, allo stesso tempo, un vecchio nemico degli Stati Uniti, i quali già durante gli anni ’80 cercarono di silurare – letteralmente – ma che grazie ad una soffiata italiana riuscì a salvarsi. D’altronde, gli USA furono ben contenti di levarsi dalla scarpa non un sassolino, ma un macigno come quello di Gheddafi, come dimostrato dalla gioia espressa dall’allora Segretario di Stato americano Hillary Clinton nel parafrasare Giulio Cesare esclamando: “We came, we saw, he died!”. Anche i britannici si presero una piccola vendetta, dal momento che Gheddafi finanziò, per un certo periodo, l’Irish Republican Army. Assad, allo stesso modo di Gheddafi, è un dittatore ed è nemico degli Stati Uniti, e persino alleato di Russia e Iran (questioni su cui torneremo in seguito).

Come si fece con Gheddafi e Saddam Hussein, gli Stati Uniti (ma più in generale l’Occidente), iniziarono ad accusare Bashar al-Assad di crimini contro l’umanità affinché fosse possibile far accettare all’opinione pubblica e alla comunità internazionale un intervento umanitario contro di lui. L’accusa, come già riportato, era legata all’uso di armi chimiche contro i civili. Un differenza cruciale ai casi precedenti, tuttavia, fu l’ingresso in scena della Russia di Putin, che propose di farsi consegnare tutte le armi chimiche negli arsenali siriani, con il benestare di Assad. In questo modo il casus belli per l’intervento in Siria venne a mancare e gli Stati Uniti furono costretti a ripiegare su altri fronti, ovvero il supporto diretto ai ribelli, che non solo fiancheggiarono diplomaticamente, ma  diedero vita anche a progetti finalizzati ad addestrarli con la scusa di combattere il sedicente Stato Islamico, nato, fra le altre cose, a causa dell’intervento americano in Iraq nel 2003. Allo stesso modo anche la Francia e la Gran Bretagna sono state accusate di aver dato il proprio supporto ai ribelli siriani, in particolare attraverso l’invio di consiglieri militari, ma non si tratta di nulla di dimostrato e, in realtà, il ruolo di Francia e Gran Bretagna è, in questo contesto, ben più sfumato e legato alle Monarchie del Golfo, inserite nel conflitto per l’egemonia nel Medio Oriente in corso fra Arabia Saudita, Iran, Turchia e, negli ultimi anni in maniera meno palese, Israele, che ci riconduce ancora una volta agli interessi americani nella regione.

Come è stato diffuso da Wikileaks, l’ex Segretario di Stato Americano Hillary Clinton sostenne, nelle sue famigerate mail, che “il miglior modo per aiutare Israele a far fronte con il crescente potenziale nucleare iraniano è aiutare il popolo della Siria a rovesciare il regime di Bashar al-Assad”. L’interesse americano va quindi legato anche alla protezione dell’unico stato del Medioriente che dispone di un vero e proprio arsenale atomico, nonché alleato strategico degli Stati Uniti da diversi decenni. Israele ha, per altro, storici rapporti di inimicizia con la Siria risalenti al 1948, quando la repubblica araba attaccò lo Stato ebraico dopo la sua dichiarazione d’indipendenza, e congelati sull’occupazione del Golan, territorio siriano sotto amministrazione militare israeliana, sin dalla Guerra dei Sei Giorni. Israele è inoltre in conflitto con Hezbollah, l’organizzazione paramilitare libanese di confessione sciita, che è direttamente finanziata dall’Iran e combatte in Siria al fianco delle forze di Assad.

Elia Bescotti

Lukashenko: l’ago della bilancia dell’Est Europa

Ci si potrà stupire, talvolta, di come i leader delle potenze europee siano disposti a riunirsi al tavolo delle trattative insieme a Vladimir Putin proprio in quel di Minsk con tutti gli onori riservati al e dal leader bielorusso, Aleksandr Lukashenko. D’altronde, “l’ultimo dittatore d’Europa” non è mai stato particolarmente simpatico agli establishment dell’Occidente, sia per la sua vicinanza alla Federazione russa, sia per la sua dura opposizione ai movimenti d’opposizione filo-europei e, quindi, per il fatto che la Bielorussia non sia certo un baluardo di democrazia all’occidentale o di libertà d’espressione. Tutto questo, ormai, importa sempre meno: le sanzioni che furono imposte dai paesi europei alla Bielorussia sono state revocate quasi del tutto. Ma se la Bielorussia è così legata alla Russia (ma, un momento: lo è davvero?) e un regime così terribile e autoritario, perché mai Aleksandr Lukashenko dovrebbe essere premiato con questo trattamento?

