Gli Stati Uniti nell’era Trump: intervista a Francesco Costa

Ad un anno e mezzo dall’insediamento di Trump alla Casa Bianca, cerchiamo di analizzare la politica e la società statunitensi con Francesco Costa, vicedirettore de Il Post ed esperto della politica americana.

Intervista a cura di Fabio Seferi

 

Iniziamo tirando un po’ le somme sull’amministrazione Trump. Ad un anno e mezzo dal suo insediamento alla Casa Bianca, possiamo dire che non ha raccolto molti consensi in quanto a politiche partendo dal c.d. Muslim Ban, al rapporto con i media e le fake news, l’influenza russa ecc. Quindi, un anno e mezzo dopo che voto possiamo dare a questa amministrazione?

Il voto dipende molto da quello che si chiede a questa amministrazione. Ovviamente chi ha votato Trump è molto contento e quindi darà un voto molto alto; chi non lo ha votato invece no. Rispetto agli effetti dei suoi provvedimenti da un punto di vista oggettivo, se possibile, probabilmente è troppo presto. Per esempio, il più grande successo legislativo di Trump è stata l’approvazione della riforma fiscale: è entrata in vigore alla fine del 2017 e gli effetti ancora non si vedono. C’è da considerare anche che l’economia statunitense è enorme, è un’economia grande molto più di quella europea, che coinvolge 300 milioni di persone. Quindi gli effetti di questa riforma, buoni o cattivi, si vedranno più avanti. Lo stesso vale per i dazi: la sola introduzione dei dazi ha reso molto felici i sostenitori di Trump. Però gli stessi sono stati molto criticati dagli oppositori. Ma stanno funzionando o no? Anche questo evidentemente è un po’ presto per dirlo. Perché non sappiamo ancora quanto le importazioni statunitensi stiano soffrendo per i contro-dazi della Cina, non sappiamo se davvero sia stata rilanciata l’occupazione nel Midwest, la regione negli Stati Uniti che ha sofferto di più dal punto di vista economico la concorrenza delle imprese straniere. Quindi, secondo me, dal punto di vista di un osservatore esterno la cosa più saggia sarebbe sospendere per il momento il giudizio per quello che riguarda la politica interna. Sulla politica estera si può fare già un discorso più concreto, perché il rifiuto della firma dell’accordo di Parigi e la violazione di fatto dell’accordo sull’Iran sono due momenti che hanno avranno delle conseguenze molto profonde e che sicuramente, secondo me, rendono il mondo un posto meno sicuro di quello che era prima.

 

Soffermiamoci di più sulla politica estera. All’inasprimento dei rapporti con l’Iran ha fatto da contraltare una distensione dei rapporti con la Corea del Nord, che sarebbe sembrato impossibile fino a pochi mesi fa. Ci troviamo di fronte ad una situazione strana: l’amministrazione Trump ha influenzato la possibile risoluzione del conflitto nella penisola coreana, mentre di fatto ha anche causato una minaccia alla sicurezza nazionale dal nulla (con l’uscita dall’accordo per il nucleare iraniano).

Sono due scenari e due contesti molto diversi. L’accordo sull’Iran era osteggiato dai conservatori americani ma anche soprattutto da Israele. Il partito repubblicano è molto legato ad Israele e alle sue posizioni. Un paio di anni fa hanno invitato Netanyahu, il quale ha tenuto un discorso molto applaudito al Congresso in cui questo accordo veniva contestato. Per quello che sappiamo noi, però, questo accordo con tutti i suoi limiti era un accordo che funzionava. Non si basava sulla fiducia, si basava sulle sanzioni più rigide e severe che possano essere mai introdotte in un accordo del genere. Era un accordo che non coinvolgeva solo gli Stati Uniti ma anche l’Europa. Quindi con la reintroduzione di queste sanzioni e, soprattutto, con il rischio più che mai concreto che in Iran la fazione dei conservatori, più vicini all’Ayatollah, abbia la meglio nelle prossime elezioni, l’ipotesi di destabilizzazione dell’area è molto concreta per tutti. La situazione della Corea del Nord è ancora di difficle lettura, nel senso che non è avvenuta tuttora una pacificazione, ma solo dei gesti simbolici molto importanti ma che simbolici rimangono. Nessuno ha capito nemmeno perché sia successo, perché Kim Jong-un ed il regime della Corea del Nord da un giorno all’altro sono passati dal fare i test missilistici a mandare segnali distensivi. C’entrano sicuramente le pressioni della Cina, anche se Cina e Stati Uniti non sono in ottimi rapporti. Probabilmente c’entra anche una notizia che è uscita nei giornali ma di cui si è parlato poco, cioè che il sito nucleare della Corea del Nord, che Kim Jong-un chiuderà con una grande cerimonia alla fine del mese, è andato distrutto durante un incidente. Quindi loro hanno perso le proprie strutture e dopo hanno dato segnali relativi ad una possibile pace. Io aspetterei prima di essere ottimista su quella risoluzione della crisi, naturalmente sperando che invece si avveri.

 

Ritornando alla politica interna, quest’anno è importante perché ci sono le midterm elections (elezioni di metà mandato) a fine anno. Dobbiamo aspettarci un cambio dello spettro politico statunitense in queste elezioni?

Può esserci un grosso sconvolgimento, ma non è detto che sia una sorpresa. La storia americana ci dice che, salvo alcuni casi davvero eccezionali, alle elezioni di metà mandato il corpo elettorale è molto diverso da quello delle elezioni presidenziali. Sappiamo anche, di nuovo ce lo dice la storia, che nelle elezioni di metà mandato il partito del Presidente va quasi sempre male e perde quasi sempre molti seggi. Quindi io credo, salvo sorprese naturalmente, che i democratici otterranno una certa vittoria alle elezioni di metà mandato. Poi bisognerà vedere quanto larga ed è una cosa non da poco perché i democratici potrebbero riconquistare la maggioranza alla Camera ma magari non al Senato, o viceversa. Oggi sarebbe più facile che la ottengano alla Camera e non al Senato. Di quanto possa essere larga questa vittoria è tutto da vedere. Però i democratici sicuramente recupereranno dei seggi. Credo però che questo non ci dica granché in vista delle presidenziali del 2020. E’ sempre stato così: in America le midterm le vince sempre il partito d’opposizione perché tutte le elezioni che arrivano a metà di una fase di governo, anche in Europa, vedono il governo un po’ affaticato e i suoi sostenitori un po’ logori. Le presidenziali sono tutta un’altra storia, altre regole, altri candidati, altro clima generale. Cambia proprio tutto.

 

Parlando di presidenziali, appunto, c’è già qualcuno in campo democratico pronto a raccogliere la sfida? Un’altra domanda correlata riguarda il ruolo di Paul Ryan all’interno dell’establishment repubblicano, il quale aveva detto che non avrebbe concorso per la rielezione e non sarà più Speaker of the House (Presidente della Camera): l’establishment repubblicano sta forse cercando di tenersi Paul Ryan in disparte per poterlo usare poi come carta per le presidenziali?

Innanzitutto bisogna tenere presente che in America i partiti non esistono davvero, nel senso che sono le persone a fare i partiti, non è che ci sia un consiglio direttivo dei repubblicani che prende le decisioni strategiche, o di linea, o sui candidati. Paul Ryan ha evidentemente deciso di farsi da parte. Credo non perché punti o miri alle elezioni del 2020 naturalmente, ma perché è ancora molto giovane e quel ruolo lì è un ruolo molto logorante. Poi Paul Ryan perderebbe comunque il ruolo di Speaker della Camera a novembre. Lui così facendo si tira fuori, schiva questo proiettile e aspetta magari il 2024 o un’altra situazione per lui favorevole. Rispetto alla questione dei democratici: si stanno muovendo sì, in parecchi. Credo che saranno sempre di più anche perché la vittoria probabile alle elezioni di metà mandato e la fragilità di un candidato come Trump, che comunque è un candidato che ha vinto le elezioni nel 2016 per un incidente della storia – ha preso 3 milioni di voti in meno di Hillary Clinton, ha vinto il Michigan per 10 mila voti – dà forza e coraggio a molti democratici che ci proveranno, pensando di farcela con una relativa facilità. Secondo me però rischiamo di sottovalutare Trump, il quale non è per niente battuto in partenza, anche perché gli americani tendono a rieleggere i propri Presidenti. Trump ha comunque una base elettorale molto consolidata, che si informa solo da fonti di parte e che è distribuita sul territorio statunitense in un modo più razionale e più utile nel senso delle regole delle elezioni rispetto alla base elettorale del Partito Democratico.

 

Secondo te qual è il problema più grande che affligge la società americana? Ovviamente una lista di questi problemi contiene senz’altro il controllo delle armi, la situazione delle minoranze, la grande diffusione degli oppioidi, la situazione della Rust Belt (regione degli Stati Uniti in cui sono concentrate tutte le vecchie aziende industriali e manifatturiere), giusto per citarne alcuni.

Sicuramente sono quattro grossi problemi. Io ti direi uno che abbraccia almeno un paio di quelli che hai citato tu e non è un problema in sé ma lo diventa: l’America è un paese che diventa ogni anno che passa sempre meno bianco, sempre più etnicamente variegato. Nel Sud soprattutto, la parte a sudest diventa sempre più popolata da afroamericani; la parte a sudovest sempre più popolata da latinoamericani. Questo grande cambiamento, che è un cambiamento che porta anche molta vitalità nella forza lavoro e nella cultura statunitensi, naturalmente viene visto come minaccioso e preoccupante da parte di moltissimi bianchi i quali vedono perdere il loro status, vedono cambiati i loro quartieri e le loro città. Questo conflitto è alla base di tanti conflitti economici, che hanno a che fare con l’immigrazione ecc. La risoluzione di questi conflitti in un paese fortemente diseguale come gli Stati Uniti ha delle ricadute anche sull’economia, per esempio nella Rust Belt stessa o sulla stessa epidemia degli oppioidi che colpisce certe zone e certe frazioni demografiche in particolare; non parliamo delle armi, la carcerazione – l’America è il paese con il più alto tasso di carcerati in base alla popolazione tra i paesi sviluppati; i carcerati americani sono in grandissima maggioranza afroamericani. Quindi su tutto ti direi la questione razziale. Mi sembra che la questione razziale sia alla base di moltissimi, non tutti, ma moltissimi problemi che oggi hanno gli Stati Uniti.

