IL CONFLITTO SIRIANO: UNA PARTITA (anche) FRA GIOCATORI ESTERNI, parte 2

Gli attori regionali e i loro interessi

Al fianco di Hezbollah, l’impegno dell’Iran nel conflitto siriano è tutto a sostegno delle forze governative. È doveroso ricordare che la famiglia di Assad è una delle più potenti all’interno della minoranza siriana degli alauiti, piccola numericamente ma molto influente in Siria, di confessione sciita e per questo legata alla Repubblica Islamica dell’Iran. Tuttavia, la Repubblica Araba Siriana pone le proprie basi non su questioni religiose, poiché la Siria è uno stato secolarizzato e pluriconfessionale in cui cristiani, musulmani sunniti e sciiti vivono a fianco gli uni degli altri, ma sul socialismo nazionale arabo, l’ideologia del partito del presidente, il Baath’ (il cui significato è rinascita). Questo ha dato uno stimolo per la minoranza etnica curda che risiede in Siria a reclamare maggiore autonomia e a controllare una buona fetta del territorio della Siria settentrionale al confine con la Turchia e impegnata a combattere lo Stato Islamico, a volte al fianco e a volte in opposizione alle forze governative.

La Turchia guarda alla Siria come area per espandere la propria influenza nella regione, insieme all’obbiettivo di eliminare e reprimere il più duramente possibile la presenza curda nell’area, sempre stata una minaccia per l’integrità dello Stato turco sin dalla sua transizione ad una forma di governo repubblicana nel 1923. Per fare ciò la Turchia ha più volte effettuato incursioni in territorio siriano e, spesso, ha offerto supporto a miliziani ribelli e gruppi terroristici, giungendo perfino a finanziare lo Stato Islamico acquistandone il petrolio sul mercato nero.

Per questioni di petrolio (ma non solo), all’interno del conflitto siriano partecipano anche Qatar e Arabia Saudita, attraverso il finanziamento, l’armamento e il supporto mediatico dei ribelli e delle milizie islamiste. Il Qatar, fido alleato degli USA, che dispongono sul territorio del piccolo Emirato della base aere di Al Udeid, la più grande del Golfo Persico, e della Gran Bretagna, a causa delle alte importazioni di combustibili fossili provenienti da questa piccola penisola (nel 2012 l’ammontare di gas qatariota importato dalla Gran Bretagna ammontava al 26% delle importazioni totali secondo l’Agenzia Internazionale dell’Energia), è stato accusato da Russia e Germania di finanziare i terroristi in Siria ed attraverso la propria emittente Al-Jazeera, e la web tv politicamente corretta AJ+, sua creatura molto popolare su Facebook (la cui pagina conta più di 9,3 milioni di sostenitori), dipinge i ribelli siriani e gli elmetti bianchi come organizzazioni umanitarie impegnate nella lotta contro la dittatura per la democrazia, quando, in realtà, mettono in atto vere e proprie operazioni di propaganda, se non islamista, quantomeno filo-occidentale e anti-siriana, tanto penetranti da riuscire a far vincere un Oscar al controverso documentario sui White Helmets. L’interesse del Qatar, insieme a quello dell’Arabia Saudita, è quello di costruire un gasdotto che dal Golfo Persico giunga direttamente in Europa senza dover passare dal Canale di Suez e, più in generale, dal Mediterraneo. Anche la Turchia ha interessi legati alla costruzione di questo gasdotto, dal momento che diverrebbe un transito cruciale per la redistribuzione dei fossili verso l’Europa.