Facciamo un passo indietro e ripercorriamo alcune tappe della recente storia bielorussa: Aleksandr Lukashenko viene eletto presidente della repubblica di Belarus’ per la prima volta nel luglio del 1994 ed è rimasto, almeno sino ad oggi, imbattuto alle elezioni. Nello stesso anno viene adottata la Costituzione la quale prevede, secondo l’art. 18, la neutralità della Bielorussia e il suo status di Paese non nuclearizzato. Nonostante ciò, nei primi anni della presidenza di Lukashenko si assiste ad una sostanziale impostazione della politica estera bielorussa in termini filo-russi, che porterà i due paesi, nel 1996, a concludere lo spostamento delle testate atomiche sovietiche dal territorio bielorusso a quello russo e l’istituzione dell’Unione Statale Russia-Bielorussia. I motivi di questa scelta affondano principalmente nei saldi rapporti economici fra Mosca e Minsk, dovuti anche alle preesistenti infrastrutture soprattutto energetiche, e nel mantenimento di buoni rapporti con una potenza nucleare con la quale, ancora nel ’93, è stato firmato un trattato sulla sicurezza collettiva.

Il potere di Lukashenko è stato seriamente minacciato per la prima volta con l’allargamento ad Est della NATO e, in particolare, con l’inclusione dei paesi baltici nell’organizzazione transatlantica nel 2004: alla mancata reazione russa, che non si è spinta oltre ad una formale seppur notevole condanna, il presidente bielorusso ha sentito di non poter più contare pienamente sull’alleato storico e di rimboccarsi le maniche e cercare un dialogo con l’Occidente. È inoltre interessante vedere come il periodo che va dal 2003 al 2005 non sia stato solo l’anno in cui la NATO ha incluso ben sette nuovi paesi all’interno delle proprie strutture (Estonia, Lettonia, Lituania, Slovacchia, Slovenia, Romania, Bulgaria), ma anche l’anno più proficuo per le rivoluzione colorate nell’area post-Sovietica: l’insediamento di Mikhail Saakashvili a guida della Georgia dopo la rivoluzione delle rose, la rivoluzione arancione in Ucraina e la rivoluzione dei tulipani in Kirghizistan. Lukashenko, con elezioni presidenziali del marzo 2006, intuì che la Bielorussia avrebbe potuto essere la prossima: dopo aver vinto con l’83% delle preferenze scoppiò nella piazza principale di Minsk una serie di proteste, supportate dallo stesso governo americano, che videro la partecipazione di circa 30.000 persone riunite sotto l’insegna dello Zubr (зубр in bielorusso), l’animale nazionale della Bielorussia (una specie di bisonte), nella cosiddetta rivoluzione dei jeans. L’intuizione di Lukashenko fu corretta: la protesta venne duramente repressa e diversi manifestanti incarcerati. Una ferma condanna arrivò ovviamente dall’Occidente, i cui governi e istituzioni giudicarono le elezioni truccate, e imposero sanzioni contro Lukashenko stesso e membri del suo establishment. Lukashenko decise dunque di fare a modo suo: cercò di allacciare buoni rapporti con la Polonia e i paesi Baltici, cioè i paesi più critici sul fronte anti-russo, i quali hanno ospitato e ospitano diversi leader dell’opposizione bielorussa filo-occidentale, strizzando anche l’occhio all’opposizione extraparlamentare russa. Nonostante ciò i rapporti con la Russia sono rimasti saldi, per quanto altalenanti, dal momento che il 40% delle esportazioni bielorusse è diretto proprio verso la Federazione russa.  Nel tentativo di guadagnare maggiore indipendenza da Mosca, Lukashenko decise di far partecipare la Bielorussia al programma di partenariato orientale dell’Unione Europea e di stringere relazioni migliori con la Cina, arrivando a richiedere l’inclusione nella Shangai Cooperation Organization, di cui dal 2015 è membro osservatore. Nonostante ciò, la Bielorussia è stata e rimane uno dei membri più attivi nel processo di integrazione eurasiatica, dall’istituzione dell’Unione Doganale con Russia e Kazakistan nel 1996 fino alla nascita dell’Unione Economica Eurasiatica il 1 gennaio del 2015.

