Gli Stati Uniti nell’era Trump: intervista a Francesco Costa

Ad un anno e mezzo dall’insediamento di Trump alla Casa Bianca, cerchiamo di analizzare la politica e la società statunitensi con Francesco Costa, vicedirettore de Il Post ed esperto della politica americana.

Intervista a cura di Fabio Seferi

 

Iniziamo tirando un po’ le somme sull’amministrazione Trump. Ad un anno e mezzo dal suo insediamento alla Casa Bianca, possiamo dire che non ha raccolto molti consensi in quanto a politiche partendo dal c.d. Muslim Ban, al rapporto con i media e le fake news, l’influenza russa ecc. Quindi, un anno e mezzo dopo che voto possiamo dare a questa amministrazione?

Il voto dipende molto da quello che si chiede a questa amministrazione. Ovviamente chi ha votato Trump è molto contento e quindi darà un voto molto alto; chi non lo ha votato invece no. Rispetto agli effetti dei suoi provvedimenti da un punto di vista oggettivo, se possibile, probabilmente è troppo presto. Per esempio, il più grande successo legislativo di Trump è stata l’approvazione della riforma fiscale: è entrata in vigore alla fine del 2017 e gli effetti ancora non si vedono. C’è da considerare anche che l’economia statunitense è enorme, è un’economia grande molto più di quella europea, che coinvolge 300 milioni di persone. Quindi gli effetti di questa riforma, buoni o cattivi, si vedranno più avanti. Lo stesso vale per i dazi: la sola introduzione dei dazi ha reso molto felici i sostenitori di Trump. Però gli stessi sono stati molto criticati dagli oppositori. Ma stanno funzionando o no? Anche questo evidentemente è un po’ presto per dirlo. Perché non sappiamo ancora quanto le importazioni statunitensi stiano soffrendo per i contro-dazi della Cina, non sappiamo se davvero sia stata rilanciata l’occupazione nel Midwest, la regione negli Stati Uniti che ha sofferto di più dal punto di vista economico la concorrenza delle imprese straniere. Quindi, secondo me, dal punto di vista di un osservatore esterno la cosa più saggia sarebbe sospendere per il momento il giudizio per quello che riguarda la politica interna. Sulla politica estera si può fare già un discorso più concreto, perché il rifiuto della firma dell’accordo di Parigi e la violazione di fatto dell’accordo sull’Iran sono due momenti che hanno avranno delle conseguenze molto profonde e che sicuramente, secondo me, rendono il mondo un posto meno sicuro di quello che era prima.

 

Soffermiamoci di più sulla politica estera. All’inasprimento dei rapporti con l’Iran ha fatto da contraltare una distensione dei rapporti con la Corea del Nord, che sarebbe sembrato impossibile fino a pochi mesi fa. Ci troviamo di fronte ad una situazione strana: l’amministrazione Trump ha influenzato la possibile risoluzione del conflitto nella penisola coreana, mentre di fatto ha anche causato una minaccia alla sicurezza nazionale dal nulla (con l’uscita dall’accordo per il nucleare iraniano).

Sono due scenari e due contesti molto diversi. L’accordo sull’Iran era osteggiato dai conservatori americani ma anche soprattutto da Israele. Il partito repubblicano è molto legato ad Israele e alle sue posizioni. Un paio di anni fa hanno invitato Netanyahu, il quale ha tenuto un discorso molto applaudito al Congresso in cui questo accordo veniva contestato. Per quello che sappiamo noi, però, questo accordo con tutti i suoi limiti era un accordo che funzionava. Non si basava sulla fiducia, si basava sulle sanzioni più rigide e severe che possano essere mai introdotte in un accordo del genere. Era un accordo che non coinvolgeva solo gli Stati Uniti ma anche l’Europa. Quindi con la reintroduzione di queste sanzioni e, soprattutto, con il rischio più che mai concreto che in Iran la fazione dei conservatori, più vicini all’Ayatollah, abbia la meglio nelle prossime elezioni, l’ipotesi di destabilizzazione dell’area è molto concreta per tutti. La situazione della Corea del Nord è ancora di difficle lettura, nel senso che non è avvenuta tuttora una pacificazione, ma solo dei gesti simbolici molto importanti ma che simbolici rimangono. Nessuno ha capito nemmeno perché sia successo, perché Kim Jong-un ed il regime della Corea del Nord da un giorno all’altro sono passati dal fare i test missilistici a mandare segnali distensivi. C’entrano sicuramente le pressioni della Cina, anche se Cina e Stati Uniti non sono in ottimi rapporti. Probabilmente c’entra anche una notizia che è uscita nei giornali ma di cui si è parlato poco, cioè che il sito nucleare della Corea del Nord, che Kim Jong-un chiuderà con una grande cerimonia alla fine del mese, è andato distrutto durante un incidente. Quindi loro hanno perso le proprie strutture e dopo hanno dato segnali relativi ad una possibile pace. Io aspetterei prima di essere ottimista su quella risoluzione della crisi, naturalmente sperando che invece si avveri.

 

Ritornando alla politica interna, quest’anno è importante perché ci sono le midterm elections (elezioni di metà mandato) a fine anno. Dobbiamo aspettarci un cambio dello spettro politico statunitense in queste elezioni?

Può esserci un grosso sconvolgimento, ma non è detto che sia una sorpresa. La storia americana ci dice che, salvo alcuni casi davvero eccezionali, alle elezioni di metà mandato il corpo elettorale è molto diverso da quello delle elezioni presidenziali. Sappiamo anche, di nuovo ce lo dice la storia, che nelle elezioni di metà mandato il partito del Presidente va quasi sempre male e perde quasi sempre molti seggi. Quindi io credo, salvo sorprese naturalmente, che i democratici otterranno una certa vittoria alle elezioni di metà mandato. Poi bisognerà vedere quanto larga ed è una cosa non da poco perché i democratici potrebbero riconquistare la maggioranza alla Camera ma magari non al Senato, o viceversa. Oggi sarebbe più facile che la ottengano alla Camera e non al Senato. Di quanto possa essere larga questa vittoria è tutto da vedere. Però i democratici sicuramente recupereranno dei seggi. Credo però che questo non ci dica granché in vista delle presidenziali del 2020. E’ sempre stato così: in America le midterm le vince sempre il partito d’opposizione perché tutte le elezioni che arrivano a metà di una fase di governo, anche in Europa, vedono il governo un po’ affaticato e i suoi sostenitori un po’ logori. Le presidenziali sono tutta un’altra storia, altre regole, altri candidati, altro clima generale. Cambia proprio tutto.

 

Parlando di presidenziali, appunto, c’è già qualcuno in campo democratico pronto a raccogliere la sfida? Un’altra domanda correlata riguarda il ruolo di Paul Ryan all’interno dell’establishment repubblicano, il quale aveva detto che non avrebbe concorso per la rielezione e non sarà più Speaker of the House (Presidente della Camera): l’establishment repubblicano sta forse cercando di tenersi Paul Ryan in disparte per poterlo usare poi come carta per le presidenziali?

