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Colombia: un popolo insorto fra tutela dei diritti e repressione

Di Hamza El Moukadar

La stabilità governativa non è mai stata uno dei caratteri principali dei sistemi politici sudamericani. Infatti, a partire dal XX secolo, regimi autoritari, ibridi di transizione e dittature militari sono stati spesso protagonisti in questi Paesi. Ma questo trend è quasi del tutto scomparso soprattutto grazie alle azioni dei popoli che, attraverso immense manifestazioni di piazza, sono progressivamente ritornati al centro della vita politica delle nazioni dell’America Latina.

Questo tipo di proteste sono tutt’oggi sono frequenti, soprattutto a causa della corruzione e della mala gestione delle finanze pubbliche, le cui conseguenze ricadono troppo spesso sulle teste dei cittadini e sullo Stato di diritto soventemente minacciato. La reazione degli apparati di polizia però è quasi sempre stata la medesima: l’uso della forza è vista come una delle vie più efficaci di risposta ai manifestanti che cercano di tutelare i propri diritti, lotta che più volte è costata delle vite umane, anche di giovanissimi. Questo è proprio quello che sta accadendo in questi giorni in Colombia.

Ma andiamo con ordine: lo scorso 28 aprile il presidente della Repubblica colombiana Ivàn Duque ha annunciato l’intenzione di intraprendere una nuova riforma fiscale, che prevedeva l’aumento generale dell’Iva e un incremento delle tasse sui redditi medi. La proposta di riforma prevedeva l’abolizione di alcune esenzioni fiscali e soprattutto di ridurre la soglia minima da cui è previsto l’inizio del pagamento delle imposte per i colombiani. Tutto questo, secondo il Presidente, per stabilizzare quanto più possibile il debito pubblico e per finanziare nuove riforme sociali.C’è consenso sulla necessità di tasse temporanee su imprese e dividendi e su un aumento dell’imposta sul reddito per misure di austerità statali più ricche e approfondite, ha annunciato ai microfoni della stampa Duque.

La reazione dei cittadini colombiani però non si è fatta attendere e, infatti, dalla capitale Bogotà a Cali, passando da Medellin e Barranquilla, le proteste sono nate, cresciute e degenerate nell’uso della violenza, sia da parte dei manifestanti sia soprattutto da parte della polizia, che non ha esitato a sparare sulla folla. Secondo l’agenzia ANSA, sarebbero almeno 24 le persone morte durante le proteste iniziate in Colombia il 28 aprile contro il governo di Iván Duque. Secondo il rapporto dell’autorità, 17 persone sono morte nel dipartimento della Valle del Cauca, il cui capoluogo è Cali, epicentro dei maggiori disordini e della risposta violenta delle forze dell’ordine.

Ma i drammatici dati non sono destinati a stabilizzarsi: oltre ai decessi ufficiali e al numero di feriti in costante ascesa, sta emergendo fuori un’altra inquietante notizia: il numero dei “Desaparecidòs”, ovvero dei dispersi negli scontri, sarebbe in frequente aumento. Grazie al lavoro di 26 ONG locali, si è stimato che il numero di dispersi durante gli scontri ammonterebbero a circa 471, 92 delle quali poi localizzate, ma dei restanti 379 tutt’ora non si hanno notizie. Si teme che questi siano vittime delle torture e dei soprusi della polizia colombiana, alla luce del ritrovamento di due cadaveri alle foci del Rio Cauca, poi identificati come alcuni dei risultanti dispersi.

La portata di questa reazione ha spinto il presidente Duque a ritirare la proposta di riforma lo scorso 2 Maggio e a richiedere le dimissioni, ottenendole, del Ministro delle Finanze. Ma queste decisioni repentine non hanno fatto altro che alimentare il desiderio di proteste dei colombiani. Proteste inoltre fomentate dalla situazione economica del Paese, che la vede come uno dei paesi con il tasso di povertà assoluta più alta, causa anche la situazione pandemica che non ha fatto nient’altro che acuire la disparità sociale.

La situazione colombiana non sembra dare segni di miglioramento, nei prossimi giorni sono previste ulteriori manifestazioni di protesta contro Duque, notizia che preoccupano non poco le Organizzazioni Internazionali, che temono ulteriori spargimenti di sangue. Sia l’ONU che l’Unione Europea condannano fermamente gli avvenimenti in Colombia, cercando di individuare i responsabili.  Mentre però il popolo colombiano protesta, il Mondo resta a guardare inerme.