Eppure, non è sulla collaborazione con le grandi potenze che la Bielorussia ha ottenuto il ruolo di balancer all’interno dell’area post-Sovietica più prossima all’Europa, ma attraverso il mantenimento di ottime relazioni bilaterali con i principali nemici della Russia e, in particolare, con i membri del GUAM (Georgia, Ucraina, Azerbaijan, Moldavia). Il primo passo fu quello ti levare il supporto all’Armenia nel conflitto del Nagorno-Karabakh, avvicinandosi alle posizioni azere. Questo fu seguito dal non riconoscimento delle repubbliche di Abcasia e Ossezia del Sud dopo il conflitto russo-georgiano del 2008, pur evitando di sostenere una delle parti e comportandosi davvero, per la prima volta, come paese neutrale nella questione. Sullo stesso livello, Lukashenko ha fermamente condannato l’annessione della repubblica di Crimea da parte della Federazione russa, pur consigliando al governo ucraino di evitare una soluzione di forza e di scendere a compromessi con Mosca circa la restituzione del territorio perduto. I rapporti con Kiev hanno tuttavia subito un raffreddamento dopo il rifiuto da parte di Minsk di approvare la risoluzione ONU nella quale si condannava la Russia per violazione dei diritti umani nella stessa repubblica di Crimea. Mossa politica di Lukashenko utile a non compromettere troppo i rapporti con la Russia.

Dopotutto, almeno per il momento, la Bielorussia non può fare a meno della Russia: la sua economia, dipendente principalmente dalla produzione agricola e dall’industria petrolchimica, è ben integrata all’ex sistema sovietico e dipende per la fornitura di petrolio quasi unicamente dal mercato Russo. Un tentativo di bilanciare l’influenza del petrolio russo nel mercato bielorusso venne fatto nel 2010 quando Lukashenko stipulò con Hugo Chavez una fornitura di petrolio proveniente dal Venezuela, la quale sarebbe stata impossibile da ottenere se prima Minsk non avesse migliorato i propri rapporti con i paesi limitrofi con uno sbocco sul mare. Sempre sul piano economico, inoltre, la Bielorussia, così come gli altri paesi membri dell’Unione Eurasiatica, si è astenuta dall’imporre sanzioni ai paesi occidentali dopo la crisi ucraina e anzi, fra il 2014 e il 2015, si è comportata da trafficante di prodotti occidentali soggetti ad embargo verso il territorio russo. Sulla stessa linea la decisone di non compromettere i propri rapporti economici e diplomatici con la Turchia dopo l’abbattimento dell’aereo russo nello scenario siriano, scelta operata anche da Kazakistan e Kirghizistan, i quali mantengono stretti rapporti, sia commerciali sia culturali, con Ankara.

In sostanza, i motivi per cui Lukashenko è stato sdoganato dalle democrazie occidentali è legato al fatto di non essere più un alleato di Mosca così fidato e di godere di buoni rapporti con tutte (o quasi) le élite delle ex repubbliche sovietiche. La partecipazione della Bielorussia a numerosi progetti di integrazione eurasiatica, la dipendenza economica e il rispetto della minoranza russa, tuttavia, garantiscono buoni anche se altalenanti rapporti con la Federazione russa la quale, nel caso di un regime change, non avrebbe troppi problemi a strangolare economicamente l’ex repubblica sovietica. Inutile dire che Lukashenko questo regime change non lo vuole e tantomeno vuole saperne di rivoluzioni colorate o aperture all’opposizione filo-occidentale. Ma, per evitare che questa sia supportata dall’Occidente stesso, Lukashenko ha dovuto stringere una sorta di tacito accordo con chi ha il potere di minacciare il suo regime, diventando l’unico attore dell’area in grado di far sedere, al tavolo di Minsk, sia Kiev e i suoi sostenitori occidentali, sia Mosca e le repubbliche del Donbass.

 

Elia Bescotti

La bromance tra Putin e Trump e la percezione di Trump in Russia

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Dopo la vittoria alle primarie in Indiana e l’innalzamento della bandiera bianca da parte di Ted Cruz e John Kasich la vittoria di Donald Trump nella corsa alla nomination repubblicana sembra completamente accertata. Un candidato, che ha provocato indignazione e paura per il suo stile di condurre la campagna elettorale, le sue idee radicali nei confronti degli immigrati e le minoranze religiose e la sua retorica a volte razzista, è di conseguenza visto di cattivo occhio pressoché da tutto l’establishment statunitense sia democratico che repubblicano, nonché dalla maggior parte dei leader paesi occidentali. Tuttavia, nonostante grandi sforzi dell’élite repubblicana che ha favorito precedentemente una sorta di alleanza tra Cruz e Kasich, la marcia del tycoon americano, che non concorre più con nessuno, verso la magica cifra di 1237 delegati sembra ormai inarrestabile.