Innanzitutto bisogna tenere presente che in America i partiti non esistono davvero, nel senso che sono le persone a fare i partiti, non è che ci sia un consiglio direttivo dei repubblicani che prende le decisioni strategiche, o di linea, o sui candidati. Paul Ryan ha evidentemente deciso di farsi da parte. Credo non perché punti o miri alle elezioni del 2020 naturalmente, ma perché è ancora molto giovane e quel ruolo lì è un ruolo molto logorante. Poi Paul Ryan perderebbe comunque il ruolo di Speaker della Camera a novembre. Lui così facendo si tira fuori, schiva questo proiettile e aspetta magari il 2024 o un’altra situazione per lui favorevole. Rispetto alla questione dei democratici: si stanno muovendo sì, in parecchi. Credo che saranno sempre di più anche perché la vittoria probabile alle elezioni di metà mandato e la fragilità di un candidato come Trump, che comunque è un candidato che ha vinto le elezioni nel 2016 per un incidente della storia – ha preso 3 milioni di voti in meno di Hillary Clinton, ha vinto il Michigan per 10 mila voti – dà forza e coraggio a molti democratici che ci proveranno, pensando di farcela con una relativa facilità. Secondo me però rischiamo di sottovalutare Trump, il quale non è per niente battuto in partenza, anche perché gli americani tendono a rieleggere i propri Presidenti. Trump ha comunque una base elettorale molto consolidata, che si informa solo da fonti di parte e che è distribuita sul territorio statunitense in un modo più razionale e più utile nel senso delle regole delle elezioni rispetto alla base elettorale del Partito Democratico.

 

Secondo te qual è il problema più grande che affligge la società americana? Ovviamente una lista di questi problemi contiene senz’altro il controllo delle armi, la situazione delle minoranze, la grande diffusione degli oppioidi, la situazione della Rust Belt (regione degli Stati Uniti in cui sono concentrate tutte le vecchie aziende industriali e manifatturiere), giusto per citarne alcuni.

Sicuramente sono quattro grossi problemi. Io ti direi uno che abbraccia almeno un paio di quelli che hai citato tu e non è un problema in sé ma lo diventa: l’America è un paese che diventa ogni anno che passa sempre meno bianco, sempre più etnicamente variegato. Nel Sud soprattutto, la parte a sudest diventa sempre più popolata da afroamericani; la parte a sudovest sempre più popolata da latinoamericani. Questo grande cambiamento, che è un cambiamento che porta anche molta vitalità nella forza lavoro e nella cultura statunitensi, naturalmente viene visto come minaccioso e preoccupante da parte di moltissimi bianchi i quali vedono perdere il loro status, vedono cambiati i loro quartieri e le loro città. Questo conflitto è alla base di tanti conflitti economici, che hanno a che fare con l’immigrazione ecc. La risoluzione di questi conflitti in un paese fortemente diseguale come gli Stati Uniti ha delle ricadute anche sull’economia, per esempio nella Rust Belt stessa o sulla stessa epidemia degli oppioidi che colpisce certe zone e certe frazioni demografiche in particolare; non parliamo delle armi, la carcerazione – l’America è il paese con il più alto tasso di carcerati in base alla popolazione tra i paesi sviluppati; i carcerati americani sono in grandissima maggioranza afroamericani. Quindi su tutto ti direi la questione razziale. Mi sembra che la questione razziale sia alla base di moltissimi, non tutti, ma moltissimi problemi che oggi hanno gli Stati Uniti.

IL CONFLITTO SIRIANO: UNA PARTITA (anche) FRA GIOCATORI ESTERNI, parte 2

Gli attori regionali e i loro interessi

Al fianco di Hezbollah, l’impegno dell’Iran nel conflitto siriano è tutto a sostegno delle forze governative. È doveroso ricordare che la famiglia di Assad è una delle più potenti all’interno della minoranza siriana degli alauiti, piccola numericamente ma molto influente in Siria, di confessione sciita e per questo legata alla Repubblica Islamica dell’Iran. Tuttavia, la Repubblica Araba Siriana pone le proprie basi non su questioni religiose, poiché la Siria è uno stato secolarizzato e pluriconfessionale in cui cristiani, musulmani sunniti e sciiti vivono a fianco gli uni degli altri, ma sul socialismo nazionale arabo, l’ideologia del partito del presidente, il Baath’ (il cui significato è rinascita). Questo ha dato uno stimolo per la minoranza etnica curda che risiede in Siria a reclamare maggiore autonomia e a controllare una buona fetta del territorio della Siria settentrionale al confine con la Turchia e impegnata a combattere lo Stato Islamico, a volte al fianco e a volte in opposizione alle forze governative.

La Turchia guarda alla Siria come area per espandere la propria influenza nella regione, insieme all’obbiettivo di eliminare e reprimere il più duramente possibile la presenza curda nell’area, sempre stata una minaccia per l’integrità dello Stato turco sin dalla sua transizione ad una forma di governo repubblicana nel 1923. Per fare ciò la Turchia ha più volte effettuato incursioni in territorio siriano e, spesso, ha offerto supporto a miliziani ribelli e gruppi terroristici, giungendo perfino a finanziare lo Stato Islamico acquistandone il petrolio sul mercato nero.

Per questioni di petrolio (ma non solo), all’interno del conflitto siriano partecipano anche Qatar e Arabia Saudita, attraverso il finanziamento, l’armamento e il supporto mediatico dei ribelli e delle milizie islamiste. Il Qatar, fido alleato degli USA, che dispongono sul territorio del piccolo Emirato della base aere di Al Udeid, la più grande del Golfo Persico, e della Gran Bretagna, a causa delle alte importazioni di combustibili fossili provenienti da questa piccola penisola (nel 2012 l’ammontare di gas qatariota importato dalla Gran Bretagna ammontava al 26% delle importazioni totali secondo l’Agenzia Internazionale dell’Energia), è stato accusato da Russia e Germania di finanziare i terroristi in Siria ed attraverso la propria emittente Al-Jazeera, e la web tv politicamente corretta AJ+, sua creatura molto popolare su Facebook (la cui pagina conta più di 9,3 milioni di sostenitori), dipinge i ribelli siriani e gli elmetti bianchi come organizzazioni umanitarie impegnate nella lotta contro la dittatura per la democrazia, quando, in realtà, mettono in atto vere e proprie operazioni di propaganda, se non islamista, quantomeno filo-occidentale e anti-siriana, tanto penetranti da riuscire a far vincere un Oscar al controverso documentario sui White Helmets. L’interesse del Qatar, insieme a quello dell’Arabia Saudita, è quello di costruire un gasdotto che dal Golfo Persico giunga direttamente in Europa senza dover passare dal Canale di Suez e, più in generale, dal Mediterraneo. Anche la Turchia ha interessi legati alla costruzione di questo gasdotto, dal momento che diverrebbe un transito cruciale per la redistribuzione dei fossili verso l’Europa.

