La pratica del regime change: la politica estera statunitense in Medio Oriente vista da John Mearsheimer

Nel mondo accademico americano, e più in generale quello occidentale, è raro trovare voci dissidenti con quella che è stata la pratica dell’esportazione della democrazia a stelle e strisce all’esterno del “mondo libero”. Una di queste voci è quella di John Mearsheimer, professore dell’Università di Chicago e padre della teoria delle relazioni internazionali del realismo offensivo, che ha avuto il coraggio di ammettere, senza alcuna vergogna o remora, che la politica statunitense del regime change (ovvero del cambio di regime) si è rivelata un fallimento su tutti i fronti, dalla destabilizzazione di governi prima solidi, all’impossibilità di democratizzare i paesi vittima della loro politica, fino all’aver aggravato la minaccia terroristica dando vita allo Stato islamico. L’argomento è stato trattato, in particolare, in una serie di conferenze che il professore ha tenuto a MGIMO, l’Istituto Statale di Mosca di Relazioni Internazionali nell’ottobre del 2016.

Dal 2011, ha spiegato, la politica estera statunitense nel Medio Oriente è stata caratterizzata da “un disastro dopo l’altro”, fallendo praticamente ogni volta che la pratica del regime change è stata applicata. Mearsheimer individua tre aree strategiche per la sicurezza e l’azione estera degli Stati Uniti, sempre tenendo ben presente che la più importante è ovviamente l’emisfero occidentale, ovvero le Americhe, all’interno del quale non devono nascere altre grandi potenze o non deve esserci alcuna interferenza esterna, in base a quanto dichiarato unilateralmente con la Dottrina Monroe (alla quale il giurista Carl Schmitt si ispirò per spiegare il concetto di Grande Spazio): in ordine d’importanza abbiamo l’Europa occidentale, l’Asia nord orientale e il Golfo Persico. Le ragioni sono presto dette: l’Europa occidentale è il luogo in cui le grandi potenze, almeno a partire dall’età moderna, si sono sempre concentrate; l’Asia nord orientale è dove grandi potenze in grado di competere con gli Stati Uniti ci sono state, ci sono ancora e continueranno ad esserci in futuro (URSS/Russia; Giappone; Cina); il Golfo Persico per una ragione semplicissima: il petrolio, di cui gli USA sono secondo produttore e primo consumatore mondiale, e il cui controllo risulta strategico per influenzare la sicurezza energetica del mondo intero e, in particolare, delle grandi potenze emergenti come Cina ed India che si riforniscono principalmente proprio da quell’area.

Il punto cruciale però qui è un altro: riconosciute queste aree strategiche, possiamo anche definire anche quali aree non sono strategiche per la sicurezza degli Stati Uniti. A conti fatti, secondo Mearsheimer, Siria, Egitto e Israele non sono aree d’interesse strategico per gli Stati Uniti. Inoltre, l’Europa occidentale è destinata a scendere al terzo posto quale area d’interesse strategico visto il declino endemico a cui le potenze europee sono sottoposte da circa un secolo a questa parte, mentre l’Asia, che a causa della Cina sarà coinvolta nella sua intera parte orientale, e non solo a nord, è destinata a salire al primo (la teoria del “pivot to Pacific” lo dimostra) e il Golfo Persico al secondo. Le aree su cui, a nostro avviso, la stessa amministrazione Trump si concentrerà di più. Come già accennato, inoltre, l’area del Golfo Persico sarà d’importanza cruciale per gli Stati Uniti proprio per il rifornimento energetico della Cina stessa la quale, ad oggi, attinge il 25% delle proprie risorse petrolifere proprio da lì. E la share è destinata ad aumentare. Allo stesso mondo l’India, mentre l’Europa sarà lasciata in disparte poiché non costituisce una minaccia competitiva agli USA in termini di sicurezza.