Uno dei principali motivi per cui questo gasdotto è tanto voluto si rifà anche la possibilità di indebolire l’Iran, che perderebbe una grossa fetta di mercato (recentemente ristabilita dopo l’accordo sul nucleare) più o meno garantita dalle rendite petrolifere. Inoltre, la Siria rifiutò, nel 2009, di partecipare al progetto congiunto di Qatar e Arabia Saudita, per il quale è invece evidente l’interesse turco, mentre nel 2011 firmò un accordo con Iraq e Iran per la costruzione di un gasdotto che avesse come sbocco il Mediterraneo, ma come sorgente i giacimenti di metano persiani. Ciò sarebbe stato un colpo durissimo per Arabia Saudita e Qatar: dando uno sguardo alle date, possiamo capire molte cose, e come tantissime questioni siano intrecciate fra di loro. L’Arabia Saudita, insieme a Qatar e Turchia, è accusata di finanziare e non di combattere il terrorismo, mentre il suo ruolo nel supportare e armare i ribelli siriani è palese. Le milizie islamiste supportate dalla famiglia Saudita ne condividono l’ideologia confessionale, e peggio ancora, questa ideologia è condivisa dallo Stato Islamico stesso. L’Arabia Saudita è inoltre il primo acquirente di armi al mondo, e i suoi rivenditori sono soprattutto Francia, Italia, Germania, Gran Bretagna e Stati Uniti, uniti anche nel business generato dal terrorismo. Insieme ad Israele, l’Arabia Saudita è uno dei principali nemici dell’Iran, con il quale si sta contendendo la supremazia nella regione non solo in Siria ma anche nello Yemen. La rivalità con l’Iran deriva anche da motivazioni religiose, in quanto l’Arabia Saudita si rifà ad una visione estrema dell’Islam sunnita, il wahhabismo, mentre l’Iran è il più grande stato sciita al mondo. L’Arabia Saudita è inoltre alleato strategico degli Stati Uniti nel Golfo Persico, che garantisce loro il controllo su un’area da cui anche India e Cina si riforniscono, mentre l’Iran ha, come proprio alleato maggiore, l’erede del più grande nemico degli USA: la Russia.

L’interesse russo nel conflitto siriano ha ragioni geostrategiche: la Siria di Bashar al-Assad non solo è un alleato di vecchia data, ma rappresenta anche la possibilità russa di mantenere una flotta nel Mediterraneo senza dover attraversare costantemente il Mar Nero e gli stretti controllati dalla Turchia. In particolare, la Russia dispone di ben tre basi militari sul territorio siriano: la base navale di Tartus, presente fin dai tempi dell’Unione Sovietica, la base aerea di Humaymim, di recentissimo utilizzo, e la stazione d’ascolto di Lataqia. Oltre alla presenza nel Mediterraneo, la Russia può, attraverso il proprio coinvolgimento nel conflitto siriano, avere maggiore voce in capitolo all’interno di un’area che, fino a pochi fa, era sotto la quasi totale egemonia occidentale, con la sola eccezione dell’Iran.

Le operazioni condotte dalla Russia prevedono il supporto aereo per l’Esercito Arabo Siriano principalmente contro le postazioni ribelli e jihadiste, mentre gli scontri diretti con lo Stato Islamico avvengono principalmente in zone strategicamente rilevanti. La ragione è semplice: la prima minaccia per Assad non è il Daesh in sé, ma la ribellione, in quanto interessata ad averne la testa anche in ragione del supporto dei paesi NATO e delle Monarchie del Golfo, mentre il sedicente Stato Islamico rappresenta, per Assad, un nemico secondario (ma pur sempre un nemico) che deve essere combattuto ma che è schiacciato anche su altri fronti: quello settentrionale, dove combatte contro i curdi del Rojava, e quello orientale, dove si scontra con i Peshmerga e l’esercito iracheno. Sebbene contro lo Stato Islamico sia schierata anche la coalizione internazionale guidata dagli Stati Uniti, che supporta l’esercito iracheno allo stesso modo di quanto fa la Russia con quello siriano, è capitato che la stessa coalizione colpisse l’Esercito Arabo Siriano a Deir el-Zor, centro petrolifero controllato dai governativi, favorendo l’avanzata dell’ISIS. Non sarebbe inoltre la prima volta che la coalizione colpisce le truppe di Assad e, purtroppo, nemmeno l’ultima. Il lancio dei missili tomahawk ordinato dal Presidente Trump avrebbe favorito l’avanzata dei terroristi, mentre il supporto aereo russo, per quanto localizzato, li ha generalmente respinti. Questo ha consentito alla Russia di fregiarsi del titolo di baluardo contro il terrorismo, insieme alle truppe governative, utile da spendere soprattutto in politica interna. La Russia ha infine un interesse di fondamentale sicurezza: fare in modo che la regione sia stabile e cessi di essere una culla per il terrorismo internazionale. Anche la Russia, come la Siria e l’Iraq, combatte costantemente contro gruppi jihadisti domestici diffusi soprattutto nel Caucaso settentrionale, il cosiddetto Emirato del Caucaso. Dalla Russia e il resto della Comunità degli Stati Indipendenti, inoltre, provengono circa 10.000 foreign fighters, ed è nell’interesse della sicurezza nazionale che questi non tornino a combattere nel territorio della Federazione.

