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Battere il tempo: l’Accordo di Parigi alla prova delle ratifiche nazionali (1/2)

Lo scorso 22 aprile ben 175 Stati hanno firmato a New York l’Accordo di Parigi, adottato per consensus a Parigi quattro mesi prima durante la ventunesima conferenza delle parti (COP21) della UNFCCC. L’altissimo numero di delegazioni presenti alla cerimonia voluta dal Segretario Generale Ban Ki-Moon – un record nella storia delle Nazioni Unite – è sicuramente indice di un alto consenso globale sulla necessità di agire rispetto all’avanzamento del cambiamento climatico, ma una firma non basta.
La firma in sé non costituisce un atto giuridicamente vincolante, né un paese firmatario può essere sanzionato per la mancata applicazione delle disposizioni del trattato, in assenza del deposito di uno strumento di ratifica. Relativamente a questo punto, il testo di Parigi prevede – ricalcando la vecchia formula di Kyoto – che le disposizioni dell’accordo entreranno in vigore solo allorché 55 paesi parte all’UNFCCC e rappresentanti il 55% della produzione di emissioni a livello globale avrà ratificato l’accordo. Le due condizioni sono contemporaneamente valide, e forniscono una doppia garanzia di efficacia: da un lato, la soglia minima quantitativa rispetto al numero di paesi fa sì che il nuovo regime ambientale internazionale entri in vigore con il sostegno di un numero rilevante (sebbene, si noti, non maggioritario) degli Stati del mondo, volendo quindi evitare un “regime di pochi”; dall’altro, la soglia minima quantitativa rispetto alla percentuale di emissioni su scala globale rende necessaria all’entrata in vigore del nuovo regime la partecipazione dei maggiori inquinatori. Dal punto di vista della partecipazione al nuovo regime, quindi, non è necessario che tutti i firmatari ratifichino l’accordo (best option): una partecipazione minima di 55 paesi parte all’UNFCCC, fra i quali però tutti i maggiori inquinatori, creerebbe un minor coinvolgimento globale ma comunque un buon risultato ambientale in caso di effettiva implementazione delle policies (rational minimum).
Appare improbabile che i paesi caraibici, insulari, o comunque direttamente interessati dagli effetti avversi del cambiamento climatico non ratifichino l’accordo, ed anzi proprio la repubblica insulare di Fiji è stata simbolicamente il primo firmatario a depositare il proprio strumento di ratifica. Hanno fatto seguito altri 16 Stati, fra i quali Tuvalu – la cui delegazione ricoprì un importante ruolo di pressing a favore delle proposte favorevoli agli Stati insulari durante i negoziati di dicembre. L’importanza della ratifica da parte dei grandi inquinatori è intuibile da un dato: i primi quindici paesi ad aver ratificato l’accordo, guidati da Fiji e classificabili come paesi in via di sviluppo o micro-Stati, rappresentano aggregati lo 0,04% delle emissioni globali – il 27% dei firmatari necessari all’entrata in vigore dell’accordo in questo caso non rappresenta neanche lo 0,1% del valore aggregato di emissioni necessario. L’Ungheria e la Francia hanno ratificato l’accordo nelle scorse settimane, e nell’occasione dell’ultimo G7 i leaders dei paesi più industrializzati del mondo hanno dichiarato la propria volontà di completare il processo di ratifica entro il 2016, inclusi gli Stati Uniti e la Repubblica Popolare Cinese.
Ogni paese dovrà adesso avviare il proprio iter per la ratifica, che varia da Stato a Stato secondo le costituzioni vigenti. La mappa interattiva “Paris Agreement Tracker” fornita dal sito www.cait.wri.org/source/ratification, elaborata dal World Resources Institute, è un ottimo strumento per visualizzare in pochi click tutti i possibili scenari legati alla ratifica dei singoli paesi.

Jacopo Bencini