Le radici della politica del regime change sono individuabili sin dall’intervento americano in Afghanistan nel 2001. Da questo punto di vista non c’è differenza fra Bush figlio e Obama: Afghanistan, Iraq, Libia, Siria ed Egitto si sono rivelati cinque fallimenti su cinque tentativi attivi compiuti. Quella in Afghanistan si è rivelata la guerra più lunga in cui gli Stati Uniti siano stati mai coinvolti: le finanze americane dissipate per questa guerra sono state persino superiori a quelle spese per attuare il Piano Marshall. Inoltre, i Talebani controllano ancora un settimo del territorio afghano, e lo Stato islamico in Afghanistan sta diventando un attore non statale non trascurabile in questo scenario. Per quanto riguarda l’Iraq sembra quasi inutile dirlo: prima che Saddam Hussein venisse estromesso dal potere non v’era alcuna forma di terrorismo nell’area, mentre il paese è oggi diviso in tre parti, ovvero l’area araba del Golfo a maggioranza sciita, il Kurdistan iracheno nel nord del paese e l’area a maggioranza sunnita governata dallo Stato Islamico, in cui buona parte degli ufficiali e dei funzionari di Saddam Hussein operano tutt’oggi al suo fianco.

In Siria gli Stati Uniti sono profondamente coinvolti nel tentativo di rovesciare Assad sin dal 2005 e le primavere arabe del 2011 sono state solo il momento in cui quest’ingerenza si è tradotta in una guerra aperta contro il regime attraverso l’addestramento e il finanziamento delle milizie ribelli alleate a gruppi islamisti locali o stranieri. Il risultato è stata la morte di moltissimi siriani, la crisi dei rifugiati con flussi consistenti sia verso l’Europa sia, soprattutto verso i paesi limitrofi (Giordania e Libano su tutti) e 7 milioni di rifugiati interni, per un paese che di popolazione conta 23 milioni di persone. A questi si aggiungono la persecuzione dei cristiani e delle altre minoranze etniche e religiose, prima tutelate dal regime, ad opera dei gruppi islamisti e dello Stato Islamico stesso, che dall’Iraq è penetrato in Siria grazie al vuoto di potere lasciato dal governo nell’area orientale del Paese.

Situazione simile, se non addirittura peggiore, il Libia, in cui il rovesciamento di Gheddafi ha determinato anarchia e caos in tutto il paese. Per quanto il piano per la Libia fosse principalmente opera degli anglo-francesi, interessati a spartirsi le risorse petrolifere del paese africano con l’indice di sviluppo umano più alto del continente nero (almeno fino ad allora) a scapito del tradizionale partner italiano, la ragione per cui gli Stati uniti supportarono l’intervento fu essenzialmente politica, per poter imporre la democrazia in un paese governato da un dittatore tanto odiato dall’allora Segretario di Stato Hillary Clinton almeno quanto Madeleine Albright aveva odiato, ai tempi della guerra del Kosovo, Slobodan Milosevic. Ironicamente, laddove gli Stati Uniti vollero imporre il rispetto delle norme e dei diritti sia internazionali sia umani, finirono per violarli entrambi, effettuando, come in Serbia, un intervento militare aereo mai autorizzato. Vi è infine l’Egitto, dove dopo la cacciata di Mubarak, dittatore per altro filo-occidentale, venne democraticamente eletto il “faraone” Mohammed Morsi, vicino alla Fratellanza Musulmana, partito politico di chiara impostazione islamista e vicino a diverse milizie jihadiste e gruppi terroristici, a sua volta estromesso dal potere attraverso il colpo di Stato militare guidato dal generale al-Sisi. In pratica la democrazia, in Egitto, non è mai pervenuta.