Sarebbe ingenuo, tuttavia, non considerare che anche la Russia ha forti interessi energetici nell’area, legati principalmente alla sua fornitura di gas verso l’Europa: nel 2014, l’Unione Europea importava ben 119 miliardi di metri cubi di gas naturale proprio dalla Federazione Russa, pari a circa il 42% delle importazioni totali. Alcuni paesi, in particolare i più russo-critici come i paesi baltici, ne dipendono fino al 100%. La costruzione di un gasdotto che possa trasferire ingenti risorse di combustibile fossile dalle monarchie del Golfo in Europa è vista dalla Russia come fumo negli occhi, non solo per questioni economiche ma soprattutto d’influenza geopolitica. È meglio che sia un alleato strategico come l’Iran ad esportare le stesse risorse, piuttosto come competitori rivali o addirittura nemici, quali Arabia Saudita e Qatar, e che la sicurezza energetica russa nei confronti dell’Unione Europea sia pesantemente compromessa, a vantaggio, invece, sia dell’UE sia della Turchia, che avrebbe anzi modo di rafforzare la propria influenza in Europa, soprattutto nei Balcani, dove la competizione tra Bruxelles, Mosca ed Ankara si fa sempre più dura.

Conclusione

Come descritto in questo articolo, il conflitto siriano assume le dimensioni una partita a Risiko dove i variegati interessi di numerosi attori esterni si sovrappongono e si scontrano. Interessi di carattere energetico, strategico, geopolitico ed ideologico si intrecciano in quella che è stata definita, con dubbio successo, la guerra dei trent’anni del Medio Oriente. Le differenze con i conflitti di religione che dilaniarono l’Europa moderna e che sfociarono nel sistema vestfaliano, però, sono numerose e, in realtà, più che per il richiamo a fedi religiose, tutti (o quasi) gli attori in campo e fuori campo sembrano seguire una logica più affine alla raison d’Etat. Certo questo porta a molte contraddizioni, soprattutto per quanto riguarda l’Europa: se è comprensibile come il supporto alle milizie ribelli e ad un cambio di regime possa portare ad una maggiore sicurezza energetica nei confronti della Russia – ma non ad una totale liberazione dalla sua influenza, in quanto le infrastrutture d’epoca sovietica presenti nell’Europa orientale non verranno certo sostituite, tantomeno il flusso di combustibile – risulta tuttavia difficile riuscire a capire come questa strategia venga favorita alla crescita del radicalismo islamico e degli attacchi terroristici entro i confini dell’Unione Europea, insieme alla crisi migratoria che sta distruggendo l’Unione stessa sia all’interno dei suoi Stati membri, con una situazione aggravata dal suo sovrapporsi alle preesistenti crisi economica e frattura Nord/Sud, sia sul fronte Est/Ovest, che l’ha portata a firmare il discutibile accordo sui rifugiati con la Turchia.