Uno dei principali motivi per cui questo gasdotto è tanto voluto si rifà anche la possibilità di indebolire l’Iran, che perderebbe una grossa fetta di mercato (recentemente ristabilita dopo l’accordo sul nucleare) più o meno garantita dalle rendite petrolifere. Inoltre, la Siria rifiutò, nel 2009, di partecipare al progetto congiunto di Qatar e Arabia Saudita, per il quale è invece evidente l’interesse turco, mentre nel 2011 firmò un accordo con Iraq e Iran per la costruzione di un gasdotto che avesse come sbocco il Mediterraneo, ma come sorgente i giacimenti di metano persiani. Ciò sarebbe stato un colpo durissimo per Arabia Saudita e Qatar: dando uno sguardo alle date, possiamo capire molte cose, e come tantissime questioni siano intrecciate fra di loro. L’Arabia Saudita, insieme a Qatar e Turchia, è accusata di finanziare e non di combattere il terrorismo, mentre il suo ruolo nel supportare e armare i ribelli siriani è palese. Le milizie islamiste supportate dalla famiglia Saudita ne condividono l’ideologia confessionale, e peggio ancora, questa ideologia è condivisa dallo Stato Islamico stesso. L’Arabia Saudita è inoltre il primo acquirente di armi al mondo, e i suoi rivenditori sono soprattutto Francia, Italia, Germania, Gran Bretagna e Stati Uniti, uniti anche nel business generato dal terrorismo. Insieme ad Israele, l’Arabia Saudita è uno dei principali nemici dell’Iran, con il quale si sta contendendo la supremazia nella regione non solo in Siria ma anche nello Yemen. La rivalità con l’Iran deriva anche da motivazioni religiose, in quanto l’Arabia Saudita si rifà ad una visione estrema dell’Islam sunnita, il wahhabismo, mentre l’Iran è il più grande stato sciita al mondo. L’Arabia Saudita è inoltre alleato strategico degli Stati Uniti nel Golfo Persico, che garantisce loro il controllo su un’area da cui anche India e Cina si riforniscono, mentre l’Iran ha, come proprio alleato maggiore, l’erede del più grande nemico degli USA: la Russia.

L’interesse russo nel conflitto siriano ha ragioni geostrategiche: la Siria di Bashar al-Assad non solo è un alleato di vecchia data, ma rappresenta anche la possibilità russa di mantenere una flotta nel Mediterraneo senza dover attraversare costantemente il Mar Nero e gli stretti controllati dalla Turchia. In particolare, la Russia dispone di ben tre basi militari sul territorio siriano: la base navale di Tartus, presente fin dai tempi dell’Unione Sovietica, la base aerea di Humaymim, di recentissimo utilizzo, e la stazione d’ascolto di Lataqia. Oltre alla presenza nel Mediterraneo, la Russia può, attraverso il proprio coinvolgimento nel conflitto siriano, avere maggiore voce in capitolo all’interno di un’area che, fino a pochi fa, era sotto la quasi totale egemonia occidentale, con la sola eccezione dell’Iran.

Le operazioni condotte dalla Russia prevedono il supporto aereo per l’Esercito Arabo Siriano principalmente contro le postazioni ribelli e jihadiste, mentre gli scontri diretti con lo Stato Islamico avvengono principalmente in zone strategicamente rilevanti. La ragione è semplice: la prima minaccia per Assad non è il Daesh in sé, ma la ribellione, in quanto interessata ad averne la testa anche in ragione del supporto dei paesi NATO e delle Monarchie del Golfo, mentre il sedicente Stato Islamico rappresenta, per Assad, un nemico secondario (ma pur sempre un nemico) che deve essere combattuto ma che è schiacciato anche su altri fronti: quello settentrionale, dove combatte contro i curdi del Rojava, e quello orientale, dove si scontra con i Peshmerga e l’esercito iracheno. Sebbene contro lo Stato Islamico sia schierata anche la coalizione internazionale guidata dagli Stati Uniti, che supporta l’esercito iracheno allo stesso modo di quanto fa la Russia con quello siriano, è capitato che la stessa coalizione colpisse l’Esercito Arabo Siriano a Deir el-Zor, centro petrolifero controllato dai governativi, favorendo l’avanzata dell’ISIS. Non sarebbe inoltre la prima volta che la coalizione colpisce le truppe di Assad e, purtroppo, nemmeno l’ultima. Il lancio dei missili tomahawk ordinato dal Presidente Trump avrebbe favorito l’avanzata dei terroristi, mentre il supporto aereo russo, per quanto localizzato, li ha generalmente respinti. Questo ha consentito alla Russia di fregiarsi del titolo di baluardo contro il terrorismo, insieme alle truppe governative, utile da spendere soprattutto in politica interna. La Russia ha infine un interesse di fondamentale sicurezza: fare in modo che la regione sia stabile e cessi di essere una culla per il terrorismo internazionale. Anche la Russia, come la Siria e l’Iraq, combatte costantemente contro gruppi jihadisti domestici diffusi soprattutto nel Caucaso settentrionale, il cosiddetto Emirato del Caucaso. Dalla Russia e il resto della Comunità degli Stati Indipendenti, inoltre, provengono circa 10.000 foreign fighters, ed è nell’interesse della sicurezza nazionale che questi non tornino a combattere nel territorio della Federazione.

Sarebbe ingenuo, tuttavia, non considerare che anche la Russia ha forti interessi energetici nell’area, legati principalmente alla sua fornitura di gas verso l’Europa: nel 2014, l’Unione Europea importava ben 119 miliardi di metri cubi di gas naturale proprio dalla Federazione Russa, pari a circa il 42% delle importazioni totali. Alcuni paesi, in particolare i più russo-critici come i paesi baltici, ne dipendono fino al 100%. La costruzione di un gasdotto che possa trasferire ingenti risorse di combustibile fossile dalle monarchie del Golfo in Europa è vista dalla Russia come fumo negli occhi, non solo per questioni economiche ma soprattutto d’influenza geopolitica. È meglio che sia un alleato strategico come l’Iran ad esportare le stesse risorse, piuttosto come competitori rivali o addirittura nemici, quali Arabia Saudita e Qatar, e che la sicurezza energetica russa nei confronti dell’Unione Europea sia pesantemente compromessa, a vantaggio, invece, sia dell’UE sia della Turchia, che avrebbe anzi modo di rafforzare la propria influenza in Europa, soprattutto nei Balcani, dove la competizione tra Bruxelles, Mosca ed Ankara si fa sempre più dura.