Il risultato è stato il fallimento di cinque obbiettivi su cinque, l’incremento della minaccia terroristica di matrice islamista, l’acuirsi del conflitto fra sciiti e sunniti nello scontro fra Arabia Saudita ed Iran per l’influenza della regione, la crisi dei rifugiati ed un altissimo numero di vittime. Tuttavia il puzzle non è ancora completo, poiché ci sono ancora tre attori da considerare: Israele, l’Iran e lo Stato islamico. Per quanto riguarda il primo, visto lo sviluppo delle politiche regionali, la debolezza dei suoi nemici e la lenta e inesorabile convergenza con le monarchie del Golfo su obbiettivi di politica estera, la soluzione che prevedeva la creazione di due Stati, con l’indipendenza di quello palestinese, è ormai da dimenticare: una grande Israele è ormai una certezza, col completo controllo della Cisgiordania e, se necessario, della Striscia di Gaza da parte delle autorità israeliane. Israele si trasformerà in uno stato in cui vigerà un regime di apartheid e la minaccia terroristica non farà altro che incrementare a causa della ribellione interna palestinese. L’Iran, il quale può essere considerato l’unico “successo” dell’amministrazione Obama visto il raggiungimento dell’accordo sul nucleare (che comunque il presidente Trump è intenzionato a smantellare, così come lo era anche la Clinton), se oggi non è una minaccia l’influenza degli Stati Uniti nel Golfo Persico, non è escluso che lo sia in futuro: se l’Iran non si sentirà sicuro dopo la scadenza dell’accordo, la repubblica islamica riprenderà lo sviluppo della propria deterrenza nucleare. E, visti i recenti sviluppi sul fronte americano e israeliano, questo futuro sembra quello più plausibile. Infine, qual è il destino dello Stato islamico? La strategia degli Stati Uniti rispetto al Daesh è stata, almeno fino all’elezione di Donald Trump, strettamente interconnessa con il rovesciamento di Assad, quasi che l’ISIS fosse un ingovernabile strumento per impedire al regime di acquistare forza. L’obbiettivo degli Stati Uniti è in realtà l’eliminazione di entrambi, ma vista il sostegno di Russia, Iran e Hezbollah (e di recente anche dell’Egitto) al presidente siriano, gli Stati Uniti dovranno rassegnarsi ad eliminare solo l’ISIS a meno che non vogliano giungere ad una guerra per procura con Mosca. In ogni caso, anche con la sconfitta dello Stato Islamico, la minaccia terroristica rimarrà sempre presente, poiché questo si atomizzerà e si riorganizzerà in cellule o agirà attraverso lupi solitari, così come ha fatto e fa Al-Qaida, così come ha fatto e continua a fare parallelamente lo Stato islamico stesso.

Elia Bescotti

Stati Uniti: i profili dei candidati repubblicani

Donald Trump

Donald John Trump è nato il 14 giugno 1946 nel Queens, New York, da una famiglia facoltosa. La madre, Mary Anne Trump, è di origini scozzesi, mentre il padre, Frederik Christ Trump, importante imprenditore immobiliare, proviene da una famiglia di immigrati tedeschi, divenuti cittadini statunitensi nel 1982. A causa di problemi comportamentali, a tredici anni Donald Trump abbandona la scuola e viene iscritto dai genitori alla New York Military Accademy, dove ottiene diversi riconoscimenti. In seguito frequenta la Wharton School of Business all’Università della Pennsylvania, iniziando allo stesso tempo a lavorare nella compagnia del padre, Elisabeth Trump & Son.

La sua carriera da imprenditore immobiliare inizia nel 1962, quando da vita al progetto per un complesso di appartamenti in Ohio, ma sarà poi trasferendosi a Manhattan qualche anno più tardi che verrà coinvolto in progetti sempre più importanti. Trump diventa per la prima volta noto all’opinione pubblica nel 1973, quando lui e il padre vengono accusati dal Dipartimento di Giustizia di aver violato il Fair Housing Act, atto federale intento a proteggere acquirenti e affittuari da discriminazioni da parte dei proprietari, a causa della divulgazione di falsi annunci riportanti la scritta “No vacancy” o l’imposizione di affitti più elevati nei confronti di soggetti appartenenti a determinate minoranze razziali.

Intorno al 1988, in seguito ad un cattivo investimento nel Taj Mahal Casinò ad Atlantic City, New Jersey, e a successivi casi di bancarotta, Donald Trump si trova di fronte a gravi problemi finanziari, i quali vengono superati verso l’inizio degli anni Duemila grazie al cospicuo lascito del padre Frederik, il quale morì nel 1999. In questo periodo infatti, il nuovo magnate immobiliare newyorkese inizia ad investire nei Paesi arabi, diventando comproprietario di alcuni complessi alberghieri negli Emirati Arabi Uniti. E’ questo il momento in cui Trump inizia ad aprirsi verso nuovi settori quali l’energia, diventando il più importante testimonial della multinazionale delle telecomunicazioni e dell’energia ACN Inc, e la televisione; per quanto riguarda quest’ultima in particolare, egli finanzia la “World Wrestling Entertainment” (WWE) per diversi anni, prendendo anche parte a diversi eventi, e promuove la realizzazione di un nuovo reality show di cui fu protagonista, “The Apprentice”.