Ma l’Unione Europa, in realtà, non è nemmeno un vero giocatore in questo contesto, poiché la voce dell’Occidente è in realtà quella di Washington, alla quale Bruxelles (quartier generale sia di UE e NATO) si accoda. Gli Stati Uniti, come mostrato, hanno interessi mirati al rafforzamento dei propri alleati nella regione (Arabia Saudita, Qatar, Turchia e Israele) e all’indebolimento dei nemici di entrambi, cioè Iran e Russia, la cui alleanza passa anche per la questione siriana. La conflittualità con Teheran è evidente sotto moltissimi aspetti, dalle difficoltà legate alla questione del nucleare iraniano alla guerra in Yemen, mentre quelle con Mosca hanno radici storiche e geopolitiche radicate nella Guerra Fredda, persistenti fino ad oggi, forse, anche a causa del conflitto geopolitico fra Terra e Mare teorizzato da Carl Schmitt, che vedono nelle crisi ucraina e, parzialmente, siriana una loro escalation.

In seguito all’intervento statunitense dei primi di aprile, dopo il quale si temeva un intervento stile Iraq anche sul suolo siriano, sembra che le acque siano tornate ad essere un po’ meno turbolente. La soluzione al conflitto siriano può essere militare solo se applicata dal fronte governativo con la sconfitta totale della ribellione, delle milizie estremiste e dello Stato Islamico. Se la soluzione militare fosse invece operata dagli oppositori del regime (soprattutto attraverso un intervento statunitense), il risultato sarebbe una nuova Libia, catapultata in un contesto di caos assoluto senza nessuna forma di tutela per i civili, che avrebbe ripercussioni negative su tutta l’area circostante e, in particolare, l’Europa. L’alternativa alla soluzione militare, sebbene sia ancora più difficile da ottenere, esiste, ed è quella politica: il 3 e 4 maggio si terranno ad Astana, capitale del Kazakistan, nuovi colloqui di pace a cui anche il Qatar ha dato il suo sostegno, che seguiranno i recenti incontri di Teheran fra Russia, Turchia e Iran. Quale possa essere il risultato di queste negoziazioni, che hanno di fatto sostituito in importanza quelle di Ginevra, ancora non ci è dato saperlo. Sembrerebbe però che, fra gli attori esterni, siano proprio Mosca, Ankara e Teheran a fare da padrone. Almeno fino a quando Washington non cercherà di dire la propria, avendo già dimostrato, a suon di missili, che la sua opinione non può essere ignorata.

IL CONFLITTO SIRIANO: UNA PARTITA (anche) FRA GIOCATORI ESTERNI, parte 1

Il lancio dei missili Tomahawk ordinato da Donald Trump in merito alle sue preoccupazioni circa quanto successo all’inizio di Aprile ad Idlib, Siria, dovrebbe far suonare molti campanelli d’allarme. Non è la prima volta che Bashar al-Assad viene accusato di aver usato armi chimiche contro la popolazione civile, fatto poi smentito da inchieste successive che individuarono i responsabili nei ribelli siriani e nei gruppi terroristi oppositori del regime, con lo specifico obbiettivo di fornire un casus belli per un intervento degli Stati Uniti. Fallirono allora, ma sembra che ci stiano riprovando adesso, sempre mettendo a repentaglio le vite dei civili che vivono nelle zone da loro controllate. Per poter capire le dinamiche di questo conflitto, tuttavia, non basta incolpare senza uno straccio di prove il presidente siriano: La verità va ricercata un po’ più a fondo, andando ad analizzare e capire quali possono essere le sue cause, gli interessi delle parti coinvolte e gli effetti delle loro azioni.

