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Un accordo trilaterale per l’Afghanistan

di Edoardo Mini 

Il 25 aprile si è tenuto a Mosca un incontro che vedeva riuniti i rappresentanti speciali per l’Afghanistan di Russia, Cina e Stati Uniti. Rispetto all’usuale fastidio di Washington riguardo alle intromissioni russe in ambito diplomatico, la Casa Bianca ha accettato il coinvolgimento delle maggiori potenze regionali nell’area. Da una parte Mosca, che a suo tempo pagò l’esperienza nel teatro afghano, e dall’altra la Cina, che sfrutta la “lotta al terrorismo” per tutelare il progetto della “Belt and Road Initiative” e per reprimere qualsivoglia spinta autonomista nello Xinjiang, regione occidentale confinante con l’Afghanistan e popolata da una grossa minoranza turcofona-musulmana.

Il coinvolgimento di attori rilevanti è fondamentale poiché il loro contributo può velocizzare la stabilizzazione del paese e avvalora l’impegno di Washington a trovare una soluzione diplomatica al conflitto. Almeno il 35% del territorio afghano è attualmente sotto il controllo dei Talebani, mentre ISIS Wilayat Khorasan, costola di Daesh in Afghanistan, controlla la regione meridionale del Khorasan e a est del Nangarhar. 

Come riporta “AGCNEWS”, “le tre parti hanno raggiunto un accordo su otto punti, sostenendo «un processo di pace inclusivo di proprietà afghana» e chiedendo «un ritiro ordinato e responsabile delle truppe straniere dall’Afghanistan»”. Il ritiro delle truppe straniere, ovvero delle truppe americane, rappresenta uno dei temi centrali della trattativa portata avanti da Zalmay Khalizad, rappresentante speciale e negoziatore capo degli USA in Afghanistan, vede come contropartita l’impegno da parte dei Talebani di arginare ISIS e al-Qaeda, garantendo che il paese non diventi una futura base per il jihadismo a vocazione globale.

L’intelligence americana afferma che l’Afghanistan sta trasformandosi in meta di rifugio per Daesh, in fuga dal teatro di guerra medio orientale. Secondo gli esperti, Daesh si è trovata a ricercare accordi strategici con i Talebani. I due gruppi condividono l’obiettivo di espandere la propria influenza in Afghanistan, ma non vi è accordo sul modus operandi per il raggiungimetno di tali scopi: Daesh sacrifica deliberatamente le vite dei civili nelle azioni terroristiche, mentre i Talebani ricercano il consenso e l’appoggio della popolazione per tornare ad essere attori primari della scena politica, da cui erano stati estromessi dopo l’invasione americana nel 2001. Se accordi vi sono stati tra i due gruppi, quindi, questi hanno assunto una valenza congiunturale.

Va inoltre evidenziato che Daesh è in competizione con al-Qaeda, e quest’ultima si è trovata a fare fronte comune con i Talebani contro il Governo di Kabul, ritenuto un fantoccio degli USA, e le truppe d’occupazione americane, nei 17 anni intercorsi dall’inizio del conflitto. L’intesa tra al-Qaeda e i “barbuti” rappresenta una concreta possibilità che i Talebani tradiscano le promesse fatte.

Intanto la situazione resta delicata e accesa: ad aprile i Talebani hanno annunciato una nuova offensiva, chiamata Operazione Vittoria, con l’obbiettivo di cacciare le forze occupanti sul territorio. Secondo gli esperti i Talebani mirano a negoziare con gli USA da una posizione di maggiore forza possibile, e aumenteranno la durezza degli scontri con l’avanzamento delle trattative.

Intanto, nella provincia del Nangarhar, procedono da più di una settimana gli scontri tra Daesh, che controlla sei villaggi nella provincia, e i Talebani.