Mentre in paesi occidentali l’avanzata di Trump incute delle naturali preoccupazioni, in Russia la sua ascesa è vista nella prospettiva di un possibile cambiamento positivo dell’atteggiamento statunitense nei suoi confronti. In effetti, molti leader e teorici russi sfoderano toni rassicuranti riguardo al futuro dei rapporti bilaterali nel caso Trump arrivi alla Casa Bianca, mentre tra Vladimir Putin e il magnate americano si è instaurato da tempo un rapporto di profonda amicizia. Inoltre, Trump provoca un interesse particolare tra i cittadini della Federazione: egli è l’aspirante presidenziale più citato nei mass media russi, dopo aver superato a marzo il più probabile candidato del partito democratico, Hillary Clinton.

A questo punto sorge una logica domanda: perché Trump è visto in maniera completamente diversa in Russia? A differenza di tutti gli altri aspiranti presidenziali, che suonano spartiti diversi ma sempre sulla stessa tastiera, Trump, a volte borioso, caparbio e beffardo, ha un suo stile personale, che lo distingue da tutti gli altri: è l’unico candidato senza pregresse cariche istituzionali e non fa parte della classe dirigente statunitense. È in tutti i sensi un homo novus, qualcuno senza alcun precedente nella storia elettorale americana, ed è proprio per questo che Trump raccoglie un consenso così forte tra i ceti russi più disparati. Essa è la ragione principale della sua amicizia col Presidente russo, con cui condivide alcuni aspetti dell’alfabeto decisionale (si noti di passaggio, che è uguale la radice di un forte rapporto tra Putin e il suo vecchio amico Silvio Berlusconi): entrambi risultano spesso essere dei reietti politici sull’arena internazionale (o, per lo meno, fra i governi occidentali) e hanno uno stile di politica molto simile, cercando di crearsi un’immagine di un leader forte ed intransigente con i nemici, ma contemporaneamente capace di dialogare e di risolvere i problemi del popolo. Dalla geometria di questi fattori è sfociata una bromance (brother + romance) tra Trump e il presidente russo, formalizzatasi dicembre scorso quando Putin chiamò il candidato presidenziale “una persona di grande talento” (nella versione di Trump – “un genio”). Trump a sua volta ha speso a più riprese belle parole su Putin, sottolineando che lui da presidente, invece di scadere in ulteriori scontri, avrebbe riportato i rapporti tra la Russia e gli USA sulla strada di dialogo. Nonostante una piccola rottura a metà marzo, quando Trump ha pubblicato su Instagram un video in cui l’ISIS e la Russia erano mostrati come i principali nemici degli USA, la strana amicizia regge.

Ad accogliere con lodevole prontezza la direttiva del Cremlino sono stati anche i numerosi periti e figure mediatiche, che sostengono con grande zelo la candidatura di Trump. Così, Dmitry Kiselev, uno dei più famosi conduttori televisivi russi, ha più volte sostenuto Trump, osservando che l’elite politica americana ha sperperato in generale la fiducia degli elettori, e che i leader repubblicani sono “pronti a fermare Trump costi quel che costi” nonostante la scelta del popolo. Altrettanto interessante è la posizione di uno dei fedelissimi esperti del Cremlino, Alexander Dugin, che definisce Trump come “l’unica speranza” per il popolo statunitense e come l’unico candidato, che “dalla politica distruttiva passerà ai problemi dei cittadini”. Tutte queste manifestazioni di sostegno a Trump sone dovute a due fattori fondamentali: la ormai incardinata percezione che la sua diversità permetterà alla Russia di trovare un modus vivendi con gli USA circa i conflitti odierni e il semplice fatto che Trump va contro il modello governativo attuale americano, essendo un candidato presidenziale alternativo, non conforme e diverso dai profili classici.