No Madman: North Korean Strategic Dilemma And Obstacles To Address It

by Luca Papini 

 

Introduction

Immediately before and during the winter Olympic Games just concluded, a lot has been said by newspapers, spokesmen and scholars about the importance of the agreement reached by North and South Korea that tied their respective delegations to march together at the opening ceremony held in Pyeongchang (평창유감), South Korea. Much of what has been said focused on the possibility given by this occasion for strengthening bilateral relations between the two countries in order to, eventually, solve the decennial-long nuclear crisis.

The handshake shared by the South Korean President, Moon Jae-in, at the start of the Olympics with Kim Yo-jong, younger sister of North Korean leader Kim Jong-un, represents the first visit of a member of the North Korea’s ruling dynasty since the informal end of the Korean War in 1953. Even though there is no doubt about the so far uniqueness of the event, it is important to contextualise it into the general framework of North Korea’s nuclear strategic dilemma before we define it as a milestone for the improvement of North-South relations.

This short paper aims to both rationalize the expectations about a near future solution of the nuclear crisis through the description of the situation and, at the same time, attempt to explain why at the present time the US and the world will need to accept a nuclear North Korea for now.

The reasons behind the importance of a nuclear arsenal in North Korea

First of all it is fundamental to keep in mind the narrative going on inside North Korea about belonging to the restricted club of countries in possess of nuclear capabilities. Kim dynasty’s fleece to develop nuclear weapons starts way before Kim Jong-un’s rise to power: it was initially conceived during mid 60s and acquired military dimension during the 80s under the dictatorship of Kim Il-sung, grandfather of the current leader. Arguably this is the only visible success of Kim’s dynasty, therefore if we consider this together with the role played inside the country by the cult of personality of the whole Kim family we can have a partial picture of why giving up nuclear weapons would probably mean implosion of Kim’s regime. Basically the stress applied to the success of the nuclear weapons program is a way for the ruling class to keep their people from revolting, showing the great achievements of the Democratic People’s Republic of Korea (DPRK) and, at the same time, justify the extremely expensive means necessary to get them, both in economic and social terms, for what it can be, by all account called, a failed state.[i]

Into the international scenario though, the possess of nuclear weapons has a complete different meaning. Despite the small amount of actually usable warheads compared to US, Russia or China,[ii] the arsenal in DPRK’s hands is enough to play the game of deterrence. As Andrei Lankov pointed out, after the invasion by the US of several Middle-East countries during the 90s and the early 2000s, the fear of a foreign attack can be hardly dismissed as paranoid or unfounded.[iii] Moreover nuclear warheads play a fundamental role as a bargaining tool over the international community. Considering the amount of imported resources and food from which DPRK depends on for its own survival (over 90% of the total country consumption) it clearly shows they need aid just to keep the system functioning, and they understand that the world needs a sustainable and compelling reason to provide them with such aid. In other words, North Korea fears that giving up its nuclear capabilities would lead to an international community unwilling to satisfy their demands.

“Without nukes, North Korea would become just another impoverished country which must compete for donor attention with such places as the Sudan or Zimbabwe. Even though some aid would probably come its way, it would be on a smaller scale than is currently being received.”[iv]

Possibilities to tackle the DPRK nuclear issue

Considering the deep rooted reasons for North Korea to develop and maintain even just a small amounts of nuclear devices, how can the international community achieve DPRK denuclearisation and the end of the related three decades crisis? Several options have been taken into consideration. All of them face some serious problems in the moment we consider the main geopolitical actor of the area: China.  To start with, China’s role in the Asia Pacific area leads to a very different set of geopolitical priorities for the PRC, on top of this list, China values much more the maintaining of the status quo on the peninsula and the survival of Kim’s regime over denuclearisation. The reason behind this lies on China’s hegemonic affirmation in the area in opposition to the US interference. It is easily understandable why this situation jeopardizes at once the chances to either solve the crisis through military means or by isolation and sanctions. The ladder would just not undermine DPRK deeply enough without China’s full support (China accounts for 90% of DPRK trades), as it has been proven by the sanctions entered into force in August 2017, while, on the other hand, the military means would just be voted out at the UN Security Council level.[v]

Even without considering the legal and diplomatic repercussions of an unilateral military action by the US, such possibility should appear clearly not suitable. First of all South Korea would very much likely not endorse nor enter the conflict in any form, preferring to risk an extremely unlikely nuclear strike by North Korea instead of an open war, with all the consequences, 40 kilometres from its capital. Secondly, a massive ground invasion would probably result in a victory of the US and its allies but the costs of such expedition would be prohibitive, and we cannot even rule out the possibility that in this extreme scenario, in order to protect their interests and avoid the rising of a united Korea close to the US, China and possibly Russia would somehow enter the conflict alongside North Koreans, complicating the situation even more.[vi]

Other possibilities, such as the transformation of the relationship between DPRK and US would very much likely create a dangerous precedent. In other words, concessions from the US would be a necessary starting point, and would inevitably pass through at least the informal recognition of North Korea as a nuclear weapon state in order to put a cap on DPRK’s arsenal and limit its development. Going down this road would probably “represent a humiliating defeat of the superpower United States at the hands of a fundamentally weak, ‘rogue’ state[vii]. Therefore creating an as important as dangerous precedent likely to be followed by others, such as Iran, Israel and Pakistan.

Conclusions

Despite the shortness of the description presented so far, it is easily understandable the infinite number of consequences which can arise no matter what strategy would be chosen to address the North Korean nuclear crisis. Without China’s full commitment to the cause, each strategy is doomed to have collateral effects with the potential to jeopardize the entire balance of powers both in the area and the world. Even though Trump’s new strategy of ‘maximum pressure’ – better yet, coercive diplomacy –[viii] appears to have brought some results[ix], in terms of forcing Kim Jong-un to the negotiation table, it is important to keep in mind the hedging  strategy played both by North Korea and China towards the US.  The Korean supreme leader, contrary to most of the narrative both in the US and Europe – even coming from Trump himself [x]-, is no madman and, as his predecessors during the Cold War, Kim has been able to put himself in the middle of two superpowers, beneficiating from both. This does not mean a deal would be completely impossible to negotiate, it means that unrealistic expectations about the full abandon and denuclearization of North Korea should be left out, in favour of a more realistic, down to earth step-by-step approach, where, in order to obtain some more serious results, China’s sustain is fundamental.

 

References:

[i] Chung-in Moon, Managing the North Korean Nuclear Quagmire: Capability, Impacts and Prospects.

[ii] SIPRI 2015 Yearbook: https://www.sipri.org/yearbook/2015/11

[iii] Andrei Lankov, Why the United States will have to accept a nuclear North Korea, 2009, Korean Journal of Defense Analysis, Kookmin University, Seoul, Republic of Korea pp. 254-256

[iv] Idem, p. 258

[v] Denny Roy, Preparing for a North Korea Nuclear Missile, 2016, Surivival pp. 131-154.

[vi]  Andrei Lankov, Why the United States will have to accept a nuclear North Korea, 2009, p. 257

[vii] Denny Roy, 2016 pp.138-142

[viii] Charles Knight, Reality Check on North Korea, Feb. 20, 2018, U.S.NEWS: https://www.usnews.com/opinion/world-report/articles/2018-02-20/donald-trump-must-concede-to-reality-to-stop-march-to-war-with-north-korea

[ix] The Guardian, 03 March 2018 https://www.theguardian.com/world/2018/mar/08/donald-trump-north-korea-kim-jong-un-meeting-may-letter-invite-talks-nuclear-weapons

[x] MSNBC, 27 Sep. 2017 https://www.youtube.com/watch?v=rC1nqDOgg2c

The Beijing Consensus and the Chinese approach for development

by Veronica Moldovanu

 

To secure ourselves against defeat lies in our own hands, but the opportunity of defeating the enemy is provided by the enemy himself. (Sun Tzu, Chapter 4)  

The famous “The Art of War” needs no presentation, it has been influencing for centuries, but can we say that the thousands of years old Confucian wisdom is still present in the nowadays Communist China’s strategy? Can we think that the new, ever-growing influence China is having on different countries is its way of “defeating” the hegemonic position the US has had for decades, and that the US is giving it this opportunity by imposing the “one-size fits all” approach of the Washington Consensus? “China is the greatest asymmetric superpower the world has ever seen, a nation that relies less on traditional tools of power projection than any in history and leads instead by the electric power of its example and the bluff impact of size.” (Ramo, 2004) But what is even more relevant is that China’s new ideas are having a gigantic effect outside of the Chinese borders. As Ramo states: “China is marking a path for other nations around the world who are trying to figure out not simply how to develop their countries, but also how to fit into the international order in a way that allows them to be truly independent, to protect their way of life and political choices in a world with a single massively powerful centre of gravity”. This new physics of power and development was defined in 2004 by Joshua Cooper Ramo, a policy analyst based in Britain, the Beijing Consensus, and it is often seen as in opposition to the Washington Consensus. The Beijing Consensus is increasingly viewed by developing countries as an attractive alternative to western development strategies based on free market and democracy (WFF, 2011)

What is important to note here is that there is no agreement on its existence, content or utility. Nonetheless, the term is extensively used among policy makers and in the media, contributing to the widespread perception that “the Beijing Consensus is changing the international order” (WFF, 2011)

 

Source: Peter Schran

 

The idea of the Beijing Consensus is based on three macro ideas that I will briefly present here. First of all, it refers to China’s strategy on using innovation as a driver for development. Secondly, China is improving its economy not to merely increase the national GDP. Instead, it aims to an improvement of the quality of life. The last point regards the auto-determination and the need for a continuous independence from outside influence, in opposition to the Washington Consensus legacy – a liberation of the developing countries from the US (World Foresight Forum, 2011).

