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Sfide e prospettive dell’Unione Europea: intervista a Nathalie Tocci

 

Quali sfide attendono l’Unione Europea, considerando anche le situazioni instabili nel suo vicinato? Può una maggiore cooperazione in materia di difesa europea portare l’Unione a giocare un ruolo maggiore in ambito internazionale? In quest’intervista esclusiva per il nostro blog, ne parliamo con Nathalie Tocci, direttore dell’Istituto Affari Internazionali e Special Advisor della HRVP Federica Mogherini.

Intervista a cura di Fabio Seferi

 

Iniziamo con un evento molto recente: il ritiro degli Stati Uniti dal c.d. Iran Deal. Questo ritiro ricalca un po’ la narrativa del 2002 con l’Iraq (sostenitore del terrorismo internazionale, destabilizzatore dell’ordine della regione), anche per il ruolo specifico che ha avuto Israele. C’è davvero un’ipotesi di regime change?

Se la domanda è “un’ipotesi di regime change è un’ipotesi realistica?”, la risposta è un netto no, non è realistica. Il regime iraniano è fin troppo ben insediato a Teheran, nel senso che è un regime molto complesso, un sistema complesso di potere, di molti attori, molte istituzioni. Non è qualcosa di facilmente scardinabile. Non stiamo parlando di un sistema in cui in qualche modo fai fuori l’uomo al vertice e ti crolla il tutto. L’Iran di oggi non è l’Iraq di ieri, per intenderci. Quindi non è fattibile. Ciò non vuol dire che non ci sia l’intenzione da parte dell’amministrazione statunitense: il vero nodo è quello di incitare in qualche modo il cambio di regime a Teheran. Questa è un’agenda neoconservatrice, non è che è cambiato molto. In qualche modo, se si fa una sorta di confronto del tipo di discorsi, di retorica in quel periodo, nei primi anni 2000 (l’asse del male e quant’altro) e come si parla dell’Iran oggi troviamo molte similitudini. Quindi in sintesi: fattibilità molto diversa, l’intenzione però è la stessa.

 

Per quanto riguarda l’accordo in sé, può essere mantenuto in piedi solo dall’Europa (con l’apporto di Russia e Cina)?

Credo che per un periodo sì. E per questo periodo metterei come una data importante le elezioni di midterm negli Stati Uniti. Il JCPOA (Joint Comprehensive Plan of Action, nda) di fatto ha alla sua base l’accordo in cui da un lato l’Iran cerca di contenere il suo programma nucleare e dall’altro beneficia dell’eliminazione delle sanzioni. Con l’uscita degli Stati Uniti e il reinserimento, non soltanto delle sanzioni americane, ma il rischio degli effetti indiretti di queste sanzioni che quindi andrebbero a colpire non solo l’Iran ma tutte quelle aziende non americane (e quindi anche europee) che svolgono attività nel paese,  chiaramente viene meno il quid pro quo dell’accordo. Nel lungo periodo non credo sia possibile mantenere il JCPOA in vita senza gli Stati Uniti. Però credo che per un periodo, che può variare da come vanno appunto le elezioni di midterm negli Stati Uniti: se vanno male per Trump allora credo che si guadagni un po’ più di tempo, se vanno bene per Trump probabilmente la “pazienza” iraniana si ridurrebbe ulteriormente. Però comunque per un periodo che può essere da un anno e mezzo ai due-tre anni (fino alle prossime elezioni negli Stati Uniti), credo che in realtà con un grande sforzo l’accordo si possa tenere in piedi. Il modo in cui possiamo collaborare con Russia e Cina è quello di mettere insieme una sorta di pacchetto di offerta per l’Iran che convinca gli iraniani, nonostante vengano colpiti dalle sanzioni americane, di rimanere nell’accordo almeno per un periodo. Alla lunga però non funziona.

 

Parliamo adesso dell’Unione Europea e del suo possibile ruolo di attore globale a tutto tondo, tenendo d’occhio anche i recenti sviluppi in ambito Pesco. Può un’armonizzazione del settore della difesa (industria militare ecc.) portare l’UE a giocare un ruolo maggiore nel contesto internazionale?