Fino a quel momento Donald Trump non si era mai dimostrato particolarmente attivo in politica, ma nel 2008, durante una sua partecipazione al “Larry King Live”, ufficializza il suo appoggio al Senatore John McCain, candidato alle presidenziali dello stesso anno e poi battuto da Barack Obama. Durante la campagna del 2008 e quella di ri-elezione del 2012, si pensa che Trump sia stato uno dei maggiori esponenti del Movimento “Birther”, gruppo che sosteneva il Presidente Obama non fosse nato sul suolo statunitense, e dunque, sotto l’articolo 2 della Costituzione degli Stati Uniti, sarebbe stato considerato ineleggibile.

Il 16 giugno del 2015, dalla Trump Tower nella V Strada di Manhattan, Donald John Trump annuncia formalmente la sua candidatura alle elezioni presidenziali del 2016, tramite le seguenti parole:

Ladies and Gentlemen, I am officially running for President of the United States, and we are going to make our coutry great again”

Durante il suo discorso, il futuro candidato repubblicano tocca già tutti i punti chiave della sua campagna, che sono i seguenti:

  • Lotta all’immigrazione: è nelle intenzioni di Trump, oltre alla riforma in senso più stringente delle norme che regolano l’introduzione di stranieri nel Paese, la costruzione di un muro al confine meridionale tra Stati Uniti e Messico e, secondo il suo progetto, dovrà essere proprio il Messico a pagare per la sua costruzione.

  • Riforma dell’assistenza sanitaria: la sanità statunitense dovrà seguire i principi del libero mercato ma allo stesso tempo dovrà essere più accessibile e migliorare la qualità delle cure a disposizione dei cittadini.

  • Rapporto commerciale Usa – Cina: Trump vuole portare la Cina al tavolo delle trattative dichiarandola un “manipolatore di valuta”, vuole proteggere gli investimenti americani costringendo la Cina a rispettare le leggi sulla proprietà intellettuale, e vuole, infine, rilanciare la produzione americana mettendo fine alle sovvenzioni alle esportazioni illegali della Cina.

  • Secondo emendamento sul possesso di armi: è intenzione del candidato repubblicano rinforzare le leggi che permettono il possesso di armi e difendere i diritti dei legali possessori.

All’inizio della sua campagna, Donald Trump non veniva considerato un reale sfidante per la nomina di candidato repubblicano alle elezioni presidenziali. Tuttavia, fin dai primi appuntamenti in Iowa, New Hampshire e South Carolina, il magnate newyorkese ha riscosso un notevole successo, nonostante i candidati del Partito fossero ben nove. In seguito ad una sua ulteriore vittoria in Indiana il 3 maggio anche l’ultimo sfidante, Ted Cruz, ha abbandonato la corsa che porterà alla Convention Repubblicana, che si terrà dal 18 al 21 luglio a Cleveland, Ohio, cedendo “sulla carta” la carica di candito del Partito repubblicano alla Presidenza degli Stati Uniti d’America a Donald John Trump.

Valeria Conti

Stati Uniti: i profili dei candidati democratici

Hillary Clinton

Hillary Rodham Clinton, nata nel 1946 a Chicago, Illinois, cresciuta in una famiglia conservatrice, matura le sue prime esperienze in campo politico lavorando come volontaria per il candidato repubblicano Barry Goldwater durante la campagna presidenziale del 1964; sarà poi negli anni successivi, frequentando l’Università di Legge di Yale, che diventerà sempre più attiva politicamente. In questi anni, infatti, i suoi interessi si concentrano sempre di più sui diritti della famiglia e dei bambini, passione che la porta, terminata l’università, a lavorare per il Children’s Defence Fund, associazione nata dai Movimenti per i Diritti civili, con l’intento di portare il Governo statunitense a migliorare le proprie politiche nei confronti dei bambini.

Hillary continua a ad interessarsi agli stessi temi negli anni successivi in qualità, prima, di First Lady dell’Arkansas, poi, di First Lady degli Stati Uniti d’America in seguito all’elezione del marito Bill Clinton alla Casa Bianca nel 1992. Soprattutto in questi anni, si focalizza su una vastità di altri temi, compreso quello dall’assistenza sanitaria, avendo ricevuto dal Presidente l’incarico di presiedere la task force sulla National Health Care Reform nel 1993.