Cionondimeno, per quanto riguarda la percezione di un possibile miglioramento dei rapporti bilaterali, sotto un’analisi più profonda sembra quantomeno errata: anche se Donald Trump diventerà presidente (che è già di per sé tutt’altro che scontato), la politica estera degli USA non subirà cambiamenti talmente drastici da capovolgere i rapporti tra i due stati, e per una serie di ragioni. Innanzitutto, nelle sue iniziative diplomatiche Trump sarà condizionato dalle istituzioni americane e, nel caso lui vorrà intraprendere dei passi troppo radicali, sarà arginato da altri ideatori di politica estera. Inoltre, non deve essere tralasciato un fattore di cruciale importanza – la personalità di Trump. Come detto sopra, nel centro del suo successo politico si colloca la sua immagine di un uomo forte, che lui deve mantenere a tutti i costi. Non è una persona che si indietreggerà davanti alle pressioni esogene, le quali renderanno solamente la sua posizione più rigida. In effetti, alla fine d’aprile ha detto che se lui non riuscirà a trovare un accordo con la Russia, dovrà fare ricorso ad una politica di “frusta”, e cioè di forza.

Può darsi che il Cremlino abbia alcune illusioni nei confronti di Trump, ma la causa chiave dell’appoggio verso il candidato alla presidenza si nasconde nella vecchia logica de “il nemico del mio nemico è mio amico”. In fin dei conti l’amicizia tra Putin e Trump è abbastanza fittizia ed è un obiettivo fine a sé stesso, privo di traguardi di lungo termine. Dal momento che i rapporti tra Mosca e l’attuale amministrazione di Obama sono difficilmente positivi, è naturale che Putin sia più propenso a sostenere Trump, il cui rivale politico principale, Hillary Clinton, è un ex-esponente dei vertici governativi degli USA e in generale una persona molto legata alla tradizione politica americana.

Alexander Bibishev

Il conflitto in Nagorno-Karabakh: un conflitto congelato per sempre?

Il 2 aprile, ormai per l’ennesima volta negli ultimi anni, è precipitata la situazione in Nagorno-Karabakh, dando vita ad una nuova spirale di violenza che ha lasciato morti più di 50 persone fra armeni ed azeri, il numero più alto di vittime dopo la fine della fase attiva del conflitto nel 1994. Lo scontro tra le forze armate dell’Azerbaijan da una parte e del Nagorno-Karabakh, uno stato non riconosciuto internazionalmente, e l’Armenia dall’altra parta, è finito dopo quattro giorni (anche se si verificano ancora diverse violazioni della tregua) grazie alla mediazione del Gruppo di Minsk e della Federazione Russa, acquistando preminenza nel campo visivo dei governi regionali e risollevando la necessità di una veloce soluzione del conflitto.

Da un punto di vista storico, il Nagorno-Karabakh ha sempre avuto una forte componente armena: la regione faceva parte del Regno d’Armenia già più di duemila anni fa. A causa di una costante sottomissione alle grandi potenze regionali, nel corso della storia la percentuale della popolazione armena nella regione è notevolmente calata, giungendo a recuperare la propria composizione etnicha solo dopo l’adesione al cristianissimo Impero Russo: così, nel 1897, il 42% della popolazione del Nagorno-Karabakh era armena.

Le radici del conflitto moderno nella suddetta regione possono essere rintracciate sin dal primo dopoguerra quando, nel biennio 1918-1920, si verificarono i primi scontri tra le truppe dell’Armenia e dell’Azerbaijan per il controllo del Nagorno-Karabakh, popolato prevalentemente da armeni. Con l’avvento al potere sovietico nella regione del Caucaso il Nagorno-Karabakh fu assegnato a Baku, seguendo la vecchia logica di divide et impera, gettando così le basi per il futuro conflitto.

Durante l’epoca sovietica le contraddizioni tra armeni e azeri, come tante altre controversie etniche, vennero oscurate dalla parvenza di unità ideologica. Tuttavia, nel momento in cui nelle strutture statali che tenevano insieme tanti popoli affiorarono i primi segni di spaccatura e si verificarono i movimenti centrifughi nelle periferie del colosso sovietico, i conflitti etnici, finora dormienti, vennero alla luce dando un’ulteriore scossa alla stabilità della regione. Uno di tali conflitti fu quello che ebbe luogo in Nagorno-Karabakh, dove dopo un lungo periodo di manifestazioni e fermento politico scatenati dalla glastnost’, all’inizio del 1990 cominciò un vero conflitto militare. Al referendum del 10 dicembre del 1991 il 99% della popolazione votò a favore dell’indipendenza dall’Azerbaijan (la maggior parte degli azeri locali aveva ormai abbandonato il territorio o si astenne dalla votazione). Con il crollo formale dell’URSS, che non aveva più alcun potere di limitare l’aggravarsi della crisi, nella regione del Nagorno-Karabakh si scatenò una guerra a pieno titolo tra l’Armenia e l’Azerbaijan, la quale costò la vita ad almeno ventimila persone.