China’s strength is that it is gaining power thanks to the example it gives, and not because of weaponry and military force. The greater Chinese aim is to “build a global network of friendly nations that will not challenge the West militarily or economically, but conceptually and politically.” (The Telegraph, 2010) We should also keep in mind that the Chinese not only complete major projects on time and on budget but are perfectly happy to be a “sugar daddy for human rights abusers”, how they are depicted in Halper’s (an official in various Republican administrations) typically succinct phrase. Caring little about good governance, they don’t lecture their partners (The Telegraph, 2010) At the same time is a matter of time. Getting funds from the Chinese is far more easy and faster than from the Western institutions as the World Bank. As Senegal’s president Wage stated in 2007: “Western institutions and investors were often “slow… patronising and post-colonial” in their dealings with Africans”. An infrastructure contract that would take five years to negotiate with the World Bank would take three months with the Chinese (The Telegraph, 2010)

As I said before, there is an ongoing debate among scholars and policy-makers on whether the term Beijing Consensus exists and if it is appropriate to use it. Even the Chinese leaders avoid using the term “Chinese model” and instead prefer to say the “Chinese case”. Maybe because they are strongly aware of the US’s sensitivity to any idea suggesting the emergence of a rival power and ideology—and “conflict with America could wreck China’s economic growth” (The Economist, 2010). Mr. Halper, argues that “just as globalisation is shrinking the world, China is shrinking the West by quietly limiting the projection of its values” (The Economist, 2010). In the end, the political bargain kept by China’s ever-expanding list of international allies is to support its policy on Taiwan and Tibet and ignore outcries over human rights. These are small prices to pay for gaining new power stations (The Telegraph, 2010). Beijing does not want a confrontation with Washington and Brussels but a “path around the West” to create a new international bloc. The Chinese Communist Party has shown “marginal, rogue and autocratic states” that “state-directed capitalism” can work (The Telegraph, 2010).

Intuitively enough, there are some questions that emerge in our mind. Is the Beijing approach counter-balancing the Washington one? Are there any chances that the PRC can take over the US in terms of influence? How does it really influence the developing countries, specifically the African ones? And at the end of the day, can the Chinese approach really have a positive impact on the African countries’ people, as the second point of the Beijing Consensus concept affirms?

While the mainstream discourse is criticizing the dominant Western states’ approach, modern China’s expansion into Africa over the course of the last two decades – its burgeoning economic and political ties – has led to similar accusations of a “fresh neo-colonialism disguised as South-South development” (Servant, 2005). There is a difference though: whereas Western partnership is often based on the misperception of Africa as a continent irrevocably poor and allergic to development, the Chinese benchmark looks on an Africa which, though “facing challenges,” is nevertheless bestowed with “unprecedented opportunities for development”  (ISS Report 2012).

There are Chinese scholars that are strongly criticizing their government’s implication with the developing countries. Even if the African countries are happy with the Chinese investments, some officials are still showing signs of concern and caution.

Indeed, in 2006 even the largely supportive South African President Thabo Mbeki made the point of welcoming closer Sino-African relations whilst nonetheless bearing in mind that a partnership based mainly on the exportation of raw materials and importation of manufactured goods risked only replicating a “colonial relationship” that would see Africa “condemned to underdevelopment” (BBC News, 2006).

 

References:

 

Adisu K., Sharkley T., Okoroafo S., 2010, The Impact of Chinese Investment in Africa, https://pdfs.semanticscholar.org/46d5/da638000dc01c1b5fb7121435e062d051c71.pdf, November 10th, 2017.

BBC, 2006, Mbeki warns on China-Africa ties, http://news.bbc.co.uk/2/hi/business/6178897.stm, November 10th, 2017,

Cooper Ramo J., 2004, The Beijing Consensus, http://www.xuanju.org/uploadfile/200909/20090918021638239.pdf, November 11th, 2017.

Eno A., et al, 2014, China-Africa Relations: How Tight Are the ‘Strings’ Attached?, http://www.academia.edu/8573047/China-Africa_Relations_How_Tight_Are_the_Strings_Attached, November 9th, 2017,

Qasem I, et al., 2011, The Beijing Consensus: An alternative approach to development, https://hcss.nl/sites/default/files/files/reports/WFF02_Issue_Brief_The_Beijing_Consensus02.pdf, November 10th, 2017,

Spilius A., 2010, The Beijing Consensus: How China’s Authoritarian Model Will Dominate the 21st Century by Stefan Halper,
http://www.telegraph.co.uk/culture/books/bookreviews/7719628/The-Beijing-Consensus-How-Chinas-Authoritarian-Model-Will-Dominate-the-21st-Century-by-Stefan-Halper.html, November 10th, 2017,

Sun Tzu, The art of war,

The Economist, 2010, The Beijing consensus is to keep quiet,
http://www.economist.com/node/16059990, November 14th, 2017,

Willis B, 2014, China, Africa, and Neo-Colonialism, http://www.e-ir.info/2014/01/22/china-africa-and-neo-colonialism/, November 12th, 2017.

 

A dangerous game: History of the Iran nuclear deal and Trump’s era

by Luca Papini 

 

The election of Donald Trump as President of the United States has generated a new era of unprecedented political uncertainty. The new US president in fact has often severely addressed different top-priority international issues with violent overtones and actions increasingly out of step with his predecessor. Examples of this can be found in the new US policy towards North Korea, the US withdrew from the Paris climate treaty and, of course, the ongoing narrative over the Iranian nuclear treaty signed in 2015.

The latter has been continuously mentioned by Trump during public speeches over all his first year of presidency and has always been described with the harshest tones. But why does Trump refuse the deal and why is he trying so strongly to re-negotiate it? Moreover, what kind of consequences are likely to happen if he actually does so? This article tries to investigate these issues and, on the other hand, to explain the bilateral and global repercussions of an inconsiderate one-sided policy over the Iranian nuclear deal.

History of the crisis and US involvement.

The Iran nuclear treaty, otherwise called Joint Comprehensive Plan Of Action (JCPOA) was signed in Vienna in July 2015 by the Islamic Republic of Iran and six international negotiators: US, Russia, UK, France, China and Germany (P5+1) in order to solve the nuclear crisis started in the early 2000s. The involvement of these six external states is due to historical and political reasons developed over the 15 years in which the negotiations have been going on.

The crisis started in the august 2002 when the Mujahideen-e Khalgh Organization (MKO), a government’s opposition group, revealed to the world the existence of a facility close to Esfahan for uranium enrichment purposes that the government had not declared to the International Atomic Energetic Agency (IAEA) as it was supposed to do.[i] In the framework of the US war on terror after the 9/11 terrorist attacks, the situation escalated quickly, bringing deep worries in both the area’s and western powers about a possible Iran equipped with nuclear weapons.

On October 16 of 2003 the EU received assurances from Teheran that Iran would soon comply with IAEA’s requests and the negotiations with UK, France and Germany (EU/3) started. Thanks to this opening to the European side, Iran avoided the escalation of the crisis and a partial settlement of the dispute. However, over the following years, numerous propositions were rejected both from the Islamic Republic of Iran and the EU/3 negotiators mainly because of US interference and opposition over a specific topic: the Bush administration fiercely argued against the idea that Teheran’s government shall have been allowed to keep going on the development of nuclear plants for civil purposes. This issue is extremely important for today’s situation because is the lynchpin to understand Trump’s opposition to the JCPOA.

Nonetheless the first turning point on the issue arrived thanks to a more practical and constructive US involvement after Teheran’s menace to increase dramatically the cost of oil’s exportation in response to the first United Nations sanctions occurred in 2006. In fact the very same year, for the first time the US agreed to sit at the table of negotiations, due to both the necessity to address the Republican’s fall in the midterm elections and the impossibility to cope with oil prices upswing during their involvement in middle-east.[ii] In this period the Islamic Republic of Iran strongly believed into the necessity to bring to the table of negotiations a larger team of negotiators, in order to obtain more solid security guarantees for themselves. The natural choices were the others members of the UN Security Council: Russia and China, both active supporters of Teheran’s regime. It follows that the group which will conclude the JCPOA in 2015 was formed and, starting in 2006, the P5+1 tried to work out the Iranian situation throughout a wide range of proposal, initiatives and negotiation for the following 10 years.

The content of the deal.

In 2015 the signature of the deal was an incumbent necessity for Iran: during the settlement of the crisis and the finalisation of an agreement, Teheran’s regime had been vexed by UN’s as well as unilateral increasing sanctions over a wide range of products and raw materials, bringing the country on the edge of collapse. This has been the leverage that the group P5+1 has used against Iran, in exchange of a painstaking detailed regulations on Iran’s nuclear capacity the P5+1 agreed on the disruption of the international sanctions.

