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Il vortice della disuguaglianza

Fra le diverse crisi e sfide che caratterizzano il nostro tempo una in particolare è spesso taciuta o non riceve l’attenzione e l’analisi che meriterebbe. Il livello della disuguaglianza economica globale ha raggiunto livelli inauditi e altamente destabilizzanti. Il Global wealth databook Credit Suisse del 2015 mostra un quadro allarmante: l’1% della popolazione mondiale ha accumulato più ricchezza della restante parte dell’umanità. Stando ai calcoli dell’Oxfam del 2015, i 62 individui più abbienti posseggono le stesse risorse finanziarie di 3,6 miliardi di persone, la metà più povera della popolazione mondiale. Allo stesso tempo, la ricchezza di questi 62 ultra-ricchi è aumentata del 45% dal 2010, un aumento di 542 miliardi di dollari. Questa enorme sproporzione ha ricadute pesantissime sull’assetto economico, sociale ed istituzionale tanto globale quanto nazionale, e risulta chiaro come i maggiori beneficiari di tale assetto siano gli appartenenti a questa élite. Va riconosciuto che le recenti e attuali politiche adottate non hanno creato un sistema economico che favorisca la prosperità comune, la salute del pianeta e le opportunità delle generazioni future, ma, al contrario, favoriscono il proliferare di crescenti disuguaglianze, crisi economiche, sociali ed ecologiche.

Le cause dell’attuale scenario sono, fra le altre cose, da ricercarsi nelle politiche e misure implementate negli ultimi decenni che hanno rappresentato un cambio di rotta rispetto a ciò che si era fatto per scongiurare l’estrema disuguaglianza che ha caratterizzato la fine del XIX secolo, la profonda e duratura crisi del ‘29 e le tragedie che hanno caratterizzato la prima metà del secolo scorso. I processi di deregolamentazione, privatizzazione su larga scala, globalizzazione finanziaria ed apertura selvaggia dei mercati nazionali hanno portato nuovamente all’attuale concentrazione di ricchezza e potere che rispecchia una agenda politica fortemente influenzata da quello che è possibile chiamare “fondamentalismo di mercato”. A testimonianza di tale andamento vi è il fatto che nell’arco di tempo che va dal 1988 al 2008, il 10% più abbiente ha beneficiato del 46% della crescita del reddito totale mentre solo lo 0.6% di tale aumento è andato al 10% più bisognoso. L’idea di libero mercato soggetta a un minimo intervento pubblico è stata presentata come il modo più efficiente di gestire l’economia, lasciando alle forze di domanda e offerta e agli attori economici il più ampio margine di libertà nel provvedere ai bisogni di intere società. Tale approccio ha dominato con forza il pensiero economico, in particolare dagli anni ’80 a questa parte, concretizzandosi in quello che è stato definito come il Washington consensus ossia un insieme di misure, generalmente privatizzazioni, deregulation e stabilità macro-economica, che i paesi in via di sviluppo dovevano applicare in cambio della concessione di finanziamenti. È già negli anni ’90, e in modo più eclatante nell’odierna fase post-crisi, che l’idea di un approccio di mercato fortemente neoliberista e orientata al capitalismo del lassez-faire risulta non solo inopportuna e semplicistica ma anche nociva e destabilizzante.

La disuguaglianza economica rappresenta un problema comune dal momento che non incide negativamente solo su quelle società o fette della popolazione più svantaggiate, ma genera effetti collaterali multipli, come ad esempio flussi migratori incontrollati e il deterioramento del tessuto istituzionale di intere nazioni. È inoltre importante sottolineare il legame fra disuguaglianza e coesione sociale, come anche il forte impatto sul versante della crescita e del recupero economico.

Un’ulteriore questione che sta oggi assumendo notevole rilievo a livello accademico, e che può essere considerata una delle concause della crescente disuguaglianza economica, è la divergenza fra i redditi derivanti da lavoro e quelli derivanti da attività finanziarie e d’investimento. Nel corso degli ultimi tre decenni, infatti, la porzione di reddito da lavoro è progressivamente regredita in quasi tutti i paesi, mentre le rendite da attività non legate al lavoro quali dividendi, interessi e profitti, in particolare delle grandi aziende transnazionali, sono aumentate. Questo è l’argomento centrale di uno dei testi di carattere economico e politico del 2014 “Il Capitale nel XXI secolo” del famoso economista francese Thomas Piketty. Nel suo lavoro, l’economista francese, indica come i profitti dei possessori del capitale siano cresciuti a un tasso superiore rispetto alla crescita economica, facendo sì che il reddito da lavoro benefici sempre meno dell’aumento del PIL.

Di fronte a questo scenario risulta evidente che, come già fatto in passato, è opportuno un cambio di rotta in quelle che sono le politiche implementate a livello globale e nei vari contesti nazionali. Tale compito presenta notevoli punti di criticità e complessità facendo sì che solo un approccio di ampio respiro possa realmente incidere sull’insostenibile stato attuale. Ciò di cui c’è bisogno è una strategia che miri al ribilanciamento delle forze in campo, una re-inclusione delle realtà sociali e politiche le cui istanze sono state sistematicamente inascoltate e disattese. Il sistema economico va riorientato verso i bisogni della collettività e in particolare verso le necessità degli strati della popolazione e delle realtà sociali più disagiate. I governi, e in generale le autorità pubbliche, devono impegnarsi in difesa dei cittadini verso cui sono legalmente e politicamente responsabili e non in favore dei grandi gruppi di interesse facenti capo alla grande industria ed ai grandi centri di potere finanziario. L’interesse pubblico dovrà essere la reale linea guida e principio cardine di ogni iniziativa di riforma economica.

L’innalzamento dei salari minimi, che siano adeguati al costo della vita e al libero sviluppo dell’individuo, come anche la loro introduzione nei contesti nazionali in cui essi non siano previsti, la tutela del diritto di associazione e dissenso dei lavoratori come mezzo per difendere interessi legittimi, sono ovviamente elementi cardine di questo processo. Il controllo e la regolamentazione delle attività di lobbying dei potenti attori economici è necessario affinché sia raggiunto un congruo grado di trasparenza nei processi decisionali delle autorità pubbliche e, collegato a questo, l’introduzione di riforme nel sistema fiscale nazionale e globale, che siano il più possibile basate su elementi di progressività e redistribuzione, rappresentano una questione tanto complessa quanto necessaria ai fini della lotta alla disuguaglianza. Inoltre, investimenti pubblici o comunque degli incentivi efficaci dovrebbero essere messi in moto nel campo dell’istruzione, della ricerca e sviluppo e dell’assistenza sanitaria universale; servizi questi di interesse generale che rappresentano uno degli elementi essenziali di ogni democrazia che possa realmente meritare tale nome.

La disuguaglianza che colpisce il nostro sistema non è una condizione inevitabile, ma è il frutto di determinate scelte politiche e pressione di interessi particolari. Non vi è alcun dubbio che ad oggi stiamo vivendo una delle più profonde crisi di disuguaglianza che il mondo moderno abbia sperimentato. Aggiustare gli ingranaggi del sistema economico è ormai un imperativo morale e un obbligo imprescindibile. È tempo di spingere verso una economia più umana, dove i bisogni delle persone e gli interessi della maggioranza abbiano priorità sul profitto e sulla retorica del progresso cieco ad ogni costo, in un mondo in cui per ognuno valga la pena vivere.

Giulio Porrovecchio