Nella misura in cui si crede che lo strumento militare sia una componente sicuramente insufficiente ma necessaria in politica estera, allora sì. Ad ogni modo, io ho difficoltà ad immaginare una situazione in cui l’Unione Europea in maniera consensuale, perché comunque vige la regola dell’unanimità in politica estera, si metterebbe mai d’accordo con 27 stati membri al proprio interno a fare un tipo di intervento, per intenderci, alla Libia 2011. Quel tipo di utilizzo dello strumento militare non è nello schermo radar dell’Unione Europea non solo di oggi ma anche del futuro. Invece credo che tutto quello che si sta facendo, attraverso anche la Pesco ed una serie di altre iniziative, dia la possibilità all’Unione Europea e agli stati membri di articolare una politica estera che ha anche una sua componente militare. Tuttavia questa componente militare va affiancata con tutta una serie di iniziative, politiche, strumenti di carattere civile, i quali vanno ovviamente dalla Pesd civile ma anche a politiche di cooperazione allo sviluppo, politiche migratorie, energetiche, commerciali e via dicendo. Quindi il modo europeo per fare politica estera include un mix di politiche e di strumenti, tra i quali abbiamo anche quella militare e la Pesco facilita questo utilizzo.

 

Che rapporti avrà la Pesco con la Nato? La Nato continuerà ad essere l’ombrello maggiore della difesa continentale all’interno del quale si muoverà anche la Pesco, o gli stati europei stanno cercando di garantirsi maggiore autonomia in materia?

La Pesco è e rimarrà sempre un’iniziativa dell’Unione Europea. Ricordiamo anche una serie di stati membri che non fanno parte della Nato come l’Irlanda, l’Austria o la Finlandia. Se pensiamo al ruolo della Finlandia è stato uno degli stati membri promotori della Pesco. E’ evidente che man mano che si sviluppa la difesa europea, soprattutto all’interno di un quadro di Unione Europea, si deve anche articolare la relazione con la Nato, anche rafforzandone la cooperazione. In realtà la storia degli ultimi anni è stata precisamente questa: dopo la pubblicazione della Strategia Globale, tutte le iniziative che sono state prese in materia di difesa europea, a partire dalla Pesco stessa, si sono sviluppate man mano che la collaborazione tra l’Unione Europea e la Nato è andata in realtà intensificandosi. Le due cose vanno di pari passo. Ci sarà poi la maggior parte degli stati membri che appartiene ad entrambe le organizzazioni ed altri che appartengono solamente ad una delle due.

 

Un’ultima domanda sul possibile ruolo che possono avere Turchia e Russia nei Balcani Occidentali, dato che la regione sarà oggetto del prossimo allargamento. Però la Turchia, un paese che sta un po’ ai confini dell’Unione Europea sia metaforicamente che geograficamente parlando, e la Russia stanno cercando di esprimere la loro influenza nei Balcani. Possono le influenze di questi due grandi attori allontanare alcuni di questi paesi dal cammino europeo?

Soprattutto quando parliamo di Balcani, penso che il grande tema sia l’influenza russa. Credo che in realtà il 2017 sia stato un campanello d’allarme: ossia, il rendersi conto che effettivamente ci sono anche altri attori che stanno esercitando sempre più influenza nei Balcani Occidentali. L’Unione Europea dal punto di vista quantitativo e qualitativo fa infinitamente di più di questi paesi. Però l’Unione Europea non è sempre brava a comunicare tutto quello che fa. Se si facesse un sondaggio d’opinione in Serbia, la maggioranza della popolazione sarebbe più convinta che la Russia sia più presente dell’UE. Il rendersi conto che ci sono queste influenze esterne e che potrebbero effetivamente far cambiar rotta al tragitto europeo dei Balcani Occidentali per adesso ha avuto un effetto paradossalmente “positivo”, riaccendendo l’interesse all’interno dell’Unione Europea. Se pensiamo all’ultima strategia per l’allargamento della Commissione di qualche mese fa, vediamo appunto che alla fine i documenti si devono tradurre nell’azione. Questa è una sfida ed è una sfida che non può essere portata a compimento solamente con uno sforzo delle istituzioni europee. Serve un coinvolgimento molto più attivo degli stati membri stessi.