From a general perspective it is possible to summarize the regulation on which Iran had to agree on in four points:

  • To not build or develop any new nuclear turbine, with a limited exception for those with the sole purpose R&D (IR-6, IR-8) and under the IAEA strict surveillance. Moreover the only activities of enrichment allowed have to take place in the Nantaz facility and never over a 3.67% level of enrichment (very far from the 20% wanted by Teheran during the negotiations);
  • Always keep their stocks of uranium under the 300kg, the exceeding quantity has to be either sold to the international partners or impoverish them to the natural level;
  • Other measures to prevent the acquisition of nuclear devices. i.e: 15 years of impossibility to use or develop any kind of heavy-water reactor;
  • Implementation of transparency measures: 25 years compliance with any IAEA requests over all the production of uranium on the territory, unique use of IAEA approved technology for a period of 15 years and immediate resolution of concerns that might arise allowing deep international inspections on all the national territory.

In exchange to the above mentioned restriction on their nuclear capabilities Iran obtained the lifting of numerous sanctions such as:

  • All the UN sanctions from the resolutions n°: 1696 (2006), 1737 (2006), 1747 (2007), 1803 (2008), 1835 (2008), 1929 (2010) e la 2224 (2015);
  • All the EU sanctions, and their amendments, in matter of: Bank activities, financial support for trade and development, oil import and export, airports access for goods’ transport and exportations of valuable materials such as gold, silver etc..
  • All the unilateral US sanctions in matters of goods, precious raw materials and weapons, even though a 5 year embargo was still kept on for conventional arms and 8 years for ballistic missiles.[iii]

Today’s situation.

As already stated, since the election of Donald Trump the US administration has tried to review the JCPOA in order to obtain a “more favourable deal” for the US. The main reason behind it seems to be the time limit that was set on specific restrictions (i.e: implementation of transparency measures), this particular issue was called by the opponents of the deal “Sunset Clause” and, as mentioned already, finds its roots in the very early Bush administration opposition to a EU/3 – Iran deal in 2004 and 2005.

During his term so far Trump has threatened three times the unilateral US withdrawal from the JCPOA and an immediate stop to the lifting of sanctions agreed, last one in the earliest day of this year, adding as that would be the last time he complies with the deal, suggesting with this that if a change does not occur in a 4 months period, he will rip the deal off, with or without the EU partners.

The problem here are the foundation of the JCPOA itself: the so-called “sunset clause” is the very base on which the JCPOA has been signed. As perfectly explained by Gordon and Malley:

The real choice in 2015 was between achieving a deal that constrained the size of Iran’s nuclear program for many years and ensured intrusive inspections forever, or not getting one, meaning no restrictions at all coupled with much less verification.[iv]

The game played by Trump here is a dangerous one. Even though all the EU partners have continuously rejected the hard line of the US president, sustaining and enforcing the 2015 deal, Iran is growing skeptic and might soon enough stop as well complying with the restrictions imposed if Donald Trump does not stop this narrative and actually does withdraw the US from the JCPOA. In fact, Iran would consider any tentative of reintroduction of sanctions related to the nuclear crisis as sufficient enough to withdraw their adhesion to the implementation of the JCPOA.[v]

 

References:

[i] Farzan Sähet, Iran: Resolving The Nuclear Crisis, p. 77.

[ii] R. Guolo, La Via dell’imam, p.155

[iii] Joint Comprehensive Plan of Action, Vienna, 14 July 2015: http://eeas.europa.eu/statements-eeas/docs/iran_agreement/iran_joint-comprehensive-plan-of-action_en.pdf Paragrafs 18-24, Section A, Chapter 1 amd  2. For a complete list of the sanctions see “Annex II” pp. 51-135

[iv] Philip Gordon and Robert Malley, Destroying the Iran Deal While Claiming to Save It, First published on “The Atlantic” on JAN 21, 2018 https://www.theatlantic.com/international/archive/2018/01/trump-iran-deal-jcpoa/551066/

[v] Joint Comprehensive Plan of Action, Vienna, 14 July 2015: http://eeas.europa.eu/statements-eeas/docs/iran_agreement/iran_joint-comprehensive-plan-of-action_en.pdf Paragrafs 26, Section A, Chapter 2 “Sanctions”.

Falling Dominos: Globalization and Decline of the United States

by Fabio Seferi

The realm of international relations has always been a system of power and balance. Power, indeed, is intended not only as military power or the pure use of force, but also as the ability to pursue and to enforce one’s will in a certain domain. Or, to say it in a more comprehensive way, “power is the ability to attain the outcomes one wants” (Nye Jr 2010). Of course, to assess the nature of the international system we do not have to take into account all the actors involved. The system is defined by the most important actors in terms of their capabilities. Thus, the distribution of economic and/or military power among these actors will play a key role in assessing the type of system.

However, as countries – with their respective economies – have become more interdependent, the world system has become more integrated. An important feature of the international system in recent years is that it is facing a globalization trend. A first definition of globalization could be “the increasing integration of national economies into a global one” (Milner 1998). Indeed, economies have opened to each other, national boundaries have become faded in relation to the movement of capital, goods and labor, and corporations often delocalize to other countries to take advantage of cheaper labor force – to name a few characteristics of the globalized system.

The champion of this global liberal economy has been, of course, the United States. Since the end of WWII, the US has shaped the global liberal order, especially in its economic facets (e.g. the Bretton Woods agreement in 1944). Many in the literature have stressed the fact that for a system of liberal world economy to develop and stabilize, a leader country is needed (Kindleberger 1981; Gilpin 1987). A country that has three main attributes: 1) a large and growing economy, 2) dominance in a leading sector; 3) political/military power. Due to the particular historical phase and to its great capabilities, the United States rose as the system’s leader.

However, the global dominance of the US has not always been uncontested and undisputed. Of course, not many countries have (had) the characteristics to face the challenge. Overthrowing  the US from its leader position has never been an easy task due to its giant economy and military power. Another American feature is its technological leadership: i.e. the United States is always among the first countries to innovate and to push forward the technological frontier. Therefore, the challenger has to be a country that can rely on great military power and on a flexible and technologically advanced economy. In the last 70 years, therefore, the discussion about American leadership and (possible) relative economic decline has gained increasingly more importance.

The system of liberal world economy, however, poses a dangerous threat to US strategy and foreign policy. With the increasing interdependence and need of strategic foreign goods (such as raw materials or soft-wares) used for military purposes, the position of the system’s leader is heavily undermined. Thus, “an increased American reliance on foreign goods, technology, and capital and the increased worldwide diffusion of strategically significant technologies could impose subtle but powerful constraints on U.S. freedom of diplomatic and military action” (Friedberg 1989). Obviously, as the global economic system becomes more interdependent, all states (even large, powerful ones) will find it harder to ensure prosperity on their own (Ikenberry 2011). If this will be the case, the United States will not be able anymore to dominate completely the world economy and to maintain their leader position without tackling these issues.

Notwithstanding, the XX century was the American century. No other country could face the problems of decay and loss of power better than the United States.

To say it with Samuel Huntington:

Successful societies […] are those that find ways short of their own destruction to sustain the dynamism of their youth. The structure of such societies will presumably encourage competition, mobility, fluidity, pluralism and openness – all qualities that prevent a society from becoming mired in a network of collusive deals in which everyone benefits to everyone’s disadvantage.
[…]
The ultimate test of a great power is its ability to renew its power. The competition, mobility and immigration characteristic of American society enable the United States to meet this test to a far greater extent than any other great power, past or present. They are the central sources of American strength.

To these characteristics, other ones should be added; for example, the multidimensional aspect of American power – which comes in various forms and from different sources – and the benefits coming from being geographically distant from most conflict areas (Huntington 1988).

The end of the century, therefore, saw the overwhelming victory of the United States. Nevertheless, the new millennium so far has managed to shuffle the cards in play.

In the beginning of the XXI century, there was a very unequal distribution of power resources in the world (Nye Jr 2010). The United States accounted for: 1) nearly 5% of world population; 2) almost 25% of the world’s economic output; 3) nearly 50% of total global military expenditure. It was not only the most powerful country in the world, but it also had the most extensive network of soft-power resources. All over the world, U.S. actions could rely on a certain degree of legitimacy by other countries. The American “way of life” was still appealing to many people across the globe. This Brobdingnagian creature strongly held the dominant position in the system.

We can describe the position of the United States considering it as domino tiles, with every piece put standing vertically next to the other one. This fragile composition needs a lot of accuracy to thoroughly put all tiles at place, creating a progressive line. However, despite of how well the dominoes were displayed, in the recent years they seem to have started falling one after the other.

In fact, the century began with the 9/11 shock. The greatest power of history was on its knees for a terrorist attack. The following Bush Doctrine, founded on the principle of preventive war, made inevitable the display of huge American military forces in the Middle East. It looked like it was the beginning of the so-called imperial overstretch, i.e. the breakdown caused by the growing political and military commitments of the leader and the relative decline of its economic capabilities (Kennedy 1988). But that has not been the case so far. Many have argued in recent years that the United States could decline because of domestic under-reach rather than imperial overstretch: that is, losing the ability to influence events and to attain certain outcomes because of domestic crisis, such as economic stagnation (Nye Jr 2010). Other reasons could be the collapse of its political institutions or the curtailment of immigration backed up by a new isolationist view, caused by xenophobia or reactions to terrorist attacks or fear.

Economic recession (or stagnation) is a key issue of the last decade. Indeed, in 2007-08 the United States (and afterwards the whole world) faced the most severe financial crisis ever. This has paved the way for a new economic thinking and for a shift in international rules and norms. As Robert Wade argues in an article for New Left Review in 2008, the last crisis could be the beginning of a third regime change. Other two regime changes have previously shook the system of liberal world economy. The first one lasted from 1945 to 1975 and was governed by the Bretton Woods agreements and by Keynesianism. It favored market allocation but always inside a framework of political constraints, limits, and legitimacy. The second one began after the collapse of the Bretton Woods system and lasted until the recent crisis. It was governed by neoliberal economics, so that market allocation grasped a wider set of the economic life in the more classical form of laissez-faire. State intervention took a rollback, while the government had principally the task to liberalize, deregulate and privatize. Of course, this led to the 2007-08 financial crisis. As the same Robert Wade puts it:

The toxic combination of debt, asset bubble and securitization technology was itself enabled by lax regulation. The locus of the blow-up was not unregulated hedge funds, but supposedly regulated banks. […] It is no exaggeration to say that the crisis stems from the biggest regulatory failure in modern history.