Il contesto originario

Le radici della guerra civile siriana risalgono al 2011, quando in Nord Africa si assiste al fenomeno delle cosiddette “primavere arabe”. Queste consistettero principalmente in cambi di regime in Tunisia, Egitto e Libia, alcuni frutto di una spinta dal basso, come in Tunisia, l’unica primavera di successo, altri di pressioni esterne, come la Libia, trasformatasi dallo Stato africano con l’indice di sviluppo umano più alto dell’intero continente ad una landa priva di qualsivoglia ordine costituito, in cui il governo di cui l’Italia si è fatto garante è costretto ad esercitare le proprie funzioni in una base navale a Tripoli per l’incapacità manifesta di mantenere l’ordine sul territorio libico. Le stesse primavere arabe vanno a collocarsi in un contesto ben più ampio, ovvero quello della pratica del regime change, nota anche come “esportazione della democrazia”, applicata dagli Stati Uniti e dai loro alleati sin dalla “guerra globale al terrore” e l’intervento in Afghanistan del 2001, e duramente criticata anche da voci accademiche americane fuori dal coro come quella di John Mearsheimer.

Parallelamente a ciò che stava succedendo nel Nord Africa, il vento delle primavere arabe si spostò nel Levante per approdare in Siria, dove iniziarono una serie di proteste contro il regime di Assad, che represse duramente il dissenso della piazza. Un po’ come capitò in Libia, i clamori verso il pugno di ferro delle autorità siriane, accusate di violare i diritti umani dei manifestanti, giunse a prospettare la necessità di un intervento umanitario per fermare il massacro. Il casus belli, in Libia, fu l’assunzione di mercenari da parte di Gheddafi per combattere i gruppi in ribellione; in Siria, sarebbe stato l’uso di armi chimiche contro la popolazione, e la necessità di eliminare e distruggere queste armi chimiche (insieme al suo governo), sulla stessa falsa riga di quello che accadde nel 2003 con le armi di distruzione di massa di Saddam Hussein. Armi di distruzione di massa che non furono mai ritrovate e, viste le deboli prove presentate da Colin Powell al Consiglio di Sicurezza dell’Onu per giustificare l’invasione dell’Iraq, su cui si hanno addirittura dei dubbi riguardo la loro esistenza. In ogni caso, dopo la dura repressione esercitata da Assad, la piazza decise di reagire alla violenza con altrettanta violenza, imbracciando le armi e iniziando a combattere una guerra contro il governo.

I casi precedenti: l’ingerenza occidentale

Quando una piazza composta da cittadini comuni inizia a sparare contro il proprio governo significa che dispone di armi e addestramento per farlo. E per poter capire chi potrebbe avere avuto l’interesse ad armare ed addestrare una piazza non ci si può limitare ad analizzare i soli confini della Repubblica Araba Siriana, ma bisogna spingersi un po’ oltre. Per l’esattezza, la Siria si trova nel mirino di diversi attori, alleati e contrapposti per diverse ragioni, ma tutti quanti legati fra loro.