Conclusione

Come descritto in questo articolo, il conflitto siriano assume le dimensioni una partita a Risiko dove i variegati interessi di numerosi attori esterni si sovrappongono e si scontrano. Interessi di carattere energetico, strategico, geopolitico ed ideologico si intrecciano in quella che è stata definita, con dubbio successo, la guerra dei trent’anni del Medio Oriente. Le differenze con i conflitti di religione che dilaniarono l’Europa moderna e che sfociarono nel sistema vestfaliano, però, sono numerose e, in realtà, più che per il richiamo a fedi religiose, tutti (o quasi) gli attori in campo e fuori campo sembrano seguire una logica più affine alla raison d’Etat. Certo questo porta a molte contraddizioni, soprattutto per quanto riguarda l’Europa: se è comprensibile come il supporto alle milizie ribelli e ad un cambio di regime possa portare ad una maggiore sicurezza energetica nei confronti della Russia – ma non ad una totale liberazione dalla sua influenza, in quanto le infrastrutture d’epoca sovietica presenti nell’Europa orientale non verranno certo sostituite, tantomeno il flusso di combustibile – risulta tuttavia difficile riuscire a capire come questa strategia venga favorita alla crescita del radicalismo islamico e degli attacchi terroristici entro i confini dell’Unione Europea, insieme alla crisi migratoria che sta distruggendo l’Unione stessa sia all’interno dei suoi Stati membri, con una situazione aggravata dal suo sovrapporsi alle preesistenti crisi economica e frattura Nord/Sud, sia sul fronte Est/Ovest, che l’ha portata a firmare il discutibile accordo sui rifugiati con la Turchia.

Ma l’Unione Europa, in realtà, non è nemmeno un vero giocatore in questo contesto, poiché la voce dell’Occidente è in realtà quella di Washington, alla quale Bruxelles (quartier generale sia di UE e NATO) si accoda. Gli Stati Uniti, come mostrato, hanno interessi mirati al rafforzamento dei propri alleati nella regione (Arabia Saudita, Qatar, Turchia e Israele) e all’indebolimento dei nemici di entrambi, cioè Iran e Russia, la cui alleanza passa anche per la questione siriana. La conflittualità con Teheran è evidente sotto moltissimi aspetti, dalle difficoltà legate alla questione del nucleare iraniano alla guerra in Yemen, mentre quelle con Mosca hanno radici storiche e geopolitiche radicate nella Guerra Fredda, persistenti fino ad oggi, forse, anche a causa del conflitto geopolitico fra Terra e Mare teorizzato da Carl Schmitt, che vedono nelle crisi ucraina e, parzialmente, siriana una loro escalation.

In seguito all’intervento statunitense dei primi di aprile, dopo il quale si temeva un intervento stile Iraq anche sul suolo siriano, sembra che le acque siano tornate ad essere un po’ meno turbolente. La soluzione al conflitto siriano può essere militare solo se applicata dal fronte governativo con la sconfitta totale della ribellione, delle milizie estremiste e dello Stato Islamico. Se la soluzione militare fosse invece operata dagli oppositori del regime (soprattutto attraverso un intervento statunitense), il risultato sarebbe una nuova Libia, catapultata in un contesto di caos assoluto senza nessuna forma di tutela per i civili, che avrebbe ripercussioni negative su tutta l’area circostante e, in particolare, l’Europa. L’alternativa alla soluzione militare, sebbene sia ancora più difficile da ottenere, esiste, ed è quella politica: il 3 e 4 maggio si terranno ad Astana, capitale del Kazakistan, nuovi colloqui di pace a cui anche il Qatar ha dato il suo sostegno, che seguiranno i recenti incontri di Teheran fra Russia, Turchia e Iran. Quale possa essere il risultato di queste negoziazioni, che hanno di fatto sostituito in importanza quelle di Ginevra, ancora non ci è dato saperlo. Sembrerebbe però che, fra gli attori esterni, siano proprio Mosca, Ankara e Teheran a fare da padrone. Almeno fino a quando Washington non cercherà di dire la propria, avendo già dimostrato, a suon di missili, che la sua opinione non può essere ignorata.

IL CONFLITTO SIRIANO: UNA PARTITA (anche) FRA GIOCATORI ESTERNI, parte 1

Il lancio dei missili Tomahawk ordinato da Donald Trump in merito alle sue preoccupazioni circa quanto successo all’inizio di Aprile ad Idlib, Siria, dovrebbe far suonare molti campanelli d’allarme. Non è la prima volta che Bashar al-Assad viene accusato di aver usato armi chimiche contro la popolazione civile, fatto poi smentito da inchieste successive che individuarono i responsabili nei ribelli siriani e nei gruppi terroristi oppositori del regime, con lo specifico obbiettivo di fornire un casus belli per un intervento degli Stati Uniti. Fallirono allora, ma sembra che ci stiano riprovando adesso, sempre mettendo a repentaglio le vite dei civili che vivono nelle zone da loro controllate. Per poter capire le dinamiche di questo conflitto, tuttavia, non basta incolpare senza uno straccio di prove il presidente siriano: La verità va ricercata un po’ più a fondo, andando ad analizzare e capire quali possono essere le sue cause, gli interessi delle parti coinvolte e gli effetti delle loro azioni.

Il contesto originario

Le radici della guerra civile siriana risalgono al 2011, quando in Nord Africa si assiste al fenomeno delle cosiddette “primavere arabe”. Queste consistettero principalmente in cambi di regime in Tunisia, Egitto e Libia, alcuni frutto di una spinta dal basso, come in Tunisia, l’unica primavera di successo, altri di pressioni esterne, come la Libia, trasformatasi dallo Stato africano con l’indice di sviluppo umano più alto dell’intero continente ad una landa priva di qualsivoglia ordine costituito, in cui il governo di cui l’Italia si è fatto garante è costretto ad esercitare le proprie funzioni in una base navale a Tripoli per l’incapacità manifesta di mantenere l’ordine sul territorio libico. Le stesse primavere arabe vanno a collocarsi in un contesto ben più ampio, ovvero quello della pratica del regime change, nota anche come “esportazione della democrazia”, applicata dagli Stati Uniti e dai loro alleati sin dalla “guerra globale al terrore” e l’intervento in Afghanistan del 2001, e duramente criticata anche da voci accademiche americane fuori dal coro come quella di John Mearsheimer.

Parallelamente a ciò che stava succedendo nel Nord Africa, il vento delle primavere arabe si spostò nel Levante per approdare in Siria, dove iniziarono una serie di proteste contro il regime di Assad, che represse duramente il dissenso della piazza. Un po’ come capitò in Libia, i clamori verso il pugno di ferro delle autorità siriane, accusate di violare i diritti umani dei manifestanti, giunse a prospettare la necessità di un intervento umanitario per fermare il massacro. Il casus belli, in Libia, fu l’assunzione di mercenari da parte di Gheddafi per combattere i gruppi in ribellione; in Siria, sarebbe stato l’uso di armi chimiche contro la popolazione, e la necessità di eliminare e distruggere queste armi chimiche (insieme al suo governo), sulla stessa falsa riga di quello che accadde nel 2003 con le armi di distruzione di massa di Saddam Hussein. Armi di distruzione di massa che non furono mai ritrovate e, viste le deboli prove presentate da Colin Powell al Consiglio di Sicurezza dell’Onu per giustificare l’invasione dell’Iraq, su cui si hanno addirittura dei dubbi riguardo la loro esistenza. In ogni caso, dopo la dura repressione esercitata da Assad, la piazza decise di reagire alla violenza con altrettanta violenza, imbracciando le armi e iniziando a combattere una guerra contro il governo.