The breakdown of the bubble and the following crisis doomed the global model of financial architecture built up from the ‘80s. The whole system collapsed due to the malfunction of its three main pillars: 1) regulation was not sufficiently strict; 2) the market meltdown was caused by complex financial engineering; 3) credit grew rapidly at the expense of monetary stability.

This second regime is also called the Washington Consensus to highlight once again the global American leadership, especially in the last decades. Again in Robert Wade’s words:

If the wars in Iraq, Kosovo and Afghanistan were one expression of American post-Cold War triumphalism, globalized finance, launched during the Clinton Administration, was another. The mainstream press boasted that the US financial system had broken through the sound barrier and was now operating in a new dimension, as it undertook more and more dazzling gambles.

This third regime change is accompanied by a large-scale loss of confidence in the “American” capitalism and the neoliberal economics that structured it. In addition, US soft power is not appealing anymore, due to the American loss of moral authority after the recent crisis.

The breakdown of the system, therefore, undermines also the leadership position of the United States. The world system has started to call into question a cluster of international liberal ideas such as the confidence in free and open markets, faith in democratization processes, and legitimacy and acceptability of US military power (Ikenberry 2011), leading all actors to an era of more uncertainty.

 

 

References

Friedberg A. L. (1989), “The Strategic Implications of Relative Economic Decline”, Political Science Quarterly, 104/3, pp. 401-431.

Gilpin R. (1987), The Political Economy of International Relations, Princeton University Press.

Huntington S.P. (1988), “Decline or Renewal?”, Foreign Affairs.

Ikenberry G.J. (2011), “The Future of the Liberal World Order: Internationalism After America”, Foreign Affairs, 90/3, pp. 56-68.

Kennedy P. (1988), The Rise and Fall of the Great Powers: Economic Change and Military Conflict from 1500 to 2000, Unwin Hyman Limited.

Kindleberger C.P. (1981), “Dominance and Leadership in the International Economy: Exploitation, Public Goods, and Free Rides”, International Studies Quarterly, 25/2, pp. 242-254.

Milner H.V. (1998), “”International Political Economy: Beyond Hegemonic Stability”, Foreign Policy, 110, pp. 112-123.

Nye J.S., Jr (2010), “The Future of American Power: Dominance and Decline in Perspective”, Foreign Affairs, 89/6, pp. 2-12.

Wade R. (2008), “Financial Regime Change?”, New Left Review, 55, pp. 5-21.

La pratica del regime change: la politica estera statunitense in Medio Oriente vista da John Mearsheimer

Nel mondo accademico americano, e più in generale quello occidentale, è raro trovare voci dissidenti con quella che è stata la pratica dell’esportazione della democrazia a stelle e strisce all’esterno del “mondo libero”. Una di queste voci è quella di John Mearsheimer, professore dell’Università di Chicago e padre della teoria delle relazioni internazionali del realismo offensivo, che ha avuto il coraggio di ammettere, senza alcuna vergogna o remora, che la politica statunitense del regime change (ovvero del cambio di regime) si è rivelata un fallimento su tutti i fronti, dalla destabilizzazione di governi prima solidi, all’impossibilità di democratizzare i paesi vittima della loro politica, fino all’aver aggravato la minaccia terroristica dando vita allo Stato islamico. L’argomento è stato trattato, in particolare, in una serie di conferenze che il professore ha tenuto a MGIMO, l’Istituto Statale di Mosca di Relazioni Internazionali nell’ottobre del 2016.

Dal 2011, ha spiegato, la politica estera statunitense nel Medio Oriente è stata caratterizzata da “un disastro dopo l’altro”, fallendo praticamente ogni volta che la pratica del regime change è stata applicata. Mearsheimer individua tre aree strategiche per la sicurezza e l’azione estera degli Stati Uniti, sempre tenendo ben presente che la più importante è ovviamente l’emisfero occidentale, ovvero le Americhe, all’interno del quale non devono nascere altre grandi potenze o non deve esserci alcuna interferenza esterna, in base a quanto dichiarato unilateralmente con la Dottrina Monroe (alla quale il giurista Carl Schmitt si ispirò per spiegare il concetto di Grande Spazio): in ordine d’importanza abbiamo l’Europa occidentale, l’Asia nord orientale e il Golfo Persico. Le ragioni sono presto dette: l’Europa occidentale è il luogo in cui le grandi potenze, almeno a partire dall’età moderna, si sono sempre concentrate; l’Asia nord orientale è dove grandi potenze in grado di competere con gli Stati Uniti ci sono state, ci sono ancora e continueranno ad esserci in futuro (URSS/Russia; Giappone; Cina); il Golfo Persico per una ragione semplicissima: il petrolio, di cui gli USA sono secondo produttore e primo consumatore mondiale, e il cui controllo risulta strategico per influenzare la sicurezza energetica del mondo intero e, in particolare, delle grandi potenze emergenti come Cina ed India che si riforniscono principalmente proprio da quell’area.

Il punto cruciale però qui è un altro: riconosciute queste aree strategiche, possiamo anche definire anche quali aree non sono strategiche per la sicurezza degli Stati Uniti. A conti fatti, secondo Mearsheimer, Siria, Egitto e Israele non sono aree d’interesse strategico per gli Stati Uniti. Inoltre, l’Europa occidentale è destinata a scendere al terzo posto quale area d’interesse strategico visto il declino endemico a cui le potenze europee sono sottoposte da circa un secolo a questa parte, mentre l’Asia, che a causa della Cina sarà coinvolta nella sua intera parte orientale, e non solo a nord, è destinata a salire al primo (la teoria del “pivot to Pacific” lo dimostra) e il Golfo Persico al secondo. Le aree su cui, a nostro avviso, la stessa amministrazione Trump si concentrerà di più. Come già accennato, inoltre, l’area del Golfo Persico sarà d’importanza cruciale per gli Stati Uniti proprio per il rifornimento energetico della Cina stessa la quale, ad oggi, attinge il 25% delle proprie risorse petrolifere proprio da lì. E la share è destinata ad aumentare. Allo stesso mondo l’India, mentre l’Europa sarà lasciata in disparte poiché non costituisce una minaccia competitiva agli USA in termini di sicurezza.

Le radici della politica del regime change sono individuabili sin dall’intervento americano in Afghanistan nel 2001. Da questo punto di vista non c’è differenza fra Bush figlio e Obama: Afghanistan, Iraq, Libia, Siria ed Egitto si sono rivelati cinque fallimenti su cinque tentativi attivi compiuti. Quella in Afghanistan si è rivelata la guerra più lunga in cui gli Stati Uniti siano stati mai coinvolti: le finanze americane dissipate per questa guerra sono state persino superiori a quelle spese per attuare il Piano Marshall. Inoltre, i Talebani controllano ancora un settimo del territorio afghano, e lo Stato islamico in Afghanistan sta diventando un attore non statale non trascurabile in questo scenario. Per quanto riguarda l’Iraq sembra quasi inutile dirlo: prima che Saddam Hussein venisse estromesso dal potere non v’era alcuna forma di terrorismo nell’area, mentre il paese è oggi diviso in tre parti, ovvero l’area araba del Golfo a maggioranza sciita, il Kurdistan iracheno nel nord del paese e l’area a maggioranza sunnita governata dallo Stato Islamico, in cui buona parte degli ufficiali e dei funzionari di Saddam Hussein operano tutt’oggi al suo fianco.

In Siria gli Stati Uniti sono profondamente coinvolti nel tentativo di rovesciare Assad sin dal 2005 e le primavere arabe del 2011 sono state solo il momento in cui quest’ingerenza si è tradotta in una guerra aperta contro il regime attraverso l’addestramento e il finanziamento delle milizie ribelli alleate a gruppi islamisti locali o stranieri. Il risultato è stata la morte di moltissimi siriani, la crisi dei rifugiati con flussi consistenti sia verso l’Europa sia, soprattutto verso i paesi limitrofi (Giordania e Libano su tutti) e 7 milioni di rifugiati interni, per un paese che di popolazione conta 23 milioni di persone. A questi si aggiungono la persecuzione dei cristiani e delle altre minoranze etniche e religiose, prima tutelate dal regime, ad opera dei gruppi islamisti e dello Stato Islamico stesso, che dall’Iraq è penetrato in Siria grazie al vuoto di potere lasciato dal governo nell’area orientale del Paese.

Situazione simile, se non addirittura peggiore, il Libia, in cui il rovesciamento di Gheddafi ha determinato anarchia e caos in tutto il paese. Per quanto il piano per la Libia fosse principalmente opera degli anglo-francesi, interessati a spartirsi le risorse petrolifere del paese africano con l’indice di sviluppo umano più alto del continente nero (almeno fino ad allora) a scapito del tradizionale partner italiano, la ragione per cui gli Stati uniti supportarono l’intervento fu essenzialmente politica, per poter imporre la democrazia in un paese governato da un dittatore tanto odiato dall’allora Segretario di Stato Hillary Clinton almeno quanto Madeleine Albright aveva odiato, ai tempi della guerra del Kosovo, Slobodan Milosevic. Ironicamente, laddove gli Stati Uniti vollero imporre il rispetto delle norme e dei diritti sia internazionali sia umani, finirono per violarli entrambi, effettuando, come in Serbia, un intervento militare aereo mai autorizzato. Vi è infine l’Egitto, dove dopo la cacciata di Mubarak, dittatore per altro filo-occidentale, venne democraticamente eletto il “faraone” Mohammed Morsi, vicino alla Fratellanza Musulmana, partito politico di chiara impostazione islamista e vicino a diverse milizie jihadiste e gruppi terroristici, a sua volta estromesso dal potere attraverso il colpo di Stato militare guidato dal generale al-Sisi. In pratica la democrazia, in Egitto, non è mai pervenuta.