Guardando ai fatti più recenti e alle maggiori pressioni provenienti dall’esterno, uno degli attori senza dubbio interessati ad un cambio di regime in Siria sono gli Stati Uniti, con la partecipazione delle principali vecchie potenze coloniali europee: Gran Bretagna e Francia. Come detto in precedenza, la guerra civile siriana va collocata nel contesto delle primavere araba e dell’esportazione della democrazia operata dagli Stati Uniti e dai loro alleati fin dal 2001. Un forte parallelismo può essere individuato fra Assad e Gheddafi, dal momento che gli attori impegnati contro i Rais sono gli stessi. Nel 2011, gli interessi degli anglofrancesi furono di carattere principalmente economico, legato allo sfruttamento dei pozzi petroliferi in Libia che sarebbe stato ottenuto da Shell, British Petroleum e Total nel dopo Gheddafi, e a cui l’Italia si accodò nell’intervenire per non perdere una parte del bottino, che prima indirettamente possedeva già per intero. In questo contesto, gli Stati Uniti si fecero da patrocinatori dell’intervento, principalmente per due ragioni: Gheddafi era un dittatore, quindi non democratico, e in quanto tale andava eliminato, ed era, allo stesso tempo, un vecchio nemico degli Stati Uniti, i quali già durante gli anni ’80 cercarono di silurare – letteralmente – ma che grazie ad una soffiata italiana riuscì a salvarsi. D’altronde, gli USA furono ben contenti di levarsi dalla scarpa non un sassolino, ma un macigno come quello di Gheddafi, come dimostrato dalla gioia espressa dall’allora Segretario di Stato americano Hillary Clinton nel parafrasare Giulio Cesare esclamando: “We came, we saw, he died!”. Anche i britannici si presero una piccola vendetta, dal momento che Gheddafi finanziò, per un certo periodo, l’Irish Republican Army. Assad, allo stesso modo di Gheddafi, è un dittatore ed è nemico degli Stati Uniti, e persino alleato di Russia e Iran (questioni su cui torneremo in seguito).

Come si fece con Gheddafi e Saddam Hussein, gli Stati Uniti (ma più in generale l’Occidente), iniziarono ad accusare Bashar al-Assad di crimini contro l’umanità affinché fosse possibile far accettare all’opinione pubblica e alla comunità internazionale un intervento umanitario contro di lui. L’accusa, come già riportato, era legata all’uso di armi chimiche contro i civili. Un differenza cruciale ai casi precedenti, tuttavia, fu l’ingresso in scena della Russia di Putin, che propose di farsi consegnare tutte le armi chimiche negli arsenali siriani, con il benestare di Assad. In questo modo il casus belli per l’intervento in Siria venne a mancare e gli Stati Uniti furono costretti a ripiegare su altri fronti, ovvero il supporto diretto ai ribelli, che non solo fiancheggiarono diplomaticamente, ma  diedero vita anche a progetti finalizzati ad addestrarli con la scusa di combattere il sedicente Stato Islamico, nato, fra le altre cose, a causa dell’intervento americano in Iraq nel 2003. Allo stesso modo anche la Francia e la Gran Bretagna sono state accusate di aver dato il proprio supporto ai ribelli siriani, in particolare attraverso l’invio di consiglieri militari, ma non si tratta di nulla di dimostrato e, in realtà, il ruolo di Francia e Gran Bretagna è, in questo contesto, ben più sfumato e legato alle Monarchie del Golfo, inserite nel conflitto per l’egemonia nel Medio Oriente in corso fra Arabia Saudita, Iran, Turchia e, negli ultimi anni in maniera meno palese, Israele, che ci riconduce ancora una volta agli interessi americani nella regione.

Come è stato diffuso da Wikileaks, l’ex Segretario di Stato Americano Hillary Clinton sostenne, nelle sue famigerate mail, che “il miglior modo per aiutare Israele a far fronte con il crescente potenziale nucleare iraniano è aiutare il popolo della Siria a rovesciare il regime di Bashar al-Assad”. L’interesse americano va quindi legato anche alla protezione dell’unico stato del Medioriente che dispone di un vero e proprio arsenale atomico, nonché alleato strategico degli Stati Uniti da diversi decenni. Israele ha, per altro, storici rapporti di inimicizia con la Siria risalenti al 1948, quando la repubblica araba attaccò lo Stato ebraico dopo la sua dichiarazione d’indipendenza, e congelati sull’occupazione del Golan, territorio siriano sotto amministrazione militare israeliana, sin dalla Guerra dei Sei Giorni. Israele è inoltre in conflitto con Hezbollah, l’organizzazione paramilitare libanese di confessione sciita, che è direttamente finanziata dall’Iran e combatte in Siria al fianco delle forze di Assad.