I casi precedenti: l’ingerenza occidentale

Quando una piazza composta da cittadini comuni inizia a sparare contro il proprio governo significa che dispone di armi e addestramento per farlo. E per poter capire chi potrebbe avere avuto l’interesse ad armare ed addestrare una piazza non ci si può limitare ad analizzare i soli confini della Repubblica Araba Siriana, ma bisogna spingersi un po’ oltre. Per l’esattezza, la Siria si trova nel mirino di diversi attori, alleati e contrapposti per diverse ragioni, ma tutti quanti legati fra loro.

Guardando ai fatti più recenti e alle maggiori pressioni provenienti dall’esterno, uno degli attori senza dubbio interessati ad un cambio di regime in Siria sono gli Stati Uniti, con la partecipazione delle principali vecchie potenze coloniali europee: Gran Bretagna e Francia. Come detto in precedenza, la guerra civile siriana va collocata nel contesto delle primavere araba e dell’esportazione della democrazia operata dagli Stati Uniti e dai loro alleati fin dal 2001. Un forte parallelismo può essere individuato fra Assad e Gheddafi, dal momento che gli attori impegnati contro i Rais sono gli stessi. Nel 2011, gli interessi degli anglofrancesi furono di carattere principalmente economico, legato allo sfruttamento dei pozzi petroliferi in Libia che sarebbe stato ottenuto da Shell, British Petroleum e Total nel dopo Gheddafi, e a cui l’Italia si accodò nell’intervenire per non perdere una parte del bottino, che prima indirettamente possedeva già per intero. In questo contesto, gli Stati Uniti si fecero da patrocinatori dell’intervento, principalmente per due ragioni: Gheddafi era un dittatore, quindi non democratico, e in quanto tale andava eliminato, ed era, allo stesso tempo, un vecchio nemico degli Stati Uniti, i quali già durante gli anni ’80 cercarono di silurare – letteralmente – ma che grazie ad una soffiata italiana riuscì a salvarsi. D’altronde, gli USA furono ben contenti di levarsi dalla scarpa non un sassolino, ma un macigno come quello di Gheddafi, come dimostrato dalla gioia espressa dall’allora Segretario di Stato americano Hillary Clinton nel parafrasare Giulio Cesare esclamando: “We came, we saw, he died!”. Anche i britannici si presero una piccola vendetta, dal momento che Gheddafi finanziò, per un certo periodo, l’Irish Republican Army. Assad, allo stesso modo di Gheddafi, è un dittatore ed è nemico degli Stati Uniti, e persino alleato di Russia e Iran (questioni su cui torneremo in seguito).

Come si fece con Gheddafi e Saddam Hussein, gli Stati Uniti (ma più in generale l’Occidente), iniziarono ad accusare Bashar al-Assad di crimini contro l’umanità affinché fosse possibile far accettare all’opinione pubblica e alla comunità internazionale un intervento umanitario contro di lui. L’accusa, come già riportato, era legata all’uso di armi chimiche contro i civili. Un differenza cruciale ai casi precedenti, tuttavia, fu l’ingresso in scena della Russia di Putin, che propose di farsi consegnare tutte le armi chimiche negli arsenali siriani, con il benestare di Assad. In questo modo il casus belli per l’intervento in Siria venne a mancare e gli Stati Uniti furono costretti a ripiegare su altri fronti, ovvero il supporto diretto ai ribelli, che non solo fiancheggiarono diplomaticamente, ma  diedero vita anche a progetti finalizzati ad addestrarli con la scusa di combattere il sedicente Stato Islamico, nato, fra le altre cose, a causa dell’intervento americano in Iraq nel 2003. Allo stesso modo anche la Francia e la Gran Bretagna sono state accusate di aver dato il proprio supporto ai ribelli siriani, in particolare attraverso l’invio di consiglieri militari, ma non si tratta di nulla di dimostrato e, in realtà, il ruolo di Francia e Gran Bretagna è, in questo contesto, ben più sfumato e legato alle Monarchie del Golfo, inserite nel conflitto per l’egemonia nel Medio Oriente in corso fra Arabia Saudita, Iran, Turchia e, negli ultimi anni in maniera meno palese, Israele, che ci riconduce ancora una volta agli interessi americani nella regione.

Come è stato diffuso da Wikileaks, l’ex Segretario di Stato Americano Hillary Clinton sostenne, nelle sue famigerate mail, che “il miglior modo per aiutare Israele a far fronte con il crescente potenziale nucleare iraniano è aiutare il popolo della Siria a rovesciare il regime di Bashar al-Assad”. L’interesse americano va quindi legato anche alla protezione dell’unico stato del Medioriente che dispone di un vero e proprio arsenale atomico, nonché alleato strategico degli Stati Uniti da diversi decenni. Israele ha, per altro, storici rapporti di inimicizia con la Siria risalenti al 1948, quando la repubblica araba attaccò lo Stato ebraico dopo la sua dichiarazione d’indipendenza, e congelati sull’occupazione del Golan, territorio siriano sotto amministrazione militare israeliana, sin dalla Guerra dei Sei Giorni. Israele è inoltre in conflitto con Hezbollah, l’organizzazione paramilitare libanese di confessione sciita, che è direttamente finanziata dall’Iran e combatte in Siria al fianco delle forze di Assad.

Elia Bescotti

TRUMP E L’IMPOSSIBILE ISOLAZIONISMO: Riflessioni sul futuro della politica estera americana

A tre settimane dall’elezione di Donald Trump, sono molti gli interrogativi sulla futura amministrazione statunitense. Se negli ultimi giorni i toni da campagna elettorale si sono in parte attenuati, occorre domandarsi se la linea di Trump cambierà anche per quanto riguarda l’attuazione del programma proposto agli americani. La forma che assumerà la politica estera dell’amministrazione Trump è uno dei nodi che destano più interesse. Per cominciare a riflettere sul tema, abbiamo posto alcune domande a Mauro Campus, professore di Storia delle relazioni internazionali presso la Scuola di Scienze politiche Cesare Alfieri dell’Università di Firenze.

Durante la campagna elettorale Donald Trump si è spesso pronunciato contro i trattati commerciali internazionali e possiamo ragionevolmente pensare che molti dei voti delle aree più depresse del paese siano stati conquistati anche così. Uscendo però dalla retorica elettorale, pensa che gli Stati Uniti possano tirarsi indietro dalla linea favorevole ai trattati di libero scambio?