Il risultato è stato il fallimento di cinque obbiettivi su cinque, l’incremento della minaccia terroristica di matrice islamista, l’acuirsi del conflitto fra sciiti e sunniti nello scontro fra Arabia Saudita ed Iran per l’influenza della regione, la crisi dei rifugiati ed un altissimo numero di vittime. Tuttavia il puzzle non è ancora completo, poiché ci sono ancora tre attori da considerare: Israele, l’Iran e lo Stato islamico. Per quanto riguarda il primo, visto lo sviluppo delle politiche regionali, la debolezza dei suoi nemici e la lenta e inesorabile convergenza con le monarchie del Golfo su obbiettivi di politica estera, la soluzione che prevedeva la creazione di due Stati, con l’indipendenza di quello palestinese, è ormai da dimenticare: una grande Israele è ormai una certezza, col completo controllo della Cisgiordania e, se necessario, della Striscia di Gaza da parte delle autorità israeliane. Israele si trasformerà in uno stato in cui vigerà un regime di apartheid e la minaccia terroristica non farà altro che incrementare a causa della ribellione interna palestinese. L’Iran, il quale può essere considerato l’unico “successo” dell’amministrazione Obama visto il raggiungimento dell’accordo sul nucleare (che comunque il presidente Trump è intenzionato a smantellare, così come lo era anche la Clinton), se oggi non è una minaccia l’influenza degli Stati Uniti nel Golfo Persico, non è escluso che lo sia in futuro: se l’Iran non si sentirà sicuro dopo la scadenza dell’accordo, la repubblica islamica riprenderà lo sviluppo della propria deterrenza nucleare. E, visti i recenti sviluppi sul fronte americano e israeliano, questo futuro sembra quello più plausibile. Infine, qual è il destino dello Stato islamico? La strategia degli Stati Uniti rispetto al Daesh è stata, almeno fino all’elezione di Donald Trump, strettamente interconnessa con il rovesciamento di Assad, quasi che l’ISIS fosse un ingovernabile strumento per impedire al regime di acquistare forza. L’obbiettivo degli Stati Uniti è in realtà l’eliminazione di entrambi, ma vista il sostegno di Russia, Iran e Hezbollah (e di recente anche dell’Egitto) al presidente siriano, gli Stati Uniti dovranno rassegnarsi ad eliminare solo l’ISIS a meno che non vogliano giungere ad una guerra per procura con Mosca. In ogni caso, anche con la sconfitta dello Stato Islamico, la minaccia terroristica rimarrà sempre presente, poiché questo si atomizzerà e si riorganizzerà in cellule o agirà attraverso lupi solitari, così come ha fatto e fa Al-Qaida, così come ha fatto e continua a fare parallelamente lo Stato islamico stesso.

Elia Bescotti

TRUMP E L’IMPOSSIBILE ISOLAZIONISMO: Riflessioni sul futuro della politica estera americana

A tre settimane dall’elezione di Donald Trump, sono molti gli interrogativi sulla futura amministrazione statunitense. Se negli ultimi giorni i toni da campagna elettorale si sono in parte attenuati, occorre domandarsi se la linea di Trump cambierà anche per quanto riguarda l’attuazione del programma proposto agli americani. La forma che assumerà la politica estera dell’amministrazione Trump è uno dei nodi che destano più interesse. Per cominciare a riflettere sul tema, abbiamo posto alcune domande a Mauro Campus, professore di Storia delle relazioni internazionali presso la Scuola di Scienze politiche Cesare Alfieri dell’Università di Firenze.

Durante la campagna elettorale Donald Trump si è spesso pronunciato contro i trattati commerciali internazionali e possiamo ragionevolmente pensare che molti dei voti delle aree più depresse del paese siano stati conquistati anche così. Uscendo però dalla retorica elettorale, pensa che gli Stati Uniti possano tirarsi indietro dalla linea favorevole ai trattati di libero scambio?

Mi pare che si possa affermare che i negoziati di entrambi i principali trattati commerciali (Transatlantic Trade and Investment Partnership, TTIP e Trans Pacific Partnership Agreement, TPPA), pensati oramai anni fa, erano già compromessi prima dell’elezione di Trump. Quella sorta di “dogma” radicatosi nei primi anni del XXI secolo che confidava nella crescita pacifica, stabile e illimitata non solo dei volumi dei commerci ma delle relazioni economiche internazionali, che vedeva la creazione di una sorta di mercato globale con un’omogeneizzazione e una conseguente riduzione delle garanzie e dei diritti dei lavoratori, è stato frantumato dalla crisi cominciata nel 2008. Tant’è che il TTIP, su cui ci si è così tanto interrogati poiché avrebbe ulteriormente integrato i due principali mercati mondiali, Europa e Stati Uniti, di fatto giace in un limbo negoziale. Limbo che fa presagire la fine dello stesso negoziato, sia perché esiste una forte resistenza delle classi lavoratrici soprattutto in Europa occidentale, sia perché esiste analoga resistenza da parte delle élite europee. Tornando a quanto si può ipotizzare rispetto all’influenza che Trump potrebbe avere sulla politica commerciale degli Stati Uniti, è immaginabile che l’integrazione dei sistemi commerciali che vedono gli Stati Uniti al centro di una rete sempre più globale, subisca una battuta d’arresto. Il che non 2 significa immaginare che gli USA possano tornare ad una sorta neo-isolazionismo. Questo è escludibile poiché la qualità e la quantità dei vincoli che gli USA hanno assunto nel tempo è tale che per diventare un paese protezionista comporterebbe quasi una “inversione identitaria” quale, per fare un esempio, l’uscita dall’Organizzazione Mondiale del Commercio (WTO); o per fare un altro esempio, mi pare irrealistico che la nuova amministrazione possa imporre dazi del 35% sulle importazioni di automobili, come affermato da Trump durante la campagna elettorale.

Parliamo adesso di Pacifico. I pareri sulla politica di Obama rispetto ai paesi asiatici – il cosiddetto pivot to Asia – sono numerosi e spesso discordanti. Ritiene che l’insediamento di Trump alla Casa Bianca comporterà una battuta d’arresto dei tentativi di Obama di creare rapporti più stretti con i paesi asiatici?

Per rispondere a questa domanda sarebbe necessario fare un bilancio della politica asiatica delle due amministrazioni Obama. La qual cosa non è semplice perché alcune traiettorie immaginate e attuate da Obama sono ancora in una fase di divenire e le conseguenze non sono valutabili appieno nell’attuale situazione. Non intendo sospendere il giudizio sulla politica estera di Obama, quanto rilevare che gli elementi per dare una valutazione più distesa non sono ancora completamente disponibili. Possiamo però parlare di ciò che è avvenuto in questi anni, ovvero del tentativo di affrontare i teatri della politica internazionale in cui gli Stati Uniti sono impegnati in maniera significativa – e l’Estremo Oriente fra questi – con una visione complessiva. L’amministrazione Obama ha affrontato i grandi problemi globali in maniera organica e in parte con successo, quanto di quella visione possa sopravvivere nella transizione all’amministrazione Trump è difficile dirlo. Tuttavia, possiamo supporre – ed anche temere – che larga parte dell’approccio obamiano sarà superato. Anche mettendo da parte la retorica da campagna elettorale, Trump non si distingue per una conoscenza profonda né dei legami economico-commerciali degli Stati Uniti con il resto del mondo, né dell’impegno profuso dalle amministrazioni Obama per “restaurare” e “stabilizzare” il sistema internazionale.

Una questione di pressante attualità è la guerra civile siriana e i negoziati che vanno avanti oramai da mesi per giungere ad un accordo fra governo siriano ed opposizione riconosciuta. Pensa che la 3 simpatia mai celata di Trump nei confronti di Putin segnerà una svolta in quei negoziati, magari in favore di Bashar al-Assad, come auspicato dal Cremlino?

L’elezione di Trump comporterà un nuovo approccio nei confronti della Federazione Russa, ma questo non solo perché Trump apprezza Putin e la sua azione di politica estera in Medio Oriente, quanto perché la presenza degli Stati Uniti nello scenario internazionale sarà meno pervasiva di quanto è stata negli ultimi venticinque anni e, soprattutto, durante la Segreteria di Stato di Hillary Clinton. Questo perché l’obiettivo di Trump è quello di concentrarsi sulla politica interna. Bisogna auspicare che il partito Repubblicano, nonostante la diffidenza che nutre nei confronti di Trump contribuisca in maniera proattiva alla formazione dell’esecutivo e, dunque, abbia un ruolo nella nomina di un Segretario di Stato capace di muoversi con cognizione fra i dossier più importanti, fra cui quello russo, e dunque riesca a temperare almeno i più macroscopici errori di lettura compiuti da Trump in campagna elettorale a proposito della politica estera delle Federazione russa.

Ritiene quindi che anche il coinvolgimento degli Stati Uniti in alcune aree come quelle del Medio Oriente arretrerà?

Sì, è presumibile anche se non si può parlare di isolazionismo. Farlo per gli Stati Uniti significherebbe tornare alla metà del XIX secolo, neanche all’inizio del XX secolo che pur è stato caratterizzato da una certa forma ritiro dalla partecipazione diretta alla vita internazionale. Chi parla oggi di isolazionismo semplicemente ignora i fondamentali del sistema internazionale contemporaneo. Piuttosto, gli Stati Uniti rivedranno l’impegno universalistico che si attribuirono alla fine del conflitto bipolare.