Nel 1994, dopo una serie di trattative diplomatiche, fu finalmente firmato il cessate il fuoco, che sanzionò, in pratica, la vittoria delle truppe armene e l’indipendenza de facto del Nagorno-Karabakh, trasformando la guerra in un conflitto “congelato”. Il compito di sanare le contraddizioni e porre definitivamente fine alle tensioni fu assegnato al cosiddetto Gruppo di Minsk, creato precedentemente nel 1992 sotto l’egida dell’OSCE e guidato da una co-Presidenza composta da Francia, Russia e USA. Nell’arco di vent’anni il Gruppo lanciò una serie di proposte destinate a risolvere la situazione, tra cui vanno sottolineati i Principi di Madrid (2007), che stabilirono, fra gli altri, la necessità di restituzione dei territori adiacenti al Nagorno-Karabakh all’Azerbaijan, la creazione di un corridoio per connettere l’Armenia al Nagorno-Karabakh e la determinazione dello stato legale della regione a seguito di una scelta autonoma della popolazione.

Tuttavia, nonostante numerose iniziative, il conflitto persiste ancora oggi e tende ad acuirsi, come è successo all’inizio d’aprile. Purtroppo è innegabile l’incapacità del Gruppo di Minsk nel raggiungere il suo obiettivo, per un motivo alquanto semplice: qualsiasi soluzione dell’equazione diplomatica provocherà il malcontento in uno dei due paesi. In effetti, nel caso ci sia un referendum in Nagorno-Karabakh a cui partecipi solo la popolazione locale, l’Azerbaijan non sarà mai d’accordo col suo esito scontato, ed invece, nel caso contrario, se prenderà sopravvento il principio di integrità territoriale, l’Armenia sarà difficilmente favorevole ad una soluzione del genere. Tutto questo rende molto incerta una via d’uscita diplomatica.

Diventano invece sempre più probabili, fomentate da un’intensa propaganda, soluzioni date dall’uso della forza militare, popolarissime nell’establishment azero, dove sono ancora molto forti i sentimenti di revanche dopo la sconfitta della guerra. Oggigiorno l’Azerbaijan, un paese tarmato da inefficienze e corruzione endemica, sta affrontando dei gravi problemi economici, con la crescita del Pil estremamente lenta e con una recessione nel settore industriale dovuta al calo drastico dei prezzi del petrolio e del gas, che ammontano al 95% delle esportazioni del paese. In questa situazione per l’elite azera la ripresa del Nagorno-Karabakh sarebbe fondamentale nel riacquisire il sostegno del popolo, spostando la sua attenzione dalla travagliata narrativa interna ad una questione esterna.

La prospettiva militare, sempre più probabile nella situazione in cui gli sguardi di tutto il mondo sono rivolti ad altri conflitti, sembra estremamente pericolosa se si considera il contesto geopolitico intorno al conflitto. L’Armenia, nonostante le crescenti critiche verso la Russia per il suo ruolo passivo nella crisi attuale e le esportazioni delle armi all’Azerbaijan, è un suo fido alleato, facendo parte dell’Organizzazione del trattato di sicurezza collettiva (CSTO), che è, di fatto, un’alleanza militare. L’Azerbaijan, a sua volta, gode del sostegno della Turchia, che ha tradizionalmente appoggiato il suo vicino caucasico per motivi di vicinanza etnico-culturale e linguistica. Sullo sfondo di un peggioramento notevole dei rapporti bilaterali tra la Russia e la Turchia, in seguito all’abbattimento del jet russo novembre scorso, e la successiva introduzione delle sanzioni da parte della Russia contro la Turchia, è difficile escludere una limitata proxy war tra i due paesi, uno scenario definitivamente poco desiderato dai loro leader.

Cionondimeno, l’unica alternativa ad un’altra guerra con conseguenze imprevedibili, che resta a disposizione dell’Armenia e l’Azerbaijan, sarebbe trovare un’intesa diplomatica, che potrebbe essere raggiunta solo se tutte e due delle parti faranno dei sacrifici e rinunceranno alle loro posizioni intransigenti. Ad oggi, questa è, come già detto, una strada difficile da seguire, ma a questo punto dovrebbe essere chiaro che un conflitto congelato come quello del Nagorno-Karabakh non può rimanere congelato per sempre: o sarà risolto o scoppierà con nuova forza.

Alexander Bibishev