Elia Bescotti

Siria: Bashar al-Assad fra rafforzamento e transizione

I documenti

“The Assad Files” è il titolo con cui The New Yorker ha aperto un reportage sul lavoro svolto per risalire ai documenti che proverebbero i crimini commessi dal governo di Bashar al-Assad contro la popolazione siriana. Dallo scoppio della guerra civile nel 2011, numerose sono state le accuse di violazione dei diritti umani rivolte contro i vertici siriani. La ricerca di prove è il passo indispensabile per scoprire il coinvolgimento effettivo del governo nelle operazioni di repressione del dissenso.

Con questa logica nel 2012 è stato fondato un organismo investigativo indipendente, la Commission for International Justice and Accountability (CIJA) – fra i cui finanziatori troviamo l’Unione Europea ed alcuni governi come quello britannico, tedesco, svizzero e candese. L’obbiettivo fin dall’inizio è stato quello di trafugare documenti ufficiali dalla Siria. Al momento sono state raccolte centinaia di migliaia di pagine di documenti, 600.000 delle quali si trovano già in Europa.

La CIJA è riuscita a portare fuori dalla Siria questa mole di documentazione grazie a disertori o funzionari governativi che lavoravano in segreto per l’opposizione.

Di particolare rilievo sono i documenti che riferiscono degli incontri di un Nucleo centrale di gestione della crisi, principale responsabile della soppressione dei disordini alla base della guerra civile. Il materiale raccolto mostrerebbe come Assad sia sempre stato al corrente delle decisioni del Nucleo, poiché la fase di implementazione non sarebbe stata possibile senza il suo consenso.

A tutto ciò si affianca la raccolta di testimonianze di oppositori, o sospetti tali, arrestati e sottoposti a torture per estorcerne confessioni. La CIJA spera di poter far testimoniare in futuro gli ex detenuti di fronte ad un tribunale penale internazionale.

Futuro oltre la linea rossa

Nello scenario attuale le incognite sono tuttavia molteplici. Assad può infatti ancora avvalersi del sostegno russo all’interno del Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite ed affidare il caso siriano alla giurisdizione della Corte Penale Internazionale sembra al momento impossibile.

Prima ancora di questo, il problema di fondo è l’incertezza sulla permanenza di Bashar al-Assad alla guida del governo siriano. Esemplare, a riguardo, è il procedere instabile dei colloqui di Ginevra. Già sospese in precedenza dall’inviato delle Nazioni Unite Staffan de Mistura, le discussioni sono state di nuovo interrotte il 18 Aprile dall’Alto comitato per i negoziati, che rappresenta l’opposizione siriana ai colloqui. Secondo l’Alto comitato, premessa indispensabile per giungere ad un accordo è porre le basi per una transizione politica. Il governo siriano invece non si è mai mostrato intenzionato a porre sul piatto dei negoziati una possibile transizione; le priorità sono in primis la lotta al terrorismo e il rafforzamento dell’unità nazionale.

È su questo punto che si gioca il destino della Siria. Dopo il fallimento della retorica della “linea rossa” lanciata da Obama, non è più chiaro se prevarrà la ricerca di un’alternativa ad Assad o il rafforzamento dello stesso in chiave anti Daesh. In molti temono un esito simile a quello libico, ma appare lecito domandarsi se le similitudini fra le due situazioni siano così marcate. È soprattutto indispensabile tenere conto degli attori in gioco in Siria, senza scadere nella semplificazione che riduce tutto alla contrapposizione fra Assad ed alleati russi da un lato e Daesh dall’altro. Alcuni “scomodi” vicini come Turchia, Arabia Saudita e l’Iran alleato di Assad, per esempio, difficilmente rinunceranno ad avere una voce in capitolo nei futuri sviluppi politici.

In questo contesto, la comunità internazionale appare più che mai incerta su come agire. Se la soluzione diplomatica viene incoraggiata, sembra difficile prevederne il successo senza una minima base di accordo sui principi che devono ispirare i negoziati.

Elena Cammilli