Arrivando all’Europa e nello specifico all’Unione Europea: si è parlato molto dell’opportunità che l’amministrazione Trump potrebbe offrire per un nuovo sviluppo del progetto di difesa comune europeo. Tenendo conto delle elezioni legislative del prossimo anno (Francia, Germania e Paesi Bassi, per citarne solo alcune), pensa che gli stati membri dell’UE siano disposti a riconsiderare l’idea di un’unione di difesa?

No, non credo nella retorica delle “occasioni perdute” da parte dell’Unione Europea perché l’Unione ha quasi un’occasione al giorno, che costantemente perde. Con Brexit l’UE ha perso circa il 33% dal suo potenziale militare. Se non è successo niente dopo questo evento è prevedibile che non esista 4 una reale possibilità, una spinta coesiva o, per meglio dire, che vi sia all’orizzonte una crisi d’integrazione, per usare le parole di Albert Hirschman. Una crisi di integrazione non nasce dall’esterno. Ciò che al momento caratterizza il processo di integrazione europea è la disgregazione in atto. La futura presidenza Trump segna, semmai, un maggior isolamento dell’Unione Europea: senza il “grande alleato” è difficile immaginare che ci sia un’evoluzione dell’integrazione. Nel 2017 nell’Unione Europea ci sarà un’elezione al mese, il che ci suggerisce che per i prossimi due anni avverrà un ricambio dell’establishment dei singoli stati, mentre l’establishment – piuttosto mediocre – che risiede tra Bruxelles e Strasburgo sarà, di fatto, bloccato. L’unica soluzione sarebbe una rinegoziazione dei Trattati, solo che è difficile immaginare che in una simile circostanza storica un nuovo trattato venga poi ratificato, anche se fosse depurato dal Fiscal Compact e da altri vincoli oggi particolarmente invisi alle opinioni pubbliche dei paesi dell’Unione.

Per concludere, pensa che la Brexit e l’elezione di Trump possano favorire un riavvicinamento fra Stati Uniti e Regno Unito, rinsaldando la tanto spesso citata relazione speciale fra i due paesi?

La “relazione speciale” è perlopiù culturale e, nella sua forma attuale, si è definita dagli anni Cinquanta del XX secolo. I restanti contenuti di cui si è voluta riempire la special relationship sono molto meno significativi, specie nella percezione degli Stati Uniti. Peraltro si tratta di una relazione speciale piuttosto discontinua anche nella storia recente. Possiamo identificare il momento di apice negli anni di Reagan e della Thatcher, sebbene anche la relazione fra Bush e Blair si collocasse all’interno del perimetro della special relationship. Per quanto concerne l’aspetto culturale, il comune fattore linguistico non deve essere mai sottovalutato, soprattutto quando si parla di relazioni internazionali, commerciali e, almeno in parte, sociali. Non credo tuttavia che il Regno Unito possa tornare ad essere l’uccellaccio appollaiato sul lembo del Continente occidentale, o possa rispondere meccanicamente alle indicazioni di Washington, e questo nonostante l’attuale establishment britannico di profilo molto basso.

Elena Cammilli

A liar and a clown: gli Stati Uniti alla vigilia delle elezioni

Dopo circa undici mesi di accesa campagna elettorale, ci troviamo alla vigilia delle elezioni statunitensi con un serrato testa a testa tra “a liar and a clown”, come sostengono numerosi elettori americani afferenti ai diversi partiti.

Se guardiamo indietro nel tempo possiamo vedere come questa campagna sia stata particolarmente incerta, combattuta e senza esclusione di colpi. Innanzitutto occorre sottolineare quanto questi due protagonisti siano soggetti atipici: da una parte vi è infatti un candidato che ha appena compiuto settant’anni e che una volta eletto diventerebbe il Presidente più anziano nella storia degli Stati Uniti. Prima di lui infatti figurano solo Ronald Reagan, eletto all’età di sessantanove anni e George H. W. Bush che ottenne il mandato a sessantacinque. Dall’altra parte invece, si paventa per la prima volta in assoluto la possibilità di un Presidente americano donna, nonché moglie dell’ex Presidente Bill Clinton, in carica dal 1993 al 2001.

Anche Barack Obama, il quale terminerà gli otto anni di permanenza alla Casa Bianca il prossimo gennaio, ha rappresentato una novità nella storia americana essendo il primo afroamericano alla guida degli Stati Uniti, e da questo ha tratto un enorme vantaggio per quanto riguarda in particolar modo la politica interna.

A differenza tuttavia delle precedenti elezioni in cui, con il sopraggiungere del fatidico “primo martedì successivo al primo lunedì di novembre”, era già possibile intravedere il risultato finale o averne perlomeno un’idea, quest’anno si presenterà alle urne un elettorato alquanto incerto e indeciso. Questo è infatti scosso in particolar modo dagli avvenimenti, dichiarazioni e rivelazioni che si sono susseguite a partire dalle convention di luglio, le quali hanno delineato ufficialmente il volto del candidato democratico e di quello repubblicano.

In questi ultimi mesi abbiamo infatti assistito da parte di Donald Trump a commenti sessisti e razzisti,  in particolar modo questi ultimi, proprio con l’avvicinarsi del voto, hanno portato al risveglio della comunità ispanica contro di lui. Proseguendo poi con la mancata presentazione della dichiarazione dei redditi, lo scandalo riguardante abusi sessuali su diverse donne, fino a giungere all’ultima rivelazione secondo cui la moglie del tycoon, Melania, di origini slovene, abbia esercitato la propria professione di modella numerose volte prima di ottenere un regolare permesso di lavoro.

Dall’altra parte la candidata democratica Hillary Clinton non è stata da meno in questi mesi precedenti al voto. In primo luogo troviamo lo scandalo Lewinsky o il sexgate del marito Bill molto spesso usato da Trump contro la candidata; in secondo luogo vi sono le accuse di boicottaggio della campagna del candidato democratico Bernie Sanders e l’invio di email contenenti informazioni top secret da un server privato, quest’ultima in particolare è stata presa a carico dall’FBI. Il caso è stato chiuso a luglio in quanto non sono state trovate mail effettivamente compromettenti,  e dopo la riapertura dello stesso la settimana scorsa alla luce di nuove prove, il direttore del Federal Bureau Investigation James Comey ha dichiarato giusto un paio di giorni fa che le conclusioni sull’indagine delle mail non cambia rispetto a luglio. A questo vanno inoltre aggiunte le condizioni di salute della candidata, la quale ha sempre rassicurato i suoi sostenitori di essere perfettamente in salute nonostante uno svenimento durante la commemorazione per i quindici anni dall’attacco alle Twin Towers.

Fondati o meno che siano, tutte queste rivelazioni condizionano fortemente gli elettori e il loro susseguirsi ha fatto si che entrambi i candidati avessero un indice di gradimento altalenante durante tutta la campagna.

Domani, martedì 8 novembre, gli americani si recheranno alle urne e lo scrutinio dei voti avverrà nella notte di martedì. Mercoledì mattina otterremo il nome del candidato che ha riscosso il maggior numero di voti, ma non dell’effettivo Presidente. Domani, infatti, i cittadini americani voteranno indirettamente per uno dei due candidati e la loro scelta servirà a delineare i grandi elettori. Il candidato che vince in uno stato, ottiene l’intero numero di grandi elettori di quello stato afferenti al proprio partito, e saranno poi questi grandi elettori ad eleggere definitivamente il successore di Obama il 12 dicembre, ossia “il primo lunedì dopo il secondo mercoledì di dicembre”.

Come appena detto, l’8 novembre gli americani saranno chiamati a partecipare alle elezioni, tuttavia molti cittadini, ad oggi, hanno già votato, in quanto, a partire da settembre in numerosi stati vi è la possibilità del voto anticipato. Nonostante ciò lo scrutinio avverrà per tutte le schede lo stesso giorno, mentre lo spoglio dei voti dei grandi elettori verrà effettuato al senato 15 giorni dopo il 12 dicembre, solo a quel punto uno dei due candidati otterrà ufficialmente la nomina. L’intero processo si concluderà il 20 gennaio con l’insediamento del nuovo Presidente degli Stati Uniti d’America alla Casa Bianca.

Valeria Conti

Stati Uniti: i profili dei candidati repubblicani

Donald Trump

Donald John Trump è nato il 14 giugno 1946 nel Queens, New York, da una famiglia facoltosa. La madre, Mary Anne Trump, è di origini scozzesi, mentre il padre, Frederik Christ Trump, importante imprenditore immobiliare, proviene da una famiglia di immigrati tedeschi, divenuti cittadini statunitensi nel 1982. A causa di problemi comportamentali, a tredici anni Donald Trump abbandona la scuola e viene iscritto dai genitori alla New York Military Accademy, dove ottiene diversi riconoscimenti. In seguito frequenta la Wharton School of Business all’Università della Pennsylvania, iniziando allo stesso tempo a lavorare nella compagnia del padre, Elisabeth Trump & Son.

La sua carriera da imprenditore immobiliare inizia nel 1962, quando da vita al progetto per un complesso di appartamenti in Ohio, ma sarà poi trasferendosi a Manhattan qualche anno più tardi che verrà coinvolto in progetti sempre più importanti. Trump diventa per la prima volta noto all’opinione pubblica nel 1973, quando lui e il padre vengono accusati dal Dipartimento di Giustizia di aver violato il Fair Housing Act, atto federale intento a proteggere acquirenti e affittuari da discriminazioni da parte dei proprietari, a causa della divulgazione di falsi annunci riportanti la scritta “No vacancy” o l’imposizione di affitti più elevati nei confronti di soggetti appartenenti a determinate minoranze razziali.