Mi pare che si possa affermare che i negoziati di entrambi i principali trattati commerciali (Transatlantic Trade and Investment Partnership, TTIP e Trans Pacific Partnership Agreement, TPPA), pensati oramai anni fa, erano già compromessi prima dell’elezione di Trump. Quella sorta di “dogma” radicatosi nei primi anni del XXI secolo che confidava nella crescita pacifica, stabile e illimitata non solo dei volumi dei commerci ma delle relazioni economiche internazionali, che vedeva la creazione di una sorta di mercato globale con un’omogeneizzazione e una conseguente riduzione delle garanzie e dei diritti dei lavoratori, è stato frantumato dalla crisi cominciata nel 2008. Tant’è che il TTIP, su cui ci si è così tanto interrogati poiché avrebbe ulteriormente integrato i due principali mercati mondiali, Europa e Stati Uniti, di fatto giace in un limbo negoziale. Limbo che fa presagire la fine dello stesso negoziato, sia perché esiste una forte resistenza delle classi lavoratrici soprattutto in Europa occidentale, sia perché esiste analoga resistenza da parte delle élite europee. Tornando a quanto si può ipotizzare rispetto all’influenza che Trump potrebbe avere sulla politica commerciale degli Stati Uniti, è immaginabile che l’integrazione dei sistemi commerciali che vedono gli Stati Uniti al centro di una rete sempre più globale, subisca una battuta d’arresto. Il che non 2 significa immaginare che gli USA possano tornare ad una sorta neo-isolazionismo. Questo è escludibile poiché la qualità e la quantità dei vincoli che gli USA hanno assunto nel tempo è tale che per diventare un paese protezionista comporterebbe quasi una “inversione identitaria” quale, per fare un esempio, l’uscita dall’Organizzazione Mondiale del Commercio (WTO); o per fare un altro esempio, mi pare irrealistico che la nuova amministrazione possa imporre dazi del 35% sulle importazioni di automobili, come affermato da Trump durante la campagna elettorale.

Parliamo adesso di Pacifico. I pareri sulla politica di Obama rispetto ai paesi asiatici – il cosiddetto pivot to Asia – sono numerosi e spesso discordanti. Ritiene che l’insediamento di Trump alla Casa Bianca comporterà una battuta d’arresto dei tentativi di Obama di creare rapporti più stretti con i paesi asiatici?

Per rispondere a questa domanda sarebbe necessario fare un bilancio della politica asiatica delle due amministrazioni Obama. La qual cosa non è semplice perché alcune traiettorie immaginate e attuate da Obama sono ancora in una fase di divenire e le conseguenze non sono valutabili appieno nell’attuale situazione. Non intendo sospendere il giudizio sulla politica estera di Obama, quanto rilevare che gli elementi per dare una valutazione più distesa non sono ancora completamente disponibili. Possiamo però parlare di ciò che è avvenuto in questi anni, ovvero del tentativo di affrontare i teatri della politica internazionale in cui gli Stati Uniti sono impegnati in maniera significativa – e l’Estremo Oriente fra questi – con una visione complessiva. L’amministrazione Obama ha affrontato i grandi problemi globali in maniera organica e in parte con successo, quanto di quella visione possa sopravvivere nella transizione all’amministrazione Trump è difficile dirlo. Tuttavia, possiamo supporre – ed anche temere – che larga parte dell’approccio obamiano sarà superato. Anche mettendo da parte la retorica da campagna elettorale, Trump non si distingue per una conoscenza profonda né dei legami economico-commerciali degli Stati Uniti con il resto del mondo, né dell’impegno profuso dalle amministrazioni Obama per “restaurare” e “stabilizzare” il sistema internazionale.

Una questione di pressante attualità è la guerra civile siriana e i negoziati che vanno avanti oramai da mesi per giungere ad un accordo fra governo siriano ed opposizione riconosciuta. Pensa che la 3 simpatia mai celata di Trump nei confronti di Putin segnerà una svolta in quei negoziati, magari in favore di Bashar al-Assad, come auspicato dal Cremlino?

L’elezione di Trump comporterà un nuovo approccio nei confronti della Federazione Russa, ma questo non solo perché Trump apprezza Putin e la sua azione di politica estera in Medio Oriente, quanto perché la presenza degli Stati Uniti nello scenario internazionale sarà meno pervasiva di quanto è stata negli ultimi venticinque anni e, soprattutto, durante la Segreteria di Stato di Hillary Clinton. Questo perché l’obiettivo di Trump è quello di concentrarsi sulla politica interna. Bisogna auspicare che il partito Repubblicano, nonostante la diffidenza che nutre nei confronti di Trump contribuisca in maniera proattiva alla formazione dell’esecutivo e, dunque, abbia un ruolo nella nomina di un Segretario di Stato capace di muoversi con cognizione fra i dossier più importanti, fra cui quello russo, e dunque riesca a temperare almeno i più macroscopici errori di lettura compiuti da Trump in campagna elettorale a proposito della politica estera delle Federazione russa.

Ritiene quindi che anche il coinvolgimento degli Stati Uniti in alcune aree come quelle del Medio Oriente arretrerà?

Sì, è presumibile anche se non si può parlare di isolazionismo. Farlo per gli Stati Uniti significherebbe tornare alla metà del XIX secolo, neanche all’inizio del XX secolo che pur è stato caratterizzato da una certa forma ritiro dalla partecipazione diretta alla vita internazionale. Chi parla oggi di isolazionismo semplicemente ignora i fondamentali del sistema internazionale contemporaneo. Piuttosto, gli Stati Uniti rivedranno l’impegno universalistico che si attribuirono alla fine del conflitto bipolare.

Arrivando all’Europa e nello specifico all’Unione Europea: si è parlato molto dell’opportunità che l’amministrazione Trump potrebbe offrire per un nuovo sviluppo del progetto di difesa comune europeo. Tenendo conto delle elezioni legislative del prossimo anno (Francia, Germania e Paesi Bassi, per citarne solo alcune), pensa che gli stati membri dell’UE siano disposti a riconsiderare l’idea di un’unione di difesa?

No, non credo nella retorica delle “occasioni perdute” da parte dell’Unione Europea perché l’Unione ha quasi un’occasione al giorno, che costantemente perde. Con Brexit l’UE ha perso circa il 33% dal suo potenziale militare. Se non è successo niente dopo questo evento è prevedibile che non esista 4 una reale possibilità, una spinta coesiva o, per meglio dire, che vi sia all’orizzonte una crisi d’integrazione, per usare le parole di Albert Hirschman. Una crisi di integrazione non nasce dall’esterno. Ciò che al momento caratterizza il processo di integrazione europea è la disgregazione in atto. La futura presidenza Trump segna, semmai, un maggior isolamento dell’Unione Europea: senza il “grande alleato” è difficile immaginare che ci sia un’evoluzione dell’integrazione. Nel 2017 nell’Unione Europea ci sarà un’elezione al mese, il che ci suggerisce che per i prossimi due anni avverrà un ricambio dell’establishment dei singoli stati, mentre l’establishment – piuttosto mediocre – che risiede tra Bruxelles e Strasburgo sarà, di fatto, bloccato. L’unica soluzione sarebbe una rinegoziazione dei Trattati, solo che è difficile immaginare che in una simile circostanza storica un nuovo trattato venga poi ratificato, anche se fosse depurato dal Fiscal Compact e da altri vincoli oggi particolarmente invisi alle opinioni pubbliche dei paesi dell’Unione.