La sua carriera diplomatica ottiene un ulteriore slancio nel 2000 quando viene eletta al Senato tra le fila del Partito Democratico. Pronunciato il giuramento il 3 gennaio 2001, il senatore Clinton prosegue continua a lavorare per la riforma sanitaria, e rimane concentrata su temi sociali, quali i diritti dei bambini. Durante questi anni presta servizio presso diverse commissioni senatoriali, tra le quali il Comitato per i Servizi Armati. In seguito agli attentati dell’11 settembre 2001, è stata una grande sostenitrice dell’invasione dell’Afghanistan guidata dagli Stati Uniti, nonostante fosse cresciuto, successivamente, il suo criticismo verso la gestione della guerra in Iraq da parte dell’allora Presidente George W. Bush.

L’anno successivo Hillary ha annunciato che si sarebbe candidata alla nomination presidenziale del Partito Democratico per il 2008. La sua è stata una campagna altalenante, con dure sconfitte in un primo momento, seguite dalla vincita di stati importanti come la California, Massachusetts e New York, ma nonostante questo, non è riuscita a guadagnare un vantaggio su Barack Obama per quanto riguarda il numero di delegati congressuali. Obama, infatti, ha vinto 11 stati consecutivi in seguito al Super Tuesday del 5 febbraio, e ciò gli ha permesso di diventare il nuovo favorito per la nomination. In seguito, la grande sconfitta nella Carolina del Nord ai primi di maggio, ha inciso gravemente sulla possibilità di Hillary di guadagnare delegati sufficienti a superare il suo sfidante prima delle primarie finali nel mese di giugno. Quest’ultimo, infatti, il 27 agosto, si è assicurato ufficialmente la nomina del partito presso la Convention nazionale democratica a Denver, vincendo successivamente le elezioni presidenziali del 4 novembre del 2008.

Nello stesso anno, Obama investe Hillary del ruolo di Segretario di Stato, venendo poi confermata dal Senato nel gennaio 2009. Durante il suo mandato, la Clinton si concentra in particolar modo sul miglioramento delle relazioni estere degli Stati Uniti. Si dimette dal suo incarico nel 2013 e viene sostituita dall’ex senatore del Massachusetts, John Kerry.

Nell’aprile del 2015 Hillary Rodham Clinton annuncia di voler concorrere alle elezioni presidenziali degli Stati Uniti del 2016, diventando subito la favorita per la nomination democratica. Tuttavia, durante la sua campagna affronta una sfida inaspettata, il candidato Bernie Sanders, senatore del Vermont, il quale si è auto-definito un “socialista democratico“. La Clinton, ha inizialmente faticato a contrastare le politiche populiste di Sanders, criticando i suoi piani e sostenendoli irrealistici. Hillary, d’altro canto, sponsorizza durante la sua campagna i tradizionali obiettivi democratici, in particolare:

  • Tasse e salari: aumento delle tasse per cittadini ad alto reddito ricchi; concessione di sgravi fiscali per le famiglie lavoratrici; creazione di posti di lavoro ben retribuiti tramite l’investimento sulle infrastrutture; aumento del salario minimo.

  • Riforma dell’immigrazione: varo di una pratica riforma sull’immigrazione che possa creare un percorso chiaro verso l’ottenimento della cittadinanza; chiusura dei centri di detenzione privati per gli immigrati.

  • Politica estera: difesa dei valori fondamentali americani; sconfitta dell’ISIS, del terrorismo globale e delle ideologie che lo guidano; rafforzamento delle attuali alleanze politiche e creazione di nuove relazioni al fine di affrontare insieme sfide comuni, quali il cambiamento climatico, le minacce informatiche e le malattie altamente contagiose.

Rimangono comunque persistenti i temi sociali sostenuti dalla Clinton nei precedenti anni della sua carriera politica:

  • Educazione infantile: investire in programmi di prima infanzia; assicurarsi che ogni bambino dai quattro anni in su abbia libero accesso ad una scuola materna di alta qualità; fornire assistenza medica ai bambini.
  • Assistenza sanitaria: difendere l’Affordable Care Act; controllare l’aumento dei prezzi dei farmaci su prescrizione e ritenerne legalmente responsabili le case farmaceutiche; tutelare l’acceso delle donne all’assistenza sanitaria riproduttiva, compresa la contraccezione e l’aborto legale.

Attualmente Hillary possiede i voti di 1.941 delegati, inclusi quelli dell’ultima vittoria alle primarie di New York tenutesi il 19 aprile, mentre lo sfidante Sanders è a quota 1.191. Mancano ancora venti appuntamenti prima di giungere alla Convention democratica che avrà luogo tra il 25 e il 28 luglio.

Valeria Conti