Intorno al 1988, in seguito ad un cattivo investimento nel Taj Mahal Casinò ad Atlantic City, New Jersey, e a successivi casi di bancarotta, Donald Trump si trova di fronte a gravi problemi finanziari, i quali vengono superati verso l’inizio degli anni Duemila grazie al cospicuo lascito del padre Frederik, il quale morì nel 1999. In questo periodo infatti, il nuovo magnate immobiliare newyorkese inizia ad investire nei Paesi arabi, diventando comproprietario di alcuni complessi alberghieri negli Emirati Arabi Uniti. E’ questo il momento in cui Trump inizia ad aprirsi verso nuovi settori quali l’energia, diventando il più importante testimonial della multinazionale delle telecomunicazioni e dell’energia ACN Inc, e la televisione; per quanto riguarda quest’ultima in particolare, egli finanzia la “World Wrestling Entertainment” (WWE) per diversi anni, prendendo anche parte a diversi eventi, e promuove la realizzazione di un nuovo reality show di cui fu protagonista, “The Apprentice”.

Fino a quel momento Donald Trump non si era mai dimostrato particolarmente attivo in politica, ma nel 2008, durante una sua partecipazione al “Larry King Live”, ufficializza il suo appoggio al Senatore John McCain, candidato alle presidenziali dello stesso anno e poi battuto da Barack Obama. Durante la campagna del 2008 e quella di ri-elezione del 2012, si pensa che Trump sia stato uno dei maggiori esponenti del Movimento “Birther”, gruppo che sosteneva il Presidente Obama non fosse nato sul suolo statunitense, e dunque, sotto l’articolo 2 della Costituzione degli Stati Uniti, sarebbe stato considerato ineleggibile.

Il 16 giugno del 2015, dalla Trump Tower nella V Strada di Manhattan, Donald John Trump annuncia formalmente la sua candidatura alle elezioni presidenziali del 2016, tramite le seguenti parole:

Ladies and Gentlemen, I am officially running for President of the United States, and we are going to make our coutry great again”

Durante il suo discorso, il futuro candidato repubblicano tocca già tutti i punti chiave della sua campagna, che sono i seguenti:

  • Lotta all’immigrazione: è nelle intenzioni di Trump, oltre alla riforma in senso più stringente delle norme che regolano l’introduzione di stranieri nel Paese, la costruzione di un muro al confine meridionale tra Stati Uniti e Messico e, secondo il suo progetto, dovrà essere proprio il Messico a pagare per la sua costruzione.

  • Riforma dell’assistenza sanitaria: la sanità statunitense dovrà seguire i principi del libero mercato ma allo stesso tempo dovrà essere più accessibile e migliorare la qualità delle cure a disposizione dei cittadini.

  • Rapporto commerciale Usa – Cina: Trump vuole portare la Cina al tavolo delle trattative dichiarandola un “manipolatore di valuta”, vuole proteggere gli investimenti americani costringendo la Cina a rispettare le leggi sulla proprietà intellettuale, e vuole, infine, rilanciare la produzione americana mettendo fine alle sovvenzioni alle esportazioni illegali della Cina.

  • Secondo emendamento sul possesso di armi: è intenzione del candidato repubblicano rinforzare le leggi che permettono il possesso di armi e difendere i diritti dei legali possessori.

All’inizio della sua campagna, Donald Trump non veniva considerato un reale sfidante per la nomina di candidato repubblicano alle elezioni presidenziali. Tuttavia, fin dai primi appuntamenti in Iowa, New Hampshire e South Carolina, il magnate newyorkese ha riscosso un notevole successo, nonostante i candidati del Partito fossero ben nove. In seguito ad una sua ulteriore vittoria in Indiana il 3 maggio anche l’ultimo sfidante, Ted Cruz, ha abbandonato la corsa che porterà alla Convention Repubblicana, che si terrà dal 18 al 21 luglio a Cleveland, Ohio, cedendo “sulla carta” la carica di candito del Partito repubblicano alla Presidenza degli Stati Uniti d’America a Donald John Trump.

Valeria Conti

Stati Uniti: i profili dei candidati democratici

Hillary Clinton

Hillary Rodham Clinton, nata nel 1946 a Chicago, Illinois, cresciuta in una famiglia conservatrice, matura le sue prime esperienze in campo politico lavorando come volontaria per il candidato repubblicano Barry Goldwater durante la campagna presidenziale del 1964; sarà poi negli anni successivi, frequentando l’Università di Legge di Yale, che diventerà sempre più attiva politicamente. In questi anni, infatti, i suoi interessi si concentrano sempre di più sui diritti della famiglia e dei bambini, passione che la porta, terminata l’università, a lavorare per il Children’s Defence Fund, associazione nata dai Movimenti per i Diritti civili, con l’intento di portare il Governo statunitense a migliorare le proprie politiche nei confronti dei bambini.

Hillary continua a ad interessarsi agli stessi temi negli anni successivi in qualità, prima, di First Lady dell’Arkansas, poi, di First Lady degli Stati Uniti d’America in seguito all’elezione del marito Bill Clinton alla Casa Bianca nel 1992. Soprattutto in questi anni, si focalizza su una vastità di altri temi, compreso quello dall’assistenza sanitaria, avendo ricevuto dal Presidente l’incarico di presiedere la task force sulla National Health Care Reform nel 1993.

La sua carriera diplomatica ottiene un ulteriore slancio nel 2000 quando viene eletta al Senato tra le fila del Partito Democratico. Pronunciato il giuramento il 3 gennaio 2001, il senatore Clinton prosegue continua a lavorare per la riforma sanitaria, e rimane concentrata su temi sociali, quali i diritti dei bambini. Durante questi anni presta servizio presso diverse commissioni senatoriali, tra le quali il Comitato per i Servizi Armati. In seguito agli attentati dell’11 settembre 2001, è stata una grande sostenitrice dell’invasione dell’Afghanistan guidata dagli Stati Uniti, nonostante fosse cresciuto, successivamente, il suo criticismo verso la gestione della guerra in Iraq da parte dell’allora Presidente George W. Bush.

L’anno successivo Hillary ha annunciato che si sarebbe candidata alla nomination presidenziale del Partito Democratico per il 2008. La sua è stata una campagna altalenante, con dure sconfitte in un primo momento, seguite dalla vincita di stati importanti come la California, Massachusetts e New York, ma nonostante questo, non è riuscita a guadagnare un vantaggio su Barack Obama per quanto riguarda il numero di delegati congressuali. Obama, infatti, ha vinto 11 stati consecutivi in seguito al Super Tuesday del 5 febbraio, e ciò gli ha permesso di diventare il nuovo favorito per la nomination. In seguito, la grande sconfitta nella Carolina del Nord ai primi di maggio, ha inciso gravemente sulla possibilità di Hillary di guadagnare delegati sufficienti a superare il suo sfidante prima delle primarie finali nel mese di giugno. Quest’ultimo, infatti, il 27 agosto, si è assicurato ufficialmente la nomina del partito presso la Convention nazionale democratica a Denver, vincendo successivamente le elezioni presidenziali del 4 novembre del 2008.

Nello stesso anno, Obama investe Hillary del ruolo di Segretario di Stato, venendo poi confermata dal Senato nel gennaio 2009. Durante il suo mandato, la Clinton si concentra in particolar modo sul miglioramento delle relazioni estere degli Stati Uniti. Si dimette dal suo incarico nel 2013 e viene sostituita dall’ex senatore del Massachusetts, John Kerry.

Nell’aprile del 2015 Hillary Rodham Clinton annuncia di voler concorrere alle elezioni presidenziali degli Stati Uniti del 2016, diventando subito la favorita per la nomination democratica. Tuttavia, durante la sua campagna affronta una sfida inaspettata, il candidato Bernie Sanders, senatore del Vermont, il quale si è auto-definito un “socialista democratico“. La Clinton, ha inizialmente faticato a contrastare le politiche populiste di Sanders, criticando i suoi piani e sostenendoli irrealistici. Hillary, d’altro canto, sponsorizza durante la sua campagna i tradizionali obiettivi democratici, in particolare:

  • Tasse e salari: aumento delle tasse per cittadini ad alto reddito ricchi; concessione di sgravi fiscali per le famiglie lavoratrici; creazione di posti di lavoro ben retribuiti tramite l’investimento sulle infrastrutture; aumento del salario minimo.

  • Riforma dell’immigrazione: varo di una pratica riforma sull’immigrazione che possa creare un percorso chiaro verso l’ottenimento della cittadinanza; chiusura dei centri di detenzione privati per gli immigrati.

  • Politica estera: difesa dei valori fondamentali americani; sconfitta dell’ISIS, del terrorismo globale e delle ideologie che lo guidano; rafforzamento delle attuali alleanze politiche e creazione di nuove relazioni al fine di affrontare insieme sfide comuni, quali il cambiamento climatico, le minacce informatiche e le malattie altamente contagiose.

Rimangono comunque persistenti i temi sociali sostenuti dalla Clinton nei precedenti anni della sua carriera politica:

  • Educazione infantile: investire in programmi di prima infanzia; assicurarsi che ogni bambino dai quattro anni in su abbia libero accesso ad una scuola materna di alta qualità; fornire assistenza medica ai bambini.
  • Assistenza sanitaria: difendere l’Affordable Care Act; controllare l’aumento dei prezzi dei farmaci su prescrizione e ritenerne legalmente responsabili le case farmaceutiche; tutelare l’acceso delle donne all’assistenza sanitaria riproduttiva, compresa la contraccezione e l’aborto legale.

Attualmente Hillary possiede i voti di 1.941 delegati, inclusi quelli dell’ultima vittoria alle primarie di New York tenutesi il 19 aprile, mentre lo sfidante Sanders è a quota 1.191. Mancano ancora venti appuntamenti prima di giungere alla Convention democratica che avrà luogo tra il 25 e il 28 luglio.

Valeria Conti