Per concludere, pensa che la Brexit e l’elezione di Trump possano favorire un riavvicinamento fra Stati Uniti e Regno Unito, rinsaldando la tanto spesso citata relazione speciale fra i due paesi?

La “relazione speciale” è perlopiù culturale e, nella sua forma attuale, si è definita dagli anni Cinquanta del XX secolo. I restanti contenuti di cui si è voluta riempire la special relationship sono molto meno significativi, specie nella percezione degli Stati Uniti. Peraltro si tratta di una relazione speciale piuttosto discontinua anche nella storia recente. Possiamo identificare il momento di apice negli anni di Reagan e della Thatcher, sebbene anche la relazione fra Bush e Blair si collocasse all’interno del perimetro della special relationship. Per quanto concerne l’aspetto culturale, il comune fattore linguistico non deve essere mai sottovalutato, soprattutto quando si parla di relazioni internazionali, commerciali e, almeno in parte, sociali. Non credo tuttavia che il Regno Unito possa tornare ad essere l’uccellaccio appollaiato sul lembo del Continente occidentale, o possa rispondere meccanicamente alle indicazioni di Washington, e questo nonostante l’attuale establishment britannico di profilo molto basso.

Elena Cammilli

La bromance tra Putin e Trump e la percezione di Trump in Russia

b4401e59-e854-48ea-a35b-d71bb07d1214
Dopo la vittoria alle primarie in Indiana e l’innalzamento della bandiera bianca da parte di Ted Cruz e John Kasich la vittoria di Donald Trump nella corsa alla nomination repubblicana sembra completamente accertata. Un candidato, che ha provocato indignazione e paura per il suo stile di condurre la campagna elettorale, le sue idee radicali nei confronti degli immigrati e le minoranze religiose e la sua retorica a volte razzista, è di conseguenza visto di cattivo occhio pressoché da tutto l’establishment statunitense sia democratico che repubblicano, nonché dalla maggior parte dei leader paesi occidentali. Tuttavia, nonostante grandi sforzi dell’élite repubblicana che ha favorito precedentemente una sorta di alleanza tra Cruz e Kasich, la marcia del tycoon americano, che non concorre più con nessuno, verso la magica cifra di 1237 delegati sembra ormai inarrestabile.

Mentre in paesi occidentali l’avanzata di Trump incute delle naturali preoccupazioni, in Russia la sua ascesa è vista nella prospettiva di un possibile cambiamento positivo dell’atteggiamento statunitense nei suoi confronti. In effetti, molti leader e teorici russi sfoderano toni rassicuranti riguardo al futuro dei rapporti bilaterali nel caso Trump arrivi alla Casa Bianca, mentre tra Vladimir Putin e il magnate americano si è instaurato da tempo un rapporto di profonda amicizia. Inoltre, Trump provoca un interesse particolare tra i cittadini della Federazione: egli è l’aspirante presidenziale più citato nei mass media russi, dopo aver superato a marzo il più probabile candidato del partito democratico, Hillary Clinton.

A questo punto sorge una logica domanda: perché Trump è visto in maniera completamente diversa in Russia? A differenza di tutti gli altri aspiranti presidenziali, che suonano spartiti diversi ma sempre sulla stessa tastiera, Trump, a volte borioso, caparbio e beffardo, ha un suo stile personale, che lo distingue da tutti gli altri: è l’unico candidato senza pregresse cariche istituzionali e non fa parte della classe dirigente statunitense. È in tutti i sensi un homo novus, qualcuno senza alcun precedente nella storia elettorale americana, ed è proprio per questo che Trump raccoglie un consenso così forte tra i ceti russi più disparati. Essa è la ragione principale della sua amicizia col Presidente russo, con cui condivide alcuni aspetti dell’alfabeto decisionale (si noti di passaggio, che è uguale la radice di un forte rapporto tra Putin e il suo vecchio amico Silvio Berlusconi): entrambi risultano spesso essere dei reietti politici sull’arena internazionale (o, per lo meno, fra i governi occidentali) e hanno uno stile di politica molto simile, cercando di crearsi un’immagine di un leader forte ed intransigente con i nemici, ma contemporaneamente capace di dialogare e di risolvere i problemi del popolo. Dalla geometria di questi fattori è sfociata una bromance (brother + romance) tra Trump e il presidente russo, formalizzatasi dicembre scorso quando Putin chiamò il candidato presidenziale “una persona di grande talento” (nella versione di Trump – “un genio”). Trump a sua volta ha speso a più riprese belle parole su Putin, sottolineando che lui da presidente, invece di scadere in ulteriori scontri, avrebbe riportato i rapporti tra la Russia e gli USA sulla strada di dialogo. Nonostante una piccola rottura a metà marzo, quando Trump ha pubblicato su Instagram un video in cui l’ISIS e la Russia erano mostrati come i principali nemici degli USA, la strana amicizia regge.

Ad accogliere con lodevole prontezza la direttiva del Cremlino sono stati anche i numerosi periti e figure mediatiche, che sostengono con grande zelo la candidatura di Trump. Così, Dmitry Kiselev, uno dei più famosi conduttori televisivi russi, ha più volte sostenuto Trump, osservando che l’elite politica americana ha sperperato in generale la fiducia degli elettori, e che i leader repubblicani sono “pronti a fermare Trump costi quel che costi” nonostante la scelta del popolo. Altrettanto interessante è la posizione di uno dei fedelissimi esperti del Cremlino, Alexander Dugin, che definisce Trump come “l’unica speranza” per il popolo statunitense e come l’unico candidato, che “dalla politica distruttiva passerà ai problemi dei cittadini”. Tutte queste manifestazioni di sostegno a Trump sone dovute a due fattori fondamentali: la ormai incardinata percezione che la sua diversità permetterà alla Russia di trovare un modus vivendi con gli USA circa i conflitti odierni e il semplice fatto che Trump va contro il modello governativo attuale americano, essendo un candidato presidenziale alternativo, non conforme e diverso dai profili classici.

Cionondimeno, per quanto riguarda la percezione di un possibile miglioramento dei rapporti bilaterali, sotto un’analisi più profonda sembra quantomeno errata: anche se Donald Trump diventerà presidente (che è già di per sé tutt’altro che scontato), la politica estera degli USA non subirà cambiamenti talmente drastici da capovolgere i rapporti tra i due stati, e per una serie di ragioni. Innanzitutto, nelle sue iniziative diplomatiche Trump sarà condizionato dalle istituzioni americane e, nel caso lui vorrà intraprendere dei passi troppo radicali, sarà arginato da altri ideatori di politica estera. Inoltre, non deve essere tralasciato un fattore di cruciale importanza – la personalità di Trump. Come detto sopra, nel centro del suo successo politico si colloca la sua immagine di un uomo forte, che lui deve mantenere a tutti i costi. Non è una persona che si indietreggerà davanti alle pressioni esogene, le quali renderanno solamente la sua posizione più rigida. In effetti, alla fine d’aprile ha detto che se lui non riuscirà a trovare un accordo con la Russia, dovrà fare ricorso ad una politica di “frusta”, e cioè di forza.

Può darsi che il Cremlino abbia alcune illusioni nei confronti di Trump, ma la causa chiave dell’appoggio verso il candidato alla presidenza si nasconde nella vecchia logica de “il nemico del mio nemico è mio amico”. In fin dei conti l’amicizia tra Putin e Trump è abbastanza fittizia ed è un obiettivo fine a sé stesso, privo di traguardi di lungo termine. Dal momento che i rapporti tra Mosca e l’attuale amministrazione di Obama sono difficilmente positivi, è naturale che Putin sia più propenso a sostenere Trump, il cui rivale politico principale, Hillary Clinton, è un ex-esponente dei vertici governativi degli USA e in generale una persona molto legata alla tradizione politica americana.

Alexander Bibishev

Stati Uniti: i profili dei candidati repubblicani

Donald Trump

Donald John Trump è nato il 14 giugno 1946 nel Queens, New York, da una famiglia facoltosa. La madre, Mary Anne Trump, è di origini scozzesi, mentre il padre, Frederik Christ Trump, importante imprenditore immobiliare, proviene da una famiglia di immigrati tedeschi, divenuti cittadini statunitensi nel 1982. A causa di problemi comportamentali, a tredici anni Donald Trump abbandona la scuola e viene iscritto dai genitori alla New York Military Accademy, dove ottiene diversi riconoscimenti. In seguito frequenta la Wharton School of Business all’Università della Pennsylvania, iniziando allo stesso tempo a lavorare nella compagnia del padre, Elisabeth Trump & Son.

La sua carriera da imprenditore immobiliare inizia nel 1962, quando da vita al progetto per un complesso di appartamenti in Ohio, ma sarà poi trasferendosi a Manhattan qualche anno più tardi che verrà coinvolto in progetti sempre più importanti. Trump diventa per la prima volta noto all’opinione pubblica nel 1973, quando lui e il padre vengono accusati dal Dipartimento di Giustizia di aver violato il Fair Housing Act, atto federale intento a proteggere acquirenti e affittuari da discriminazioni da parte dei proprietari, a causa della divulgazione di falsi annunci riportanti la scritta “No vacancy” o l’imposizione di affitti più elevati nei confronti di soggetti appartenenti a determinate minoranze razziali.

Intorno al 1988, in seguito ad un cattivo investimento nel Taj Mahal Casinò ad Atlantic City, New Jersey, e a successivi casi di bancarotta, Donald Trump si trova di fronte a gravi problemi finanziari, i quali vengono superati verso l’inizio degli anni Duemila grazie al cospicuo lascito del padre Frederik, il quale morì nel 1999. In questo periodo infatti, il nuovo magnate immobiliare newyorkese inizia ad investire nei Paesi arabi, diventando comproprietario di alcuni complessi alberghieri negli Emirati Arabi Uniti. E’ questo il momento in cui Trump inizia ad aprirsi verso nuovi settori quali l’energia, diventando il più importante testimonial della multinazionale delle telecomunicazioni e dell’energia ACN Inc, e la televisione; per quanto riguarda quest’ultima in particolare, egli finanzia la “World Wrestling Entertainment” (WWE) per diversi anni, prendendo anche parte a diversi eventi, e promuove la realizzazione di un nuovo reality show di cui fu protagonista, “The Apprentice”.

Fino a quel momento Donald Trump non si era mai dimostrato particolarmente attivo in politica, ma nel 2008, durante una sua partecipazione al “Larry King Live”, ufficializza il suo appoggio al Senatore John McCain, candidato alle presidenziali dello stesso anno e poi battuto da Barack Obama. Durante la campagna del 2008 e quella di ri-elezione del 2012, si pensa che Trump sia stato uno dei maggiori esponenti del Movimento “Birther”, gruppo che sosteneva il Presidente Obama non fosse nato sul suolo statunitense, e dunque, sotto l’articolo 2 della Costituzione degli Stati Uniti, sarebbe stato considerato ineleggibile.

Il 16 giugno del 2015, dalla Trump Tower nella V Strada di Manhattan, Donald John Trump annuncia formalmente la sua candidatura alle elezioni presidenziali del 2016, tramite le seguenti parole:

Ladies and Gentlemen, I am officially running for President of the United States, and we are going to make our coutry great again”

Durante il suo discorso, il futuro candidato repubblicano tocca già tutti i punti chiave della sua campagna, che sono i seguenti:

  • Lotta all’immigrazione: è nelle intenzioni di Trump, oltre alla riforma in senso più stringente delle norme che regolano l’introduzione di stranieri nel Paese, la costruzione di un muro al confine meridionale tra Stati Uniti e Messico e, secondo il suo progetto, dovrà essere proprio il Messico a pagare per la sua costruzione.

  • Riforma dell’assistenza sanitaria: la sanità statunitense dovrà seguire i principi del libero mercato ma allo stesso tempo dovrà essere più accessibile e migliorare la qualità delle cure a disposizione dei cittadini.

  • Rapporto commerciale Usa – Cina: Trump vuole portare la Cina al tavolo delle trattative dichiarandola un “manipolatore di valuta”, vuole proteggere gli investimenti americani costringendo la Cina a rispettare le leggi sulla proprietà intellettuale, e vuole, infine, rilanciare la produzione americana mettendo fine alle sovvenzioni alle esportazioni illegali della Cina.

  • Secondo emendamento sul possesso di armi: è intenzione del candidato repubblicano rinforzare le leggi che permettono il possesso di armi e difendere i diritti dei legali possessori.

All’inizio della sua campagna, Donald Trump non veniva considerato un reale sfidante per la nomina di candidato repubblicano alle elezioni presidenziali. Tuttavia, fin dai primi appuntamenti in Iowa, New Hampshire e South Carolina, il magnate newyorkese ha riscosso un notevole successo, nonostante i candidati del Partito fossero ben nove. In seguito ad una sua ulteriore vittoria in Indiana il 3 maggio anche l’ultimo sfidante, Ted Cruz, ha abbandonato la corsa che porterà alla Convention Repubblicana, che si terrà dal 18 al 21 luglio a Cleveland, Ohio, cedendo “sulla carta” la carica di candito del Partito repubblicano alla Presidenza degli Stati Uniti d’America a Donald John Trump